Nella prima parte di questo intervento abbiamo sottolineato (V. LPM n°94) come sia ancora difficile collocare concettualmente il fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro e ci siamo rivolti per così dire ai classici sull’argomento per tentare una ricognizione generale e per cercare qualche elemento di comprensione e la presenza di aspetti inediti nell’emergere di questo fenomeno.
Quanto a Durkheim, che abbiamo citato nella prima parte di questo intervento, per il sociologo francese ci sono tre tipi fondamentali di suicidio.
Il primo tipo, il suicidio cosiddetto egoistico, si manifesta quando le persone che lo compiono sono così autocentrate da non poter ammettere di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che si sono posti. Più elevati sono gli obiettivi, maggiori sono i rischi.
Il secondo tipo, diverso dal precedente, è riferibile alle personalità ben inserite nel contesto sociale e che possono arrivare a compiere questo tipo di gesti per soddisfare una qualche specie di imperativo sociale, superiore al principio di conservazione, come ad es. per i capitani delle navi che affondano insieme alle imbarcazioni.
Il terzo tipo, quello che ha dato giustamente celebrità al pensatore francese, vero punto di riferimento imprescindibile per tutti gli studi sull’argomento, è il cosiddetto suicidio anomico, tipico delle società moderne, che statisticamente collega il fenomeno dei suicidi con i cicli economici e con le condizioni familiari e professionali degli individui. Le prove empiriche dimostrano con le dovute evidenze statistiche che ad es. ci si toglie meno la vita fra le persone sposate rispetto ai celibi, perché la famiglia, la religione, così come l’ appartenenza professionale, fa si che gli individui facciano parte di gruppi la cui coesione e il senso di appartenenza rinforza in ognuno le ragioni per vivere, offrendogli un indispensabile ambiente umano più di quanto non neghi la sua espansione e non ne limiti le capacità.
Per l’autore, che ha in gran conto la coesione e la persistenza dei sistemi sociali, questi fenomeni dipendono dalle fasi di trasformazione e di frantumazione dell’equilibrio sociale. E’ ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori.
E’ vero che il determinismo sociale pensato dall’autore stride con la sensibilità corrente che attribuisce alla volontà individuale l’ultima voce in capitolo per ogni evento. Ma anche in questo caso si tratta di un determinismo (e di un’ideologia) a parti rovesciate.
Per uscire da questa sterile contrapposizione, e forse cogliere qualche aspetto delle novità che presentano questi eventi tragici, va avanzata l’idea che se è vero che i legami sociali sono determinanti per spiegare scelte così estreme, è anche vero che entro certi limiti gli individui “scelgono” in un repertorio che muta secondo i tempi e le prospettive dei particolari contesti sociali.
In fondo è quello che i vari social network portano alla luce: gli individui condividono con altri rappresentazioni collettive, micro-ideologie, credenze e stili di vita che creano la fisionomia di una forma di vita specifica nella quale ci si sente a casa propria, a volte ben più che nel proprio ambiente familiare, perché in quest’attività si esercita la socializzazione e la realizzazione dell’identità, frutto di una più o meno faticosa autocostruzione.
Quindi bisogna sfuggire anzitutto all’idea che vi sia una sorta di automatismo economicista, per cui nei momenti di crisi come quello attuale gli anelli più deboli, la forza lavoro più marginale e meno ricollocabile, sia espulsa dai cicli produttivi e abbandonata a sé stessa. Questa marginalizzazione sarebbe la causa principale del fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro. Che vi sia anche questo aspetto non ci possono essere dubbi. Qualche dubbio rimane se esso sia da considerarsi come unico.
Come abbiamo cercato di dimostrare, l’attività lavorativa coinvolge l’intera esistenza degli individui, ne modella la fisionomia e le aspettative, aiuta a sostenere psicologicamente e socialmente legami profondi con le altre persone, oltre a procurare un reddito per vivere. Accanto alla sfera della riproduzione (reddito) c’ è una sfera della produzione di senso (simbolica) che è altrettanto importante. La perdita del lavoro, insomma, non è solo perdita del reddito. E’ perdita d’identità e di reputazione sociale, perdita di senso e mancanza di futuro e di progettualità. Quando si perde il lavoro, si perde tutto questo, non solo il reddito.
E veniamo ad un ultimo punto, cui dedicheremo solo poche battute e che avrebbe bisogno di un più ampio spazio per essere sviluppato ed approfondito. Il tema è quello della politica economica, vale a dire quella branca del sapere caduta ormai in gran sospetto e sempre più osteggiata dai cultori del pensiero unico del mercato e della competizione riequilibratrice a lungo termine. Citiamo, per sgombrare il campo da equivoci, la celebre frase keynesiana: “a lungo termine saremo tutti morti”.
La domanda con la quale chiudiamo questo intervento è la seguente: può una politica economica degna di questo nome, non quella surrettiziamente condotta dalle agenzie di rating e dalle insindacabili scelte dei mercati (1) , ma una seria attività di analisi e di correzione delle storture degli automatismi economici, fare propri ed includere nei suoi strumenti analitici la centralità del lavoro come elemento prioritario rispetto al profitto e alla logica degli investimenti redditizi?
NOTE
1) Basti pensare che è invalsa ormai l’abitudine di valutare la redditività di un’impresa e degli investimenti ogni trimestre (!). Se vi sono forti oscillazioni dei mercati o difficoltà di approvvigionamento, per salvaguardare la remunerazione degli azionisti, si procede sempre più frequentemente con l’espulsione della forza lavoro, in modo da riequilibrare i conti e assicurare gli utili.
Tratto da Rivista Lavoro Post mercato n° 96
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giovedì 31 marzo 2011
sabato 14 febbraio 2009
Barack Hussein Obama. Un presidente nuovo nell'era della crisi globale

Pochi giorni fa, il 20 gennaio, dopo aver ripercorso idealmente il viaggio in treno da Philadelphia a Washington di Abraham Lincoln, con il consueto gusto tipicamente americano per le celebrazioni e i richiami simbolici, si è insediato il 44° Presidente degli Stati Unitid'America, Barack Hussein Obama.
Com'è usuale nella democrazia statunitense, il voto popolare che ha portato all'elezione dell'uomo più potente del mondo – come spesso è stato definito il Presidente Usa quanto a potere politico e militare – ha rovesciato i pronostici che davano per favorita la senatrice Clinton e ha premiato a sorpresa un giovane uomo di colore, sconosciuto ai più.
Se è vero che i processi storici non coincidono del tutto con le grandi personalità carismatiche e demiurgiche ma sono invece il frutto di un lavorio sotterraneo di spinte e controspinte che avvengono ad un livello più profondo, nel quale si scontrano e si incontrano le scelte e le omissioni dettate dal succedersi degli eventi, è doveroso interrogarsi sulla natura e sulla peculiarità dell'elezione di uno sconosciuto senatore dell'Illinois allo scranno di Presidente degli USA.
Poiché possiamo ritenere che l'elezione di Obama possa costituire un criterio di giudizio e di seria valutazione sulla qualità delle democrazie materiali di uno dei paesi guida dell'Occidente, vogliamo provare ad elaborare alcune riflessioni sui processi storici in corso per valutare pragmaticamente alcuni temi che ci interessano da vicino quali la mobilità sociale, i processi di inclusione ed esclusione sociale, i rapporti tra tecnologia e politica e i mutamenti della governance globale nell'epoca della crisi attuale.
1.Per quanto sia abusata come immagine, la conquista della Presidenza da parte di Obama, ha mostrato come “l'ascensore sociale” abbia funzionato ancora una volta nel paese delle opportunità. L'american dream si è realizzato anche per il figlio di un keniota e di una studentessa bianca del Kansas, vissuto per lungo tempo alle Hawai, in una landa periferica degli Usa, che in virtù del suo talento e di alcune munifiche borse di studio, ha potuto laurearsi ad Harvard e poi presentarsi, giovanissimo, al Senato, riuscendo ad ottenere l'elezione. Addirittura, è riuscito a scalzare l'establishment del partito democratico e a conquistare la “presidenza dell'Impero”. In una cultura fondata sulla competizione e sull'individualismo, l'ascesa del giovane senatore si connota come una riprova del darwinismo sociale, diventando l'esempio di un meccanismo selettivo efficiente, peculiare e del tutto radicato in quella cultura – specie se confrontato con i bizantinismi della politica di casa nostra. Fin qui, dunque, non sembrerebbe esserci niente di nuovo. Non bisogna però dimenticare che la sua elezione ha infranto un tabù che sembrava inattaccabile, vale a dire la possibilità che un uomo di colore fosse eletto alla Presidenza degli USA. La grande partecipazione popolare, pur con i farraginosi meccanismi elettorali americani, in questo evento che non è esagerato definire storico, ha spazzato via in modo incontrovertibile questa lunghissima e drammatica conventio ad excludendum. Ciò a dimostrazione che la politica, nelle sue espressioni migliori, e basta per questo scorrere il discorso di insediamento di Obama alla Casa Bianca, non è fatta solo di ragioni, di interessi o solo di istituzioni: le passioni collettive possono avere un grande peso, così come la speranza e le visioni che sono in grado di sporgersi oltre il tempo presente, aprendo prospettive nuove per il futuro. Il geniale slogan di Obama, sta lì a dimostrarlo: “yes, we can”, “si può fare”.
2.Ciò significa che l'annosa questione dell'integrazione razziale, con l'elezione di Obama, è del tutto risolta? Certamente no. E' altrettanto certo che possiamo ipotizzare che qualcosa di profondo si sia spostato nella psicologia collettiva del popolo americano se il colore della pelle non costituisce più un criterio di esclusione nella corsa alla Casa Bianca. Di qua dall'Oceano risulta difficile cogliere in tutta la sua rilevanza questa questione dell'integrazione razziale dopo secoli di guerre e di conflitti. La dottrina del melting pot, della fusione razziale, ha rappresentato per molto tempo l'unico appiglio in grado di offrire uno scenario di coesistenza tra gruppi etnici differenti. Per quanto sia da considerare piuttosto in crisi, a causa delle imponenti ondate migratorie degli ultimi decenni, questa teoria aveva ipotizzato che l'America, quale terra delle opportunità e della democrazia, fosse in grado di funzionare come un gigantesco contenitore in grado di trasmutare alchemicamente i conflitti e le incomprensioni, l'odio e il razzismo, creando una società più giusta e più equa. Il sogno di Martin Luther King sembra essersi avverato, almeno per le comunità afroamericane. (1)
Ma mentre il pastore King pensava più alla fratellanza e alla convivenza fra diversi, la vittoria di Obama sembrerebbe la prova della forza dell'eguaglianza democratica. La sua storica vittoria è cominciata quando la schiavitù è stata abolita, ed è proseguita sul doppio binario delle regole e delle istituzioni e quello dei rapporti sociali, in un processo ideale che avanza sulle gambe di persone e collettività che rivendicano la propria dignità e l'esigenza di vivere senza conflitti o privilegi assegnati.
3.Oltre alla questione della convivenza etnica e ai meccanismi di rappresentanza, sembra esserci un altro elemento che connota l'elezione di Obama come un momento storicamente rilevante: il rapporto maturo e ormai irreversibile tra Internet, le nuove tecnologie di comunicazione e la politica. Forse non è stato abbastanza sottolineato dai media tradizionali, ma Obama, da accorto conoscitore delle nuove tecnologie di comunicazione, ha usato in modo magistrale la tribuna a basso costo rappresentata dalla Rete delle reti, sfruttandone le capacità di connessione e le sue caratteristiche “virali”. Occorre dunque aggiornare la teoria classica di Lazarsfeld, che aveva studiato la capacità di propagazione delle idee politiche e delle preferenze elettorali attraverso i cosiddetti opinion leaders, appartenenti all'elite sociale e culturale. Con la proliferazione dei nuovi media e della crescente interconnessione sociale, questo schema deve essere rivisto, dato che adesso, in linea teorica, gli opinion leaders coincidono con coloro che hanno accesso alla Rete e che hanno adesso la possibilità di far conoscere le loro opinioni. Una cifra risalta alla nostra attenzione: attraverso Internet, l'attività di fund raising di Obama ha raccolto circa 230 milioni di dollari, polverizzando il record di un altro candidato presidenziale, non eletto, Howard Dean; ma la questione ancora più importante è che le donazioni raccolte hanno coinvolto un numero imponente di cittadini e di elettori, che vi hanno partecipato versando magari solo pochi dollari. (2)
Mentre nel nostro paese ci dibattiamo inutilmente da decenni sul finanziamento della politica, nonostante vari interventi legislativi e un referendum mai rispettato, si ricorre allegramente ai fondi pubblici per finanziare dubbie imprese politiche ed editoriali, negli Usa la Rete ha offerto all'outsider Obama la possibilità di raccogliere somme imponenti con piccole donazioni di cittadini comuni. Il nuovo presidente è riuscito ad accorciare la distanza tra cittadini ed istituzioni, lanciando anche la sfida di mettere online la Presidenza. Tutti gli sms e le mail, i messaggi sui social network hanno dato carburante ad una rincorsa vincente e fin qui ancora inedita, tanto che si è parlato di “modello mediatico alternativo”.(3)
Secondo Macon Philips, direttore della sezione New Media della Casa Bianca, l’azione del governo Obama su internet si articola secondo tre aspetti: comunicazione, trasparenza e partecipazione. Persino il sito della Casa Bianca si è “obamizzato”. Come afferma in modo inequivoco il nuovo Presidente nel post inaugurale del primo blog presidenziale, “questo è solo l’inizio del nostro impegno per dare a tutti gli americani una finestra sull’operato del governo”.
4. Un ultimo punto merita di essere messo a fuoco, prima di passare alla prova dei fatti, quando la durezza delle decisioni e l'imprevedibilità delle contingenze costringeranno il giovane Presidente a misurarsi concretamente con una crisi globale e drammatica. Se è del tutto evidente che la crisi ha il suo epicentro negli States, è assai probabile che gli interventi presidenziali avranno come focus la politica interna, prima ancora di quella internazionale, modificando così in modo strutturale la consueta centralità americana nello scacchiere geopolitico mondiale. E tuttavia, la natura di questa crisi, l'evidente riprova di una globalizzazione che è ormai diventata l'orizzonte comune, rende più sfumati i confini tra ciò che possiamo intendere come politica interna o politica estera. Ciò che gli Usa sceglieranno di fare da qui ai prossimi mesi per risollevare la loro economia avrà conseguenze dirette e profonde sulle economie del resto del mondo; parimenti, gli approcci per risolvere i focolai di crisi e le guerre in corso, avranno un effetto duraturo e altrettanto profondo sullo stato dei nuovi rapporti tra gli Stati Nazione.
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Note
1)In questo momento di pacificazione (o semplice tregua?) tra bianchi e e neri non vanno dimenticati gli scontri feroci e le guerre a bassa intensità degli anni passati. Oltre al pastore Martin Luther King, ucciso per le sue idee di fratellanza, non bisogna dimenticare che anche la figura controversa di Malcom X e il Movimento delle Black Panthers hanno costituito un momento storicamente significativo dell'identità della comunità afroamericana.
2)Questo non deve oscurare il fatto che il meccanismo elettorale statunitense per le elezioni presidenziali sia enormemente dispendioso.
3)Nel vecchio modello il presidente parla al popolo in televisione e la gente risponde tramite i sondaggi; nel nuovo modello la comunicazione avviene online, ed è bidirezionale. Obama vanta un milione di “amici” su MySpace, oltre 3,7 milioni di sostenitori sulla pagina ufficiale di Facebook (circa 700.000 dei quali aggiuntisi dopo l’elezione), mentre durante la campagna elettorale è stato messo insieme un database di 13 milioni di indirizzi e-mail. Il grande lavoro innovativo svolto dallo staff di Obama farà scuola sia per quanto riguarda la campagna elettorale che per il passaggio di consegne tra elezione e insediamento. Vedi http://my.barackobama.com/page/user/login?successurl=L3BhZ2UvZGFzaGJvYXJkL3ByaXZhdGU=
In soli due mesi e mezzo Change.gov (http://change.gov/) il sito che lo staff di Obama ha realizzato tra l’elezione e l’insediamento per comunicare coi cittadini - è forse andato anche oltre, con una piattaforma di comunicazione e di confronto aperto, costantemente aggiornato sull’operato del gruppo al lavoro impegnato nelle operazioni di transizione.
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