martedì 22 febbraio 2011

Togliersi la vita per mancanza di lavoro

L’universo del lavoro, come è ovvio che sia, è continuamente studiato e vivisezionato in tutte le sue sfaccettature e implicazioni.
Suscita qualche riflessione il fatto che al di la della registrazione delle cronache giornalistiche, non si sia posta sufficiente attenzione ai diversi casi – nel’ordine delle decine – di lavoratori suicidatisi per mancanza di lavoro.(1)

Come avevamo notato in altri interventi, la questione del lavoro coinvolge in modo profondo l’identità personale e sociale, tanto da sovrapporsi ad esse in molti casi.(2)

Molto sbrigativamente, le cronache che leggiamo sulle pagine dei giornali ci raccontano i contorni di una terribile scelta: i luoghi, la famiglia e le persone coinvolte, le difficoltà economiche, il cordoglio di tutti e l’inspiegabilità del gesto estremo.
E’ sempre difficile comprendere le ragioni di un gesto così disperato e risulta stridente e ancor più incomprensibile associare un suicidio a motivi di lavoro. Quelle che seguono sono alcune riflessioni suscitate da questi tragici eventi.

La prima, immediata, riguarda un aspetto per così dire politico e sindacale. A riprova che il conflitto sui luoghi di lavoro non è stato cancellato, ma solo espunto come un fastidioso elemento di disturbo nella convinzione che le magnifiche sorti e progressive del mercato avrebbero trovato una soluzione anche per i disturbatori della pace sociale, ci troviamo di fronte ad un’azione individuale, portata all’estremo sacrificio, di rifiuto di una realtà nient’affatto pacificata e segnata da profonde crepe di malessere.
Per tutto il tempo in cui sono state istituite e hanno operato le rappresentanze dei produttori e dei salariati – un tempo che coincide con la rivoluzione industriale e la fabbrica fordista – la gestione del conflitto e del malessere causato dal lavoro ha avuto una dimensione collettiva e ad ogni passaggio di crisi si è risposto con la creazione di adeguati sistemi di protezione e di tutela. La globalizzazione dei mercati, la feroce competizione sui costi del lavoro, l’anonimato imperscrutabile dei mercati finanziari, la crisi strutturale di un sistema che è capace di alimentarsi e crescere solo nel breve termine, scaricando sulle future generazioni problemi economici, finanziari e ambientali sempre più gravi, hanno provocato un indebolimento sempre più marcato delle istituzioni collettive, statuali e sociali.

A questa incapacità istituzionale di gestione delle crisi e dei conflitti, segue come un indicatore tragico l’impossibilità individuale di sostenere da soli un sistema che stritola e annienta ciò che è disutile, obsoleto. La novità vera di questi fenomeni risiede in questo punto: i singoli sono stati lasciati soli a fronteggiare le fluttuazioni del mercato e i saliscendi delle crisi economiche, strappando ogni legame di solidarietà e di unità con gli altri, ritenendolo inutile e diseconomico.

Un’altra riflessione riguarda la capacità da parte delle scienze sociali di rispondere con categorie adeguate alle sfide che simili eventi portano alle consuete discussioni sui legami sociali, sulla rappresentatività delle istituzioni, sulla capacità di gestione dei conflitti; in presenza di un aumento di scala dei conflitti e delle crisi, ed anche, a nostro avviso, di una loro presentazione in nuove forme, stante l’incapacità ormai acclarata degli Stati-Nazione e delle forze sociali organizzate, quali sono i possibili correttivi di un sistema che in alcuni suoi automatismi di funzionamento ormai giunge a mettere a rischio le vite individuali?

Quanto al fenomeno dei suicidi, nell’ambito delle scienze sociali, si è cercato di andare oltre il senso comune che interpreta il suicidio come un fatto patologico individuale, dovuto alla depressione o all’angoscia.
Già E. Durkheim, nel suo celebre saggio sul suicidio (3) , aveva efficacemente dimostrato che esso trova la sua spiegazione in un disadattamento dell’individuo rispetto alla società. In quest’ottica, il problema nervoso individuale, è un effetto e non la causa; la predisposizione è, insomma, solo l’evento che separa il singolo dalla comunità ma a rendere conto del suicidio è in realtà il sentimento del vuoto sociale. Durkheim, in sostanza, mette sullo sfondo le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico, pur ammettendo che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la causa principale e determinante del suicidio non è psicologica, bensì sociale. (fine prima parte)

NOTE

1)Analogo fenomeno riguarda anche alcuni imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano a far fronte ai loro impegni verso i fornitori e i dipendenti. La novità del fenomeno è tale che non si è ancora trovata una categoria per definire questi fenomeni, né esistono ancora statistiche affidabili e certe. La casistica dovrebbe includere anche i piccoli imprenditori che, per le caratteristiche del tessuto produttivo italiano, presentano delle similitudini con il lavoro dipendente.
2) Vedi nostri interventi su LPM n°50 e n°77.
3) Émile Durkheim, Le Suicidie. Étude de Sociologie”, 1897.Trad. “Sociologia del suicidio”, Newton Compton, Roma,1974. Vedi anche M. Halbwachs, Les causes du suicide, Paris, PUF, 2002. Diverso è il caso della “fabbrica dei suicidi” in Cina. In quella fabbrica si ricorreva al suicidio per l’impossibilità di sostenere i ritmi di produzione. Vedi http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml.


Tratto da Rivista Lavoro e Post Mercato n° 94

sabato 15 gennaio 2011

Firmiamo l'appello della FIOM CGIL

Firmiamo l'appello della Fiom Cgil.

Questo il testo dell'appello:

"Abbiamo convocato lo sciopero generale dei metalmeccanici per il 28 gennaio; è una tappa fondamentale per la riconquista del Contratto Nazionale e la salvaguardia dei diritti nei luoghi di lavoro.
La scelta compiuta dalla Fiat alle Carrozzerie di Mirafiori e a Pomigliano D’Arco è un atto antisindacale, autoritario e antidemocratico senza precedenti nella storia delle relazioni sindacali del nostro paese dal dopoguerra.

È un attacco ai principi e ai valori della Costituzione Italiana e alla democrazia perché calpesta la libertà dei lavoratori e delle lavoratrici di decidere a quale sindacato aderire per difendere collettivamente i propri diritti e di eleggere i propri rappresentanti in azienda.

Chi non firma scompare e chi firma diventa un sindacato aziendale e corporativo guardiano delle scelte imposte dalla Fiat. Si annullano il Contratto Nazionale di Lavoro e peggiorano le condizioni di fabbrica, si aumenta lo sfruttamento e l’orario di lavoro, si lede ogni diritto di sciopero e si riduce la retribuzione a chi si ammala cancellando così in colpo solo anni di lotte e di conquiste.

Il ricatto di Marchionne è coerente con la distruzione della legislazione del lavoro in atto che vuol rendere tutti soli e precari; è la stessa logica regressiva messa in pratica dal Governo con l’attacco al diritto allo studio e alla ricerca attuato attraverso l’approvazione del Ddl Gelmini e il taglio ai fondi per l’informazione e la cultura. Si mettono così sotto scacco principi democratici di convivenza civile fondamentali.

La Fiom considera il lavoro un bene comune e per questo il 16 ottobre dopo il ricatto/referendum illegittimo imposto dalla Fiat a Pomigliano ha dato vita a una grande manifestazione, aperta a tutti coloro che sono impegnati nella difesa di diritti e libertà costituzionali inviolabili.

Lo sciopero generale proclamato per il 28 gennaio della categoria e le manifestazioni dopo il ricatto/referendum di Mirafiori hanno lo stesso obiettivo: come ha dimostrato l’introduzione delle deroghe nel Contratto Nazionale dei metalmeccanici firmato da Federmeccanica e le altre organizzazioni sindacali, quando si ledono diritti fondamentali la ferita non si circoscrive ma travolge progressivamente tutto il mondo del lavoro.

La Fiom è impegnata a sostenere il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro senza deroghe, a difendere la legalità, la democrazia e la libertà di rappresentanza sindacale, a combattere la precarietà e il dominio del mercato che divorano la vita delle persone e compromettono la coesione sociale e il futuro del paese.

Chiediamo a tutte le persone, le associazioni e i movimenti che condividono queste ragioni di sostenere la lotta dei metalmeccanici e di firmare questo nostro appello."


Vai al sito: http://www.fiom.cgil.it/

sabato 8 gennaio 2011

Una critica marxista alla teoria della decrescita

Metto un saggio interessante di John Bellamy Foster, professore di sociologia all’Università dell’Oregon, editorialista di Monthly Review e autore di un gran numero di libri su marxismo ed ecologia.

(Da Senza soste.it)

Decrescere o morire?



Nel paragrafo introduttivo del suo libro del 2009 Storms of My Grandchildren, James Hansen, principale climatologo USA e massima autorità scientifica mondiale sul cambiamento climatico, ha dichiarato: ‘Il Pianeta Terra, il creato, il mondo in cui la civiltà si è sviluppata, il mondo con i modelli climatici che conosciamo e linee costiere stabili, è in imminente pericolo... La sorprendente conclusione è che il prolungato sfruttamento di tutti i carburanti fossili sulla Terra minaccia non solo gli altri milioni di specie sul pianeta ma anche la sopravvivenza dell’umanità stessa -e i tempi sono più brevi di quanto crediamo’.

Facendo questa dichiarazione, comunque, Hansen stava parlando solo di una parte della crisi ambientale globale che attualmente minaccia il pianeta: precisamente la crisi climatica. Di recente, scienziati di primo piano (compreso Hansen) hanno proposto nove punti-limite planetari, che demarcano lo spazio operativo sicuro per il pianeta. Tre di questi punti-limite (cambiamento climatico, biodiversità e ciclo nitrogeno) sono già stati oltrepassati, mentre altri, come la disponibilità di acqua pulita e l’acidificazione degli oceani, sono falle planetarie emergenti. In termini ecologici, l’economia è ormai cresciuta a una dimensione e un’invasività tali che sta sia travolgendo i punti-limite planetari che facendo a pezzi i cicli biogeochimici del pianeta.

Quindi, quasi quarant’anni dopo che il Club di Roma ha sollevato il tema dei ‘limiti alla crescita’, la crescita economica idolatrata dalla moderna società sta nuovamente affrontando una sfida formidabile. Quella che è nota come ‘economia della decrescita’, associata in particolare con il lavoro di Serge Latouche, è emersa come un’importante movimento intellettuale europeo con la storica conferenza su ‘decrescita economica per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale’ a Parigi nel 2008, e ha da allora ispirato una rinascita del pensiero verde radicale, così come si è articolato nella ‘Dichiarazione sulla Decrescita’ a Barcellona nel 2010.

Ironicamente la rapida ascesa della decrescita (décroissance in francese) come teoria ha coinciso negli ultimi tre anni con la ricomparsa della crisi economica e della stagnazione, che in queste dimensioni non si vedevano dagli anni ‘30. La teoria della decrescita ci obbliga perciò a chiederci se la decrescita è praticabile nella società capitalista “crescere o morire”, e se non lo è, cosa ci dice sulla transizione a una società nuova.

Secondo il sito web del progetto europeo per la decrescita (www.degrowth.eu), ‘La decrescita comporta l’idea di una volontaria riduzione delle dimensioni del sistema economico, che implica una riduzione del PIL’. ‘Volontaria’ qui mette l’accento su soluzioni volontaristiche, anche se non individualistiche e improvvisate nella concezione europea come nel caso del movimento per la ‘sobrietà volontaria’ negli USA, dove gli individui, (di solito agiati) scelgono semplicemente di uscire dal modello di mercato ad alti consumi. Per Latouche il concetto di decrescita implica un importante cambiamento sociale: un passaggio radicale dalla crescita come obiettivo principale dell’economia moderna al suo opposto (contrazione, riduzione).

Falsa promessa

Una premessa fondamentale di questo movimento è che di fronte all’emergenza economica planetaria la promessa della tecnologia verde si è dimostrata falsa. Questo si può attribuire al ‘paradosso di Jevons’, secondo il quale una maggiore efficienza nell’uso dell’energia e delle risorse non porta alla conservazione ma ad una maggiore crescita economica, e quindi a una maggior pressione sull’ambiente.

L’inevitabile conclusione -condivisa da un’ampia schiera di pensatori politico-economici e ambientali, non solo quelli collegati direttamente al progetto europeo per la decrescita- è che ci vuole un drastico cambiamento nelle tendenze economiche in atto a partire dalla rivoluzione industriale. Come l’economista marxista Paul Sweezy scriveva più di vent’anni fa: ‘Dal momento che non c’è modo di aumentare la capacità dell’ambiente di sopportare il carico [economico e demografico] che gli viene imposto, ne consegue che la correzione dev’essere operata interamente sull’altro lato dell’equazione. E visto che lo squilibrio ha già raggiunto proporzioni pericolose, ne consegue inoltre che per raggiungere l’obiettivo ciò che è essenziale è un’inversione di rotta, non solo un rallentamento, delle tendenze fondamentali degli ultimi secoli’.

Dato che i Paesi ricchi sono già caratterizzati dal sovraccarico ecologico, appare sempre più evidente che non c’è alternativa, come sottolineava Sweezy, a un’inversione di tendenza alle pressioni sull’ambiente da parte dell’economia. Questo è rafforzato dagli argomenti dell’economista ecologico Herman Daly, che insiste da molto tempo sul bisogno di un’economia a crescita zero. Daly traccia la sua prospettiva a partire dalla famosa discussione di John Stuart Mill sullo ‘stato stazionario’ nei suoi Principi di Economia Politica, dove sosteneva che se l’espansione economica si fosse arrestata (come si aspettavano gli economisti classici), lo scopo economico della società avrebbe potuto essere deviato verso gli aspetti qualitativi dell’esistenza, piuttosto che su un’espansione meramente quantitativa.

Un secolo dopo Mill, Lewis Mumford insisteva nel suo Condition of Man, pubblicato per la prima volta nel 1944, che non solo c’era uno stato stazionario, nel senso in cui lo intendeva Mill, ecologicamente necessario, ma che questo doveva essere legato a una concezione di ‘comunismo elementare... applicando all’intera comunità i criteri della famiglia’ e distribuendo ‘le risorse sulla base del bisogno’ (una visione mutuata da Marx).

Oggi si pensa che questo ricorso al bisogno per fermare la crescita economica nelle economie sovrasviluppate, e anche per restringere queste economie, abbia le sue radici teoriche in The Entropy Law and the Economic Process [La Legge dell’Entropia e il Processo economico] di Nicholas Georgescu-Roegen, che mise le basi della moderna ecologia sociale.

La decrescita come tale non viene vista neppure dai suoi proponenti come una soluzione stabile, ma come uno strumento per ridurre le dimensioni dell’economia a un livello di output che possa essere mantenuto indefinitamente in uno stato stazionario. Questo può comportare la restrizione delle economie ricche di almeno un terzo rispetto ai livelli attuali tramite un processo che porterebbe a investimenti negativi (per cui non solo cesserebbe l’investimento netto ma neanche tutto il capitale sociale esaurito verrebbe rimpiazzato).

Un’economia a stato stazionario, invece, comporterebbe il rinnovo degli investimenti ma azzererebbe il nuovo investimento netto. Come spiega Daly ‘un’economia a stato stazionario’ è ‘un’economia con stock costanti di risorse umane e mezzi di produzione, mantenuti ai livelli sufficienti che si desiderano tramite un basso tasso di “prestazioni” di manutenzione, cioè tramite i flussi più bassi possibile di materia ed energia’.

Viziato da contraddizioni

È superfluo dire che nessuna di queste cose potrebbe facilmente realizzarsi nell’ambito dell’esistenza dell’attuale economia capitalista. In particolare il lavoro di Latouche, che può essere considerato esemplare del progetto europeo per la decrescita, è viziato da contraddizioni, che derivano non dalla concezione della decrescita in sé, ma dal suo tentativo di svicolare dalla questione del capitalismo. Questo si può notare nel suo articolo del 2006, The Globe Downshifted, dove argomenta in modo contorto:

‘Per alcuni nell’estrema sinistra la risposta tipica è che il capitalismo è il problema, cosa che ci lascia nell’ansia impotente di muoverci verso una società migliore. La contrazione economica è compatibile con il capitalismo? Questa è una domanda chiave, ma una domanda a cui è importante rispondere senza ricorrere a dogmi, se si vogliono capire i veri ostacoli...

‘Il capitalismo eco-compatibile è concepibile in teoria, ma irrealistico nella pratica. Il capitalismo richiederebbe un alto livello di regolazione per gestire la riduzione del nostro impatto ecologico. Il sistema di mercato, dominato dalle enormi corporazioni multinazionali, non si adatterà mai di sua spontanea volontà al modello virtuoso dell’eco-capitalismo...

‘I meccanismi di contrappeso tra i poteri, così come sono esistiti nella regolazione keynesiana-fordista dell’era socialdemocratica, sono concepibili e desiderabili. Ma la lotta di classe sembra essersi interrotta. Il problema è: il capitale ha vinto...

‘Una società basata sulla contrazione economica non può esistere sotto il capitalismo. Ma il capitalismo è una parola di una semplicità ingannevole per una storia lunga e complessa. Liberarsi dei capitalisti e mettere al bando il lavoro salariato, la moneta e la proprietà privata dei mezzi di produzione farebbe sprofondare la società nel caos. Porterebbe il terrorismo su grande scala... Abbiamo bisogno di trovare un’altra via d’uscita dallo sviluppo, dall’economicismo (come convinzione della supremazia delle cause e dei fattori economici) e dalla crescita: che non significhi abbandonare le istituzioni sociali che sono state annesse dall’economia (moneta, mercati, anche i salari) ma inserirle in una nuova cornice secondo differenti principi’.

In questo stile apparentemente pragmatico, non-dogmatico, Latouche cerca di tracciare una distinzione tra il progetto della decrescita e la critica socialista del capitalismo: (1) dichiarando che ‘il socialismo eco-compatibile è concepibile’, almeno in teoria; (2) dicendo che gli approcci keynesiani e cosiddetti ‘fordisti’ alla regolazione, associati alla socialdemocrazia, potrebbero -se ancora praticabili- addomesticare il capitalismo, ricacciandolo sul ‘virtuoso sentiero dell’eco-capitalismo’; e (3) insistendo sul fatto che la decrescita non ha lo scopo di rompere la dialettica capitale-lavoro salariato o interferire con la proprietà privata dei mezzi di produzione. In altri scritti, Latouche chiarisce che consideraa il progetto della decrescita compatibile con la continuità della valorizzazione (per es. un aumento dei rapporti di valore capitalistici) e che nulla di ciò che va verso l’eguaglianza sostanziale è considerato fuori portata.

Ciò che Latouche sostiene più esplicitamente in relazione al problema ambientale è l’adozione a ciò che definisce ‘misure riformiste, i cui principi [di economia dello stato sociale] sono stati tracciati all’inizio del XX secolo dall’economista liberale Arthur Cecil Pigou [e] porterebbero a una rivoluzione’ internalizzando le esteriorità ambientali dell’economia capitalista. Ironicamente, la sua posizione è identica a quella dell’economia ambientale neoclassica e diversa dalla più radicale critica spesso sostenuta dall’economia ambientale, nella quale viene duramente attaccata l’idea che i costi ambientali possano essere semplicemente internalizzati nell’attuale economia capitalista.

Implicazioni di classe

‘La stessa crisi ecologica è descritta’ nell’attuale progetto per la decrescita, come ha osservato criticamente il filosofo greco Takis Fotopoulos, ‘nei termini di un problema comune che “l’umanità” affronta a causa del degrado ambientale, senza citare per niente le diverse implicazioni di classe di questa crisi, per es. il fatto che le implicazioni sociali della crisi ecologica sono pagate soprattutto in termini di distruzioni di vite e qualità della vita dai gruppi sociali inferiori -in Bangladesh come a New Orleans- e molto meno da parte delle élites e delle classi medie’.

Dato che si prende a bersaglio il concetto astratto della crescita economica piuttosto che la realtà concreta dell’accumulazione capitalistica, la teoria della decrescita -nell’influente forma articolata da Latouche e altri- trova naturalmente difficile affrontare l’odierna realtà di crisi economica/stagnazione, che ha prodotto i più alti livelli di disoccupazione e devastazione economica dagli anni ’30 ad oggi.

Latouche stesso ha scritto nel 2003 che ‘non ci sarebbe niente di peggio di una crescita economica senza crescita’. Ma di fronte ad un’economia capitalista chiusa in una profonda crisi strutturale, gli analisti europei della decrescita hanno poco da dire. La Dichiarazione sulla Decrescita, scritta a Barcellona nel Marzo 2010, diceva semplicemente: ‘Le cosiddette misure anti-crisi che cercano di stimolare la crescita economica, a lunga scadenza peggioreranno le disuguaglianze e la situazione ambientale’. Senza aspirare né a difendere la crescita, né a rompere con le istituzioni del capitale -neanche, quindi, a schierarsi con i lavoratori, il cui bisogno più grande oggi è l’occupazione- i principali teorici della decrescita rimangono stranamente silenziosi di fronte alla più grande crisi economica dopo la Grande Depressione.

A conferma di questo, di fronte all’‘attuale decrescita’ nella Grande Recessione del 2008-2009 e al bisogno di una transizione alla ‘decrescita sostenibile’, la nota economista ecologica Joan Martinez-Alier, che ha di recente abbracciato la bandiera della decrescita, ha offerto il palliativo di ‘un keynesianesimo verde di breve termine o un new deal verde’. Lo scopo, ha dichiarato, era quello di promuovere una crescita economica e ‘contenere l’aumento della disoccupazione’ tramite l’investimento pubblico in tecnologia verde e infrastrutture.

Questo è stato considerato compatibile con il progetto della decrescita in quanto questo keynesianesimo verde ‘non diventava una dottrina della crescita economica continua’. Ma come i lavoratori potessero collocarsi in questa strategia largamente tecnologica (fondata sulle idee di efficienza energetica che gli analisti della decrescita generalmente rifiutano) rimaneva incerto.

Infatti, piuttosto che affrontare direttamente il problema della disoccupazione -con un programma radicale che darebbe alla gente posti di lavoro diretti alla creazione di genuini valori d’uso in modi compatibili con una società più sostenibile- i teorici della decrescita preferiscono enfatizzare un orario di lavoro ridotto che separi ‘il diritto a ricevere una remunerazione dal fatto di essere occupato’ (attraverso la promozione di un reddito universale di base). Si pensa che questi cambiamenti dovrebbero permettere al sistema economico di restringersi e allo stesso tempo garantire un reddito alle famiglie -mantenendo nel frattempo intatta la struttura basilare dell’accumulazione del capitale e del mercato.

Ma guardando da un punto di vista più critico è difficile considerare l’attuazione di un orario di lavoro ridotto e di un reddito di base garantiti nelle dimensioni ipotizzate se non come elementi di una transizione a una società post-capitalista (quindi socialista). Come diceva Marx, la regola per il capitale è: ‘Accumulare, accumulare! Così dicono Mosé e i profeti!’

Per rompere con le basi istituzionali della ‘legge del valore’ del capitalismo o mettere in discussione la struttura basilare su cui si fonda lo sfruttamento del lavoro (che sarebbero entrambe minacciate da una drastica riduzione dell’orario di lavoro e da un reddito sostanziale garantito) si devono affrontare questioni più ampie di cambiamento di sistema -cosa di cui i principali teorici della decrescita non sembrano disponibili a rendersi conto per il momento. Inoltre un approccio significativo alla creazione di una nuova società dovrebbe assicurare non solo reddito e tempo libero, ma provvedere anche al bisogno umano di un lavoro utile, creativo e non alienato.

Decrescita e Sud

Ancora più problematico è l’atteggiamento dell’attuale teoria sulla decrescita verso il Sud globale. ‘La decrescita’, scrive Latouche, ‘deve applicarsi al Sud quanto al Nord se vogliamo che vi sia la possibilità di impedire alle società del Sud di percorrere il vicolo cieco dell’economia della crescita. Finché siamo in tempo, non dovrebbero puntare sullo sviluppo ma sull’uscita dal meccanismo -rimuovendo gli ostacoli che gli impediscono di svilupparsi in modo diverso... I Paesi del Sud hanno bisogno di uscire dalla loro dipendenza economica e culturale dal Nord e riscoprire le loro proprie storie’.

Mancando di un’adeguata teoria dell’imperialismo, e non riuscendo ad affrontare il profondo abisso di disuguaglianza che separa le nazioni più ricche da quelle più povere, Latouche allora riduce l’immensa complessità del problema del sottosviluppo a un fatto di autonomia culturale e soggezione al feticcio occidentalizzato della crescita.

Si può fare un confronto tra questo e la risposta molto più ragionata di Herman Daly, che scrive: ‘È un’assoluta perdita di tempo predicare moralisticamente le dottrine sullo stato stazionario ai Paesi sottosviluppati prima che i Paesi sovrasviluppati abbiano preso provvedimenti per ridurre la loro stessa crescita demografica o la crescita del loro consumo procapite di risorse. Quindi il paradigma dello stato stazionario dev’essere prima essere applicato neli Paesi sovrasviluppati... Una delle maggiori forze necessarie a spingere i Paesi sovrasviluppati verso il... paradigma dello stato stazionario dev’essere l’attacco del terzo mondo al loro sovraconsumo... Il punto di partenza nell’economia dello sviluppo dovrebbe essere il “teorema dell’impossibilità”... che uno stile di vita USA con un’economia ad alto consumo di massa per un mondo di quattro miliardi di persone [la cifra era questa nel 1975] è impossibile, e anche se si ottenesse qualche miracolo, questo avrebbe certamente vita breve.’

La nozione che la decrescita come concezione possa essere applicata essenzialmente allo stesso modo sia ai Paesi ricchi del centro che ai Paesi poveri della periferia rappresenta un errore tipico causato dalla semplice imposizione di un’astrazione (la decrescita) a un contesto nel quale è sostanzialmente privo di significato, come ad Haiti, nel Mali, o per molti versi anche in India. Il vero problema nella periferia globale è quello di superare i legami imperiali, trasformare l’esistente modo di produzione e creare possibilità produttive ugualitarie-sostenibili.

È chiaro che molti Paesi del Sud con redditi procapite molto bassi non possono permettersi la decrescita ma hanno bisogno di un tipo di sviluppo sostenibile, diretto ai bisogni reali come l’accesso all’acqua, al cibo, all’assistenza sanitaria, all’educazione, ecc. Questo richiede che nella struttura sociale ci si allontani radicalmente dai rapporti di produzione del capitalismo/imperialismo. È significativo che negli articoli largamente diffusi di Latouche non vi sia praticamente nessuna citazione di quei Paesi, come Cuba, Venezuela e Bolivia, dove sono in corso lotte concrete per spostare le priorità sociali dal profitto ai bisogni sociali. Cuba, come ha indicato il Living Planet Report, è il solo Paese del mondo che ha un alto sviluppo umano e un impatto ecologico sostenibile.

Co-rivoluzione

È innegabile che oggi la crescita economica sia il principale fattore del degrado ambientale planetario. Ma incentrare la propria intera analisi sul rovesciamento di un’astratta ‘società della crescita’ significa perdere ogni prospettiva storica e buttar via secoli di scienza sociale. Il valore in termini ecologici della concezione della decrescita è solo quello di apportare un genuino significato come parte di una critica dell’accumulazione capitalistica, e parte della transizione a un ordinamento sostenibile, egualitario, comunitario, -nel quale i produttori associati governino la relazione metabolica tra la natura e la società nell’interesse delle generazioni successive e della Terra stessa (socialismo/comunismo così come Marx lo definiva).

Quello di cui si ha bisogno è un ‘movimento co-rivoluzionario’, per usare il pregnante termine di David Harvey, che metterà insieme la critica tradizionale al capitale della classe lavoratrice, la critica dell’imperialismo, le critiche del patriarcato e del razzismo, e la critica della crescita ecologicamente distruttiva (insieme ai relativi movimenti di massa).

Nella crisi generalizzata dei nostri tempi, un movimento così ampio, co-rivoluzionario, è concepibile. Qui l’obiettivo sarebbe la creazione di un nuovo ordine nel quale la valorizzazione del capitale non governerebbe più la società.

‘Il socialismo è utile’, scriveva E F Schumacher in Piccolo è Bello, proprio per la ‘possibilità che crea per il superamento della religione dell’economia’, cioè, ‘la moderna tendenza verso la quantificazione totale a spese dell’apprezzamento delle differenze qualitative’. In un ordinamento sostenibile, le persone delle economie più ricche (specialmente quelle degli strati più alti) dovrebbero imparare a vivere con ‘meno’ in termini di prodotti per abbassare il peso procapite sull’ambiente. Allo stesso tempo, la soddisfazione dei genuini bisogni umani e la richiesta di una sostenibilità ecologica potrebbero diventare i principi costitutivi di un nuovo ordine più comunitario mirato alla reciprocità umana, che consenta lo sviluppo qualitativo, e anche la pienezza.

Questa strategia può assicurare alla gente un lavoro che abbia un valore, non dominato dal cieco produttivismo. La lotta ecologica, intesa in questi termini, deve puntare non solo alla decrescita in astratto ma più concretamente alla dis/accumulazione -nel senso di un processo di uscita da un sistema alimentato dall’accumulazione senza fine di capitale. Al suo posto dovrebbe mettere una nuova società co-rivoluzionaria, dedicata ai bisogni comuni dell’umanità e della Terra.

Fonte: http://www.redpepper.org.uk/degrow-or-die/

martedì 28 dicembre 2010

L'uomo più felice del mondo

Un incontro tra neuro scienza e meditazione.

Matthieu Ricard è stato definito l'uomo più felice del mondo.
Mathieu Ricard è un meditatore che addestra la sua mente da molti anni, sviluppando compassione e consapevolezza.

Quello che segue è il trailer del libro che ha scritto.

sabato 13 novembre 2010

Un sussidiario per il consumatore evoluto


Negli ultimi anni, anche in Italia, si è affermata una nuova realtà associativa, sull'esempio di più antiche e blasonate realtà anglosassoni.

Stiamo parlando delle associazioni dei consumatori, realtà collettive ormai consolidate e sempre più influenti, in grado di esercitare un'attività di lobbing trasparente e a volte anche rumorosa. E' un costume tipico del nostro Paese, quello di far convivere fenomeni sociali ed istituzionali disparati, derivati da culture istituzionali differenti, come quella anglosassone e quella continentale.
Da noi convivono organizzazioni sindacali storiche con associazioni di consumatori (1), istituzioni di controllo previste dalla Costituzione e Authority di settore (lo dice la parola stessa) di chiara derivazione anglosassone, sovrapponendosi nei compiti e negli obiettivi.

D'altro canto, non vi sono norme, in Italia, che regolino l'attività di lobbing, che spesso rimane occulta, affidata a trattative riservate nelle segrete stanze. E ciò nonostante nel nostro Paese non manchino i pronipoti delle corporazioni medievali che sono riluttanti o del tutto contrari ad ogni presunta minaccia alle loro rendite di posizione.
Perlomeno, le associazioni dei consumatori hanno il pregio di esercitare la tutela degli interessi diffusi della collettività alla luce del sole, usando i mezzi a disposizione dei cittadini comuni, con il ricorso alla giustizia come ultima ratio.

Un interessante strumento messo a disposizione da una di queste associazioni, l'Adiconsum, può rivelarsi un comodo aiuto per orientarsi con più consapevolezza nel panorama delle insidie per il consumatore.
E' da poco tempo on line, infatti, la banca dati di questa associazione, dal nome “ABC consumatore informato” (http://web.me.com/adiconsum/Banca_Dati_Adiconsum/HOME.html), in collaborazione col Ministero del Lavoro. (2)
L'intento è quello di coprire la complessa problematica dei consumi consapevoli ed informati, dalle vacanze al commercio, dal fisco ai servizi finanziari, ecc.

Il sito è strutturato su tre grandi aree d'interesse: nozioni, facsimili e leggi.
Nel primo gruppo si possono reperire le informazioni generali sui vari temi suddivisi per argomenti. A disposizione dell'utente ci sono delle schede informative contenenti riferimenti legislativi, esempi, tabelle tecniche e quant’altro necessario per approfondire la materia trattata.
La seconda area è invece dedicata ad una parte più pratica e raccoglie numerosi facsimili utili in caso di richieste di rimborsi, contestazioni, ricorsi, ecc.
Infine, la terza è dedicata alle leggi più importanti per i consumatori italiani.

Si tratta di un piccolo glossario elettronico dei diritti del consumatore, in continuo aggiornamento, scritto con un linguaggio accessibile a tutti.
Per i primi tempi la consultazione sarà libera poi sarà prevista una pagina di accesso dove l'utente dovrà registrarsi.





Note
1) Per quanto le organizzazioni sindacali si occupino com'è noto dei diritti e della tutela dei lavoratori, è vero che spesso, in forma non esplicita, hanno svolto un ruolo di salvaguardia dei diritti di cittadinanza generici.
2) Come scritto nel sito, si tratta di un prodotto nato dall'iniziativa progettuale denominata “Seminario di formazione su consumo responsabile e accesso alla giustizia e realizzazione di una banca dati on line su promozione sociale e diritti del consumatore”, finanziata dal Ministero del Lavoro ai sensi della Legge 383/2000.


Tratto da:

Rivista Lavoro e Post Mercato n° 85

domenica 3 ottobre 2010

Presentata alla 4° edizione di Strada Facendo la "Carta di Terni" sulle politiche sociali





Lo scorso mese di febbraio si è tenuta al Palatennistavolo a Terni la 4° edizione di Strada Facendo, l'appuntamento nazionale promosso dal Gruppo Abele e da Libera sulle politiche sociali.(1)

Molti relatori, appartenenti a varie associazioni, al mondo della politica e del volontariato si sono confrontati dal 5 al 7 febbraio sul presente e sul futuro del welfare nel nostro Paese e hanno sintetizzato i risultati di questi dibattiti nella “Carta di Terni per un nuovo Welfare”, nel tentativo di presentare idee, modelli e strategie per le politiche sociali.(2)

La sfida è davvero ardua, soprattutto in tempi di bilanci magri e di difficoltà nel disegnare nuovi modelli di intervento per i diritti dei cittadini resi ancora più deboli dalla crisi, dalla disoccupazione e dai processi di impoverimento in corso.
Le discussioni e i confronti sono state organizzate in sette “cantieri”, relativi a materie sensibili per il dibattito sociale e politico: lavoro, welfare, abitazione, immigrazione, salute, carcere, giovani).

Le ricerche e i dati che sono stati presentati hanno disegnato i contorni di un paese in cui cresce la vulnerabilità dei soggetti più deboli, a cominciare dai giovani per i quali le regole del mondo del lavoro sono sempre più nel segno della precarietà. Tra i giovani, dai 15 ai 24 anni, i senza lavoro costituiscono il 26%; nell'Unione Europea lo stesso dato si ferma al 21%.

Se si riesce a trovare un lavoro stabile, nonostante l'aumento dei dati sulla disoccupazione, c'è da considerare che i salari italiani sono tra i più bassi d'Europa.
Con stipendi del 17% inferiori alla media dell'area Ocse, sono circa 13 milioni i lavoratori italiani che guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese e circa 6,9 milioni di lavoratori, di euro ne prendono meno di 1.000. Il reddito delle famiglie operaie e degli impiegati è sceso di 1.700 euro dal 2000 al 2008. A fronte, i professionisti e gli imprenditori hanno invece incrementato i loro redditi con oltre 9.000 euro. Ancora meglio è andata ai manager: i loro compensi sono cresciuti del 38%.

Impressionante risulta il peso dell'economia sommersa: il numero di lavoratori irregolari è molto vicino ai 3 milioni, il 12% della forza lavoro nazionale. Il valore stimato del "sommerso" è pari a 92,6 miliardi di euro. La metà dei lavoratori irregolari è impiegata al Sud. Con il primato alla Calabria, con il 15%. Seguono la Sicilia (12.7%); la Campania (12,2%); la Basilicata e la Sardegna con l'11,7%.

Anche la povertà assoluta - quella che riguarda le persone che non sono in grado di acquistare beni e servizi primari - risulta inattaccabile dalle politiche sociali, visto che da anni riguarda il 5% della popolazione (quasi tre milioni di persone....).
Analoga la situazione dei poveri cosiddetti relativi, la cui distanza da quelli assoluti risulta sempre più ridotta.

Una particolare attenzione è stata dedicata in queste giornate di studio anche al mondo delle carceri, sconosciuto e nascosto all'attenzione generale. I dati sono significativi: nei penitenziari italiani sono presenti ben 20.000 detenuti in più di quelli previsti dalle strutture, con esperienze di detenzione degradanti e inumane. Il collasso delle strutture penitenziarie è visibile nelle cifre: poco meno della metà (il 46%) è in attesa di giudizio. A riprova che la giustizia non colpisce i colletti bianchi e i potenti, dei detenuti in custodia cautelare la gran parte sono stranieri, imputati per reati minori o per la violazione di leggi sull'immigrazione. Da ultimo il dato dei suicidi: nel 2009 il record del numero dei suicidi in carcere: 72. L'anno in corso, peraltro, rischia di essere peggiore del precedente.

NOTE
1)Vedi http://www.gruppoabele.org , e http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1.
2)Per un esame più approfondito delle proposte presentate nella “ Carta di Terni” si invitano i lettori ad una lettura diretta del documento. Il documento è visibile qui: http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2832.


Tratto da Rivista Lavoro e Post Mercato n° 84