Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

domenica 30 settembre 2012

Analfabetismo tra lavoro e cittadinanza (seconda ed ultima parte)

Nella prima parte di questo intervento (vedi LPM n°110), abbiamo visto le due dimensioni dell’analfabetismo, quella relativa alla marginalità economica e quella relativa all’esercizio pieno della cittadinanza.

E’ chiaro che non possiamo, in questa sede, occuparci di politiche scolastiche, che richiederebbero un lavoro di lunga lena e con criteri metodologici rigorosi. Forse si può avanzare qualche riflessione, speriamo non estemporanea, sullo stato e sulle prospettive della nostra scuola e della cultura, oltre le solite giaculatorie del mancato contatto tra mondo della scuola e mondo del lavoro.

- In che modo le riforme scolastiche che sono state proposte negli scorsi anni hanno agito sui livelli di alfabetizzazione scolastica e di cittadinanza?
Ci sembra che il livello su cui si è operato, in sostanza, sia quello della riorganizzazione scolastica, con l’aggiunta di nuovi indirizzi e di nuove materie di studio, senza toccare l’impianto elitario gentiliano della supremazia della cultura umanistica classica. Se non si chiarirà in modo adeguato il rapporto tra cultura umanistica, cultura scientifica e cultura tecnica, difficilmente si sposteranno le leve per ridare ossigeno ad un sistema scolastico che tra tagli e riorganizzazioni mal digerite rischia di deflagrare.

Tra i tanti c’è almeno un altro punto da chiarire e riguarda il ruolo e il peso assegnato al lavoro manuale, dopo decenni di reiterazione dell’idea di inferiorità del lavoro manuale, anche qui riprendendo un leit motiv secolare, con la distinzione tra arti liberali e arti meccaniche. In un recente saggio, R. Sennett ha proposto una riscoperta dell’uomo artigiano, in grado di recuperare un senso del lavoro integrale, per superare da un lato la parcellizzazione dei lavori e dall’altro la dicotomia tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. (5) Ma qui siamo su un versante strettamente culturale, in cui i cambiamenti di fondo si svolgono con lentezza e in modi spesso poco visibili e misurabili.

- In quale modo il mondo del lavoro, nel suo complesso, invia i suoi input e le sue richieste al mondo scolastico e universitario? Nei consessi di categoria, si ripetono ormai da decenni le lamentazioni sulla scarsa spendibilità dei giovani diplomati e laureati nelle realtà produttive. E se è vero che difficilmente un giovane fresco di laurea o con la maturità in tasca sia capace di inserirsi immediatamente nelle realtà lavorative, è altrettanto vero che gli investimenti progettuali, formativi e finanziari per avvicinare i due mondi sono davvero pochi e riscuotono lo scarso interesse degli attori che nei convegni si lamentano invariabilmente della scarsa preparazione professionale dei giovani. Non sembra che la pratica dello stage, così generosamente promossa in molte attività economiche porti altri frutti se non l’uso qualche volta spregiudicato di energie e di talenti per coprire i buchi di piante organiche troppo esigue.(6)
Sarebbe interessante conoscere i tassi di impiego finale a tempo indeterminato dei giovani stagisti che, magari a prezzo di grandi sacrifici, hanno partecipato a uno o più stage. Una qualche riflessione andrebbe fatta anche sul tipo di tessuto produttivo del nostro Paese, spesso basato su piccole imprese con un limitato numero di addetti a fronte di un numero limitato di grandi aziende. La ricerca e l’innovazione in ambito privato sembrano un refrain da convegno più che delle realtà consolidate e praticate, naturalmente con le dovute eccezioni. E qui veniamo al dolente tasto del costo della formazione.

- Qual è il costo che si è disposti a sostenere per avere un buon sistema scolastico? Sarebbe oneroso ripercorrere qui le tendenze alla riduzione delle spese pubbliche a causa dei processi di competizione sistemica tra Stati e sistemi economici (globalizzazione). Diamole per chiarite, anche se le discussioni sono ancora aperte. Normalmente, gli argomenti portati per sostenere sistemi scolastici efficienti con una pressione fiscale adeguata ruotano intorno alla utilità di avere un buon complesso di istruzione e di formazione per il beneficio del sistema produttivo. Ha una sua logica pensare che la scuola e l’Università debbano essere efficienti per garantire il ricambio dei processi e dei prodotti in una sfida d’innovazione e di competizione con altri Sistemi-Paese. Ma siamo sicuri che il declino e l’obsolescenza dei sistemi economici derivino solo dal ruolo marginale assegnato nei budget pubblici alla ricerca e ai fondi destinati alla cultura, nonostante giustamente si lamenti la pericolosità di scelte del genere? Ripetiamo la domanda: quale livello di ricchezza si è disposti ad impiegare per avere un sistema scolastico adeguato? La riproduzione dei mezzi di produzione, ci si perdoni il bisticcio di parole, passa certamente per la centralità dell’istruzione e della ricerca, ma non si deve dimenticare che con lo stesso strumento passa la riproduzione della cittadinanza e, in ultima istanza, della qualità della democrazia. 

L’analfabetismo va combattuto non solo perché contiene al suo interno capitale umano scarsamente qualificato e inadatto alle sfide planetarie; andrebbe combattuto anche per sostenere ed incrementare una cittadinanza consapevole , informata, critica. Senza di essa, c’è solo il gioco dei capitali, strumentali e umani. E nella competizione estrema i primi ad essere stritolati sono i più deboli, economicamente e culturalmente.

Non vedere questo legame profondo tra formazione, lavoro e cittadinanza è imputabile a disinteresse o a una specifica volontà? A meno che non si voglia un popolo di consumatori e di spettatori, invece che di cittadini. 



NOTE
5) Sennett R., L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano, 2008. Così Sennett: “le capacità dell’artigiano di scavare in profondità si situano al polo opposto di una società moderna che preferisce la superficialità, la formazione veloce ed il sapere superficiale.”
6) Ecco un saggio proposto da un’autrice che prima di scrivere questo libro ha fatto ben cinque stage: Voltolina Eleonora, La repubblica degli stagisti. Come non farsi fregare, Laterza, Roma, 2010.


Tratto da Lavoro e Post mercato n° 111. 

lunedì 27 febbraio 2012

Analfabetismo tra lavoro e cittadinanza




L'analfabetismo, da un punto di vista strettamente economico, ostacola lo sviluppo e l'integrazione e ha un riflesso diretto o indiretto sul livelli di povertà, sui tassi di occupazione e sulle condizioni generali di vita dei singoli e dei sistemi economici.

C’ è poi, nell’analfabetismo, una dimensione non economica, che possiamo definire di esercizio della cittadinanza.

Essa si connota come accesso consapevole alle informazioni che contano e alle scelte, appunto, di cittadinanza: la comprensione dei problemi, la loro complessità, il senso di appartenenza ad una comunità, il complesso dei diritti e dei doveri, la partecipazione alla vita politica e sociale, ecc. Basta richiamare alla memoria la figura di Don Milani e la sua esperienza educativa di Barbiana per comprendere come l’acquisizione delle parole e della conoscenza fosse per lui l’unica possibilità di comprendere il proprio posto nella società e nel mondo. (1)




Se si pongono in relazione l’esclusione sociale e i livelli di scolarità e di alfabetizzazione, i dati che negli ultimi anni ci presentano gli studi dell’OCSE con i famosi studi PISA risultano abbastanza sconfortanti.

Com’è noto, questi test misurano le conoscenze e le competenze degli studenti quindicenni che appartengono a 34 paesi membri dell'OCSE. (2)

Non abbiamo, al momento, altri test disponibili con questa massa di dati, nonostante i test PISA siano stati criticati in modo serio con l’obiezione che sono progettati con il criterio della risoluzione di problemi. I detrattori, e non sono pochi, imputano a questi test un eccesso di pragmatismo e una scarsa attenzione alla conoscenza di base.




Gli ultimi dati usciti, quelli del dicembre 2010, si sono concentrati sull’area della lettura e ne sono emersi risultati preoccupanti.




Secondo questa ricerca, l’Italia, more solito, è in coda tra i paesi più sviluppati.

Nei test Ocse-Pisa 2010 pubblicati a dicembre, infatti, l'Italia fa registrare il 21 per cento di quindicenni "con scarsi risultati in lettura". Tradotto in modo più chiaro, si tratta di adolescenti "in grado di svolgere soltanto gli esercizi di lettura meno complessi come individuare una singola informazione, identificare il tema principale di un testo, o fare un semplice collegamento con la conoscenza di tutti i giorni". Appena il compito diventa più complesso, cominciano le difficoltà.

Insomma uno su cinque, tra i nostri quindicenni, non è in grado di elaborare o di affrontare livelli complessi di lettura e di riorganizzazione delle informazioni e delle conoscenze. (3)

Viene da chiedersi in quale contesto sono inseriti questi adolescenti che fanno così tanta fatica nel maneggiare informazioni complesse.




In un libro-intervista apparso qualche anno fa, e ripubblicato di recente con un’aggiunta, il linguista Tullio De Mauro ha fornito numerosi dati sul fenomeno dell’analfabetismo nel nostro Paese e sull’evoluzione dei sistemi educativi nel corso dei decenni. (4)

Il livello medio dell’istruzione in Italia, in una comparazione con altre nazioni, risulta insoddisfacente : gli analfabeti completi sono più di due milioni, ma ad essi vanno aggiunti quasi quindici milioni di semianalfabeti. Altri quindici milioni di cittadini rischiano di diventarlo, perché le competenze alfabetiche acquisite fra i banchi, se non più esercitate, regrediscono in una misura pari a cinque anni di scuola.

«A un paleo - analfabetismo, eredità del passato», dice De Mauro, «si è cumulato un neo - analfabetismo fisiologico nei paesi industriali e di alto livello consumistico». In Italia possiede il diploma di scuola superiore il 42 per cento della popolazione adulta di fronte a una media europea del 59 per cento. Solo il 9 per cento degli italiani adulti possiede una laurea, di fronte a una media europea del 21 per cento. (continua)




NOTE




1) Così il prete di Barbiana, per convincere i figli degli operai e dei contadini alla frequenza della sua scuola serale:” Voi – diceva – non sapete leggere la prima pagina del giornale, quella che conta e vi buttate come disperati sulle pagine dello sport. E’ il padrone che vi vuole così perché chi sa leggere e scrivere la prima pagina del giornale è oggi e sarà domani dominatore del mondo".

2) Vedi http://www.pisa.oecd.org/pages/0,2987,en_32252351_32235731_1_1_1_1_1,00.html.

3) Paesi come Danimarca, Olanda e Svezia sono molto vicini all'obiettivo del 15 per cento. Mentre in Francia (19,8 per cento), Germania (18,5), Regno Unito (18,4), Spagna (19,6 per cento) e Portogallo (17,6 per cento) le cose vanno meglio che in Italia, che supera la media europea di un punto e mezzo.

4) Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, a cura di Francesco Erbani, Bari, Laterza. 2004.






Tratto da Rivista Lavoro e Post mercato n°110

giovedì 31 marzo 2011

Togliersi la vita per mancanza di lavoro. Centralità del lavoro (seconda ed ultima parte)

Nella prima parte di questo intervento abbiamo sottolineato (V. LPM n°94) come sia ancora difficile collocare concettualmente il fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro e ci siamo rivolti per così dire ai classici sull’argomento per tentare una ricognizione generale e per cercare qualche elemento di comprensione e la presenza di aspetti inediti nell’emergere di questo fenomeno.

Quanto a Durkheim, che abbiamo citato nella prima parte di questo intervento, per il sociologo francese ci sono tre tipi fondamentali di suicidio.

Il primo tipo, il suicidio cosiddetto egoistico, si manifesta quando le persone che lo compiono sono così autocentrate da non poter ammettere di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che si sono posti. Più elevati sono gli obiettivi, maggiori sono i rischi.

Il secondo tipo, diverso dal precedente, è riferibile alle personalità ben inserite nel contesto sociale e che possono arrivare a compiere questo tipo di gesti per soddisfare una qualche specie di imperativo sociale, superiore al principio di conservazione, come ad es. per i capitani delle navi che affondano insieme alle imbarcazioni.

Il terzo tipo, quello che ha dato giustamente celebrità al pensatore francese, vero punto di riferimento imprescindibile per tutti gli studi sull’argomento, è il cosiddetto suicidio anomico, tipico delle società moderne, che statisticamente collega il fenomeno dei suicidi con i cicli economici e con le condizioni familiari e professionali degli individui. Le prove empiriche dimostrano con le dovute evidenze statistiche che ad es. ci si toglie meno la vita fra le persone sposate rispetto ai celibi, perché la famiglia, la religione, così come l’ appartenenza professionale, fa si che gli individui facciano parte di gruppi la cui coesione e il senso di appartenenza rinforza in ognuno le ragioni per vivere, offrendogli un indispensabile ambiente umano più di quanto non neghi la sua espansione e non ne limiti le capacità.

Per l’autore, che ha in gran conto la coesione e la persistenza dei sistemi sociali, questi fenomeni dipendono dalle fasi di trasformazione e di frantumazione dell’equilibrio sociale. E’ ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori.
E’ vero che il determinismo sociale pensato dall’autore stride con la sensibilità corrente che attribuisce alla volontà individuale l’ultima voce in capitolo per ogni evento. Ma anche in questo caso si tratta di un determinismo (e di un’ideologia) a parti rovesciate.

Per uscire da questa sterile contrapposizione, e forse cogliere qualche aspetto delle novità che presentano questi eventi tragici, va avanzata l’idea che se è vero che i legami sociali sono determinanti per spiegare scelte così estreme, è anche vero che entro certi limiti gli individui “scelgono” in un repertorio che muta secondo i tempi e le prospettive dei particolari contesti sociali.

In fondo è quello che i vari social network portano alla luce: gli individui condividono con altri rappresentazioni collettive, micro-ideologie, credenze e stili di vita che creano la fisionomia di una forma di vita specifica nella quale ci si sente a casa propria, a volte ben più che nel proprio ambiente familiare, perché in quest’attività si esercita la socializzazione e la realizzazione dell’identità, frutto di una più o meno faticosa autocostruzione.
Quindi bisogna sfuggire anzitutto all’idea che vi sia una sorta di automatismo economicista, per cui nei momenti di crisi come quello attuale gli anelli più deboli, la forza lavoro più marginale e meno ricollocabile, sia espulsa dai cicli produttivi e abbandonata a sé stessa. Questa marginalizzazione sarebbe la causa principale del fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro. Che vi sia anche questo aspetto non ci possono essere dubbi. Qualche dubbio rimane se esso sia da considerarsi come unico.

Come abbiamo cercato di dimostrare, l’attività lavorativa coinvolge l’intera esistenza degli individui, ne modella la fisionomia e le aspettative, aiuta a sostenere psicologicamente e socialmente legami profondi con le altre persone, oltre a procurare un reddito per vivere. Accanto alla sfera della riproduzione (reddito) c’ è una sfera della produzione di senso (simbolica) che è altrettanto importante. La perdita del lavoro, insomma, non è solo perdita del reddito. E’ perdita d’identità e di reputazione sociale, perdita di senso e mancanza di futuro e di progettualità. Quando si perde il lavoro, si perde tutto questo, non solo il reddito.

E veniamo ad un ultimo punto, cui dedicheremo solo poche battute e che avrebbe bisogno di un più ampio spazio per essere sviluppato ed approfondito. Il tema è quello della politica economica, vale a dire quella branca del sapere caduta ormai in gran sospetto e sempre più osteggiata dai cultori del pensiero unico del mercato e della competizione riequilibratrice a lungo termine. Citiamo, per sgombrare il campo da equivoci, la celebre frase keynesiana: “a lungo termine saremo tutti morti”.

La domanda con la quale chiudiamo questo intervento è la seguente: può una politica economica degna di questo nome, non quella surrettiziamente condotta dalle agenzie di rating e dalle insindacabili scelte dei mercati (1) , ma una seria attività di analisi e di correzione delle storture degli automatismi economici, fare propri ed includere nei suoi strumenti analitici la centralità del lavoro come elemento prioritario rispetto al profitto e alla logica degli investimenti redditizi?



NOTE
1) Basti pensare che è invalsa ormai l’abitudine di valutare la redditività di un’impresa e degli investimenti ogni trimestre (!). Se vi sono forti oscillazioni dei mercati o difficoltà di approvvigionamento, per salvaguardare la remunerazione degli azionisti, si procede sempre più frequentemente con l’espulsione della forza lavoro, in modo da riequilibrare i conti e assicurare gli utili.





Tratto da Rivista Lavoro Post mercato n° 96

martedì 22 febbraio 2011

Togliersi la vita per mancanza di lavoro

L’universo del lavoro, come è ovvio che sia, è continuamente studiato e vivisezionato in tutte le sue sfaccettature e implicazioni.
Suscita qualche riflessione il fatto che al di la della registrazione delle cronache giornalistiche, non si sia posta sufficiente attenzione ai diversi casi – nel’ordine delle decine – di lavoratori suicidatisi per mancanza di lavoro.(1)

Come avevamo notato in altri interventi, la questione del lavoro coinvolge in modo profondo l’identità personale e sociale, tanto da sovrapporsi ad esse in molti casi.(2)

Molto sbrigativamente, le cronache che leggiamo sulle pagine dei giornali ci raccontano i contorni di una terribile scelta: i luoghi, la famiglia e le persone coinvolte, le difficoltà economiche, il cordoglio di tutti e l’inspiegabilità del gesto estremo.
E’ sempre difficile comprendere le ragioni di un gesto così disperato e risulta stridente e ancor più incomprensibile associare un suicidio a motivi di lavoro. Quelle che seguono sono alcune riflessioni suscitate da questi tragici eventi.

La prima, immediata, riguarda un aspetto per così dire politico e sindacale. A riprova che il conflitto sui luoghi di lavoro non è stato cancellato, ma solo espunto come un fastidioso elemento di disturbo nella convinzione che le magnifiche sorti e progressive del mercato avrebbero trovato una soluzione anche per i disturbatori della pace sociale, ci troviamo di fronte ad un’azione individuale, portata all’estremo sacrificio, di rifiuto di una realtà nient’affatto pacificata e segnata da profonde crepe di malessere.
Per tutto il tempo in cui sono state istituite e hanno operato le rappresentanze dei produttori e dei salariati – un tempo che coincide con la rivoluzione industriale e la fabbrica fordista – la gestione del conflitto e del malessere causato dal lavoro ha avuto una dimensione collettiva e ad ogni passaggio di crisi si è risposto con la creazione di adeguati sistemi di protezione e di tutela. La globalizzazione dei mercati, la feroce competizione sui costi del lavoro, l’anonimato imperscrutabile dei mercati finanziari, la crisi strutturale di un sistema che è capace di alimentarsi e crescere solo nel breve termine, scaricando sulle future generazioni problemi economici, finanziari e ambientali sempre più gravi, hanno provocato un indebolimento sempre più marcato delle istituzioni collettive, statuali e sociali.

A questa incapacità istituzionale di gestione delle crisi e dei conflitti, segue come un indicatore tragico l’impossibilità individuale di sostenere da soli un sistema che stritola e annienta ciò che è disutile, obsoleto. La novità vera di questi fenomeni risiede in questo punto: i singoli sono stati lasciati soli a fronteggiare le fluttuazioni del mercato e i saliscendi delle crisi economiche, strappando ogni legame di solidarietà e di unità con gli altri, ritenendolo inutile e diseconomico.

Un’altra riflessione riguarda la capacità da parte delle scienze sociali di rispondere con categorie adeguate alle sfide che simili eventi portano alle consuete discussioni sui legami sociali, sulla rappresentatività delle istituzioni, sulla capacità di gestione dei conflitti; in presenza di un aumento di scala dei conflitti e delle crisi, ed anche, a nostro avviso, di una loro presentazione in nuove forme, stante l’incapacità ormai acclarata degli Stati-Nazione e delle forze sociali organizzate, quali sono i possibili correttivi di un sistema che in alcuni suoi automatismi di funzionamento ormai giunge a mettere a rischio le vite individuali?

Quanto al fenomeno dei suicidi, nell’ambito delle scienze sociali, si è cercato di andare oltre il senso comune che interpreta il suicidio come un fatto patologico individuale, dovuto alla depressione o all’angoscia.
Già E. Durkheim, nel suo celebre saggio sul suicidio (3) , aveva efficacemente dimostrato che esso trova la sua spiegazione in un disadattamento dell’individuo rispetto alla società. In quest’ottica, il problema nervoso individuale, è un effetto e non la causa; la predisposizione è, insomma, solo l’evento che separa il singolo dalla comunità ma a rendere conto del suicidio è in realtà il sentimento del vuoto sociale. Durkheim, in sostanza, mette sullo sfondo le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico, pur ammettendo che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la causa principale e determinante del suicidio non è psicologica, bensì sociale. (fine prima parte)

NOTE

1)Analogo fenomeno riguarda anche alcuni imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano a far fronte ai loro impegni verso i fornitori e i dipendenti. La novità del fenomeno è tale che non si è ancora trovata una categoria per definire questi fenomeni, né esistono ancora statistiche affidabili e certe. La casistica dovrebbe includere anche i piccoli imprenditori che, per le caratteristiche del tessuto produttivo italiano, presentano delle similitudini con il lavoro dipendente.
2) Vedi nostri interventi su LPM n°50 e n°77.
3) Émile Durkheim, Le Suicidie. Étude de Sociologie”, 1897.Trad. “Sociologia del suicidio”, Newton Compton, Roma,1974. Vedi anche M. Halbwachs, Les causes du suicide, Paris, PUF, 2002. Diverso è il caso della “fabbrica dei suicidi” in Cina. In quella fabbrica si ricorreva al suicidio per l’impossibilità di sostenere i ritmi di produzione. Vedi http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml.


Tratto da Rivista Lavoro e Post Mercato n° 94

domenica 12 settembre 2010

Le rotte dei nuovi schiavi. Il caso Rosarno


Nei due interventi precedenti (n° 81 e 83 di LPM) abbiamo cercato di richiamare l'attenzione sulla mancanza di scrupoli di un sistema economico che agisce e prospera nella completa illegalità.
Ma non vi è solo un sistema economico che rifiuta ogni regolazione di carattere legale, in spregio ad ogni norma, giuridica ed etica.
Come ha mostrato il caso Rosarno, il mancato riconoscimento dei più elementari diritti umanitari, oltre a saldarsi strettamente a quei settori dell'economia che operano nella più totale illegalità sfruttando il lavoro dei diseredati immigrati, diventa ulteriore fonte di guadagno anche per la criminalità organizzata.
Gli allarmi lanciati dagli osservatori più attenti sulla potenza economica della 'ndrangheta, oltre che sulla sua pericolosità e capacità di infiltrazione nelle iniziative economiche legali sono spesso caduti nel vuoto, tacciati di allarmismo e di sterile professionismo antimafioso. (6)

Possiamo introdurre a questo proposito un invito ad una maggiore attenzione?
In fondo, possiamo considerare l'esemplarità della situazione di Rosarno come una sorta di laboratorio sociale in cui si vedono alcune dinamiche che molto spesso l'opinione pubblica non vuole o non sa cogliere.
La prima, l'abbiamo detto, è quella di una funzionalità di fatto del mercato delle braccia di molti immigrati, soprattutto nei settori in cui lo sfruttamento del fattore della forza lavoro è preponderante rispetto all'impiego di capitale o di macchine, come nell'agricoltura o nell'edilizia o nella manifattura.

La questione di questa sorta di neo schiavitù sembra ben accetta da molti e rubricata spesso come questione di mero ordine pubblico, quando i fenomeni di sfruttamento, di rifiuto dell'estensione dei diritti elementari e di mancata integrazione rendono evidente il problema.

La seconda dinamica, in un cerchio più largo, riguarda la cosiddetta società civile, che non ignora del tutto il problema ma ne trae un qualche beneficio, vendendo beni e servizi ai poveri sventurati che ne hanno bisogno, salvo poi invocare la mano di ferro o attribuire loro tutte le malefatte possibili.

La terza dimensione riguarda diversi settori della Pubblica amministrazione e organi istituzionali che invece di intervenire per attenuare o contrastare lo sfruttamento, dimostrano il loro disinteresse nei confronti di soggetti che evidentemente non hanno alcun santo protettore.

Una quarta dinamica, del tutto sconosciuta ai più, riguarda il ruolo della criminalità organizzata.
La 'ndrangheta all'opera in quel di Rosarno non solo taglieggia, traffica, uccide, minaccia, ricatta, inquina ma estrae valore anche dalla necessità di una massa di disperati che cerca di procacciarsi in qualche modo di sopravvivenza.

Vogliamo provare a disegnare il circuito del valore aggiunto estratto dalle 'ndrine, a riprova dello spirito di intrapresa delle cosche?
Il primo passaggio è quello del possesso della terra. Gli agrumeti e gli uliveti della zona, nelle poche zone fertili per un'agricoltura redditizia, sono passati di mano alle cosche più agguerrite, con i consueti metodi delle minacce e delle compravendite forzate.

Il secondo passaggio è quello degli introiti derivanti dai contributi della Ue all'agricoltura. Come forse non è noto, si è passati dai contributi versati in base ai raccolti effettuati a quelli legati al possesso della terra e al numero di ettari di coltura posseduti. Facile immaginare chi rastrella questi contributi.

Il terzo passaggio è far figurare come braccianti agricoli migliaia di persone che fanno finta di lavorare nella terra e versano da sé i contributi per poi recuperarli ad abundantiam con un welfare piegato all'illegalità e guadagnandoci i sussidi di disoccupazione e gli assegni di maternità e quant'altro.

Il quarto passaggio riguarda gli immigrati, impiegati davvero nella raccolta ma del tutto assenti nelle statistiche ufficiali. In cambio di turni di lavoro massacranti e di pochi euro l'ora, si offre loro, facendoseli pagare a caro prezzo, alloggi fatiscenti, servizi di trasporto per i luoghi di raccolta e taglieggiamenti da parte dei caporali che ingaggiano le braccia. Il risultato è ampiamente positivo per un network di criminali che non esitano a passare a vie di fatto per far abbassare la testa a tutti coloro che cercano di ribellarsi a questo stato di cose.
Alle solite categorie che individuano i proventi delle cosche, oltre al traffico di droga e di armi, di gran lunga le voci più importanti, insieme ai racket, al gioco illegale, al traffico di esseri umani per la prostituzione e al riciclaggio di enormi quantità di denaro, va aggiunta anche la categoria dello sfruttamento al limite dello schiavismo di migliaia di immigrati che vendono l'unica cosa che possiedono: le braccia per lavorare.

Si tratta di una voce che comparata alle altre non offre molti introiti, ma non mettiamo limite all'inventiva delle 'ndrine. I “piccioli” non hanno odore e non hanno confine, come hanno imparato a loro spese i tedeschi dopo la strage di Duisburg.
E infine l'ultimo e più pericoloso aspetto, meno visibile e meno misurabile: fare percepire alle popolazioni residenti la propria forza e la propria impunità nel controllo del territorio.

NOTE

6)Vedi ad es. http://www.crimelist.it/index.php?option=com_content&task=view&id=686&Itemid=371. La fonte principale di riferimento rimane la Relazione finale della Commissione Parlamentare Antimafia del marzo 2008.



Tratto da Rivista Lavoro e PostMercato n° 84

domenica 11 aprile 2010

Le rotte dei nuovi schiavi. Le navi negriere


Iniziamo questo intervento con una citazione storica, almeno per ricordare a noi tutti che ci sono fenomeni che vengono da lontano e che un po' di studio e di buona memoria dovrebbero servire per farne buon uso e orientarsi nel presente.

Nel 1781 il capitano Luke Collingwood, al comando della nave negriera Zong, poiché la neve era fuori rotta, con poco cibo e scarse riserve d'acqua, ordinò al suo equipaggio di gettare a mare, al largo dei Caraibi, 132 africani vivi e incatenati ai loro ceppi.
Alla base della sua decisione c'era il fatto incontrovertibile per gli usi dell'epoca che il suo carico umano – o per meglio dire, la merce – sempre più avariato e debilitato per gli stenti, sarebbe perito prima di giungere a destinazione e per questo semplice motivo l’assicurazione non avrebbe pagato lo spettante agli armatori della nave.
Ciò che portò alla ribalta il caso fu il processo che seguì, a Londra, rifiutandosi appunto l’assicurazione di pagare le “perdite” dello Zong.
Dell’episodio esistono resoconti e documenti di archivio; ad esso si riferiscono saggi assai rilevanti nella storia dell’abolizione della schiavitù. (1)

Ad oltre due secoli di distanza, possiamo affermare che le navi negriere non solcano più i mari con il loro triste carico di sofferenza e di sfruttamento?
Diciamo che non esistono più armatori, capitani ed equipaggi, oltre a compagnie assicurative e governi compiacenti, che si muovono alla luce del sole e nella piena legalità per rifornire di forza lavoro a bassissimo costo le coltivazioni e le manifatture più pesanti.

Se c'è un cambiamento, evidente, è che gli schiavi non vengono prelevati alla fonte, con dispendio di patrimoni e di energie per armare le navi e per attrezzare gli equipaggi. Essi, adesso, vengono nel primo mondo spontaneamente, sulle carrette del mare più inverosimili, dopo aver passato a rischio della vita mesi di spostamenti dalle lande più desolate dell'Africa, e dal terzo e ultimo mondo, in cerca di una occasione di sopravvivenza, per sfuggire alla guerra, alla fame o alla persecuzione politica.

Se sopravviveranno agli stenti e al capriccio dei nuovi negrieri che si occupano dei loro spostamenti dai loro sperduti villaggi dopo aver lasciato alle spalle una famiglia ancora più povera dopo la loro partenza,se riusciranno a superare indenni gli spostamenti con ogni mezzo dal deserto, se finalmente riusciranno a trovare una qualsiasi imbarcazione o un mezzo di trasporto che li traghetti nel primo mondo dopo aver pagato una cifra enorme per le loro scarsissime possibilità, se saranno riusciti a sbarcare su una qualche spiaggia del primo mondo con le ossa intatte e senza essere annegati nella traversata, allora può darsi che riusciranno a trovare un qualche lavoro che gli consentirà di sopravvivere e di comprarsi da mangiare e da bere e poco più. Sempre che non vengano intercettati prima dell'arrivo e non vengano internati – eufemismo che sostituisce segregato – in un qualche CIE dove si troveranno in totale sovraffollamento e condizioni di prigionia senza condanna e senza processo.

Invito a guardare le immagini degli interni di una nave negriera (2).
Assomiglia come una goccia d'acqua agli spazi dei CIE e ai poveri giacigli dei capannoni abbandonati dove trovano rifugio.
Come quel capannone abbandonato nelle campagne di Rosarno (RC), Italia, dove alloggiavano centinaia di immigrati in condizioni igieniche ed abitative che l'organizzazione MSF, Medici senza frontiere, ha paragonato alle condizioni dei profughi sparsi nelle varie zone del mondo.
La cronaca è troppo nota, per richiamarla qui. Basta un semplice accenno alla miccia che ha fatto deflagrare il conflitto tra migranti e popolazione locale. Dalle ricostruzioni fatte ex post pare che la rivolta degli immigrati sia stata scatenata dalle provocazioni di alcuni giovani del luogo che avrebbero fatto una bravata assurda, sparando con i fucili ad aria compressa ad alcuni immigrati. La reazione fu furibonda e scatenò l'interesse dei media che dedicarono per qualche giorno ampio spazio alla vicenda. Pensosi editorialisti giunsero a domandarsi se anche in Italia, nel paese che per alcuni decenni ha visto emigrare milioni di uomini e donne verso altri paesi in cerca di fortuna, si fosse instillato il germe del razzismo. Le risposte a questa domanda sono state le più varie e non le riassumiamo qui. Ciascun lettore si faccia la stessa domanda e si dia una risposta onesta.(3)

NOTE
1)Ma la storia dello Zong è nota anche perché ispirò a Turner uno dei suoi quadri più famosi, Slavers Throwing Overboard the Dead and Dying – Typhoon Coming On, comunemente conosciuto come The Slave Ship, esposto per la prima volta a Londra nel 1840, nel pieno della campagna abolizionista. Vedi su questo punto http://www.ospiteingrato.org/Interventi_Interviste/I_guanti_di_Maroni_24_6_09.html.
Abbiamo leggermente modificato l'incipit di questo bello articolo di cui consigliamo la lettura.
2)E' visibile qui: http://www.culturabarocca.com/GI.htm#ORIGINARIAMENTE. I CIE, acronimo per centri di identificazione ed espulsione, sono i luoghi in cui sono concentrati i migranti in attesa dell'espulsione. Sulle condizioni in cui costoro vivono in attesa di un provvedimento definitivo ci sono sufficienti cronache giornalistiche per farsi un'idea.
3)Riporto per stralci il resoconto dell'assemblea degli africani di Rosarno che si sono riuniti a Roma.
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea
dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono
stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri
diritti. (...) Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né
elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi
dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle
20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche.
A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a
farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla
fatica. (...) Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le
bestie... prelevati, qualcuno è sparito per sempre. Ci hanno sparato
addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. (...) Non ne
potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti
nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani .Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. (...)
Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare
le nostre richieste.” Segnalo che il I° marzo di quest'anno si terrà uno sciopero che invita tutti i lavoratori immigrati ad incrociare le braccia. Come scrivono gli organizzatori sul sito:”Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo?
Primo marzo 2010 si propone di organizzare una grande manifestazione non violenta per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società.” Vedi http://www.primomarzo2010.it/.

sabato 20 febbraio 2010

Sommario Rivista Lavoro e Post Mercato n° 79

Lavoro e Post Mercato

Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro

vedi la rivista completa

Rivista n. 79 - del 01-02-10

Sommario

*

Argomento: Laboratorio sociale

Pubblico Impiego: dal 4 Febbraio in vigore le nuove fasce di reperibilità per malattia.

E' stato pubblicato nela Gazzetta Ufficiale del 20 Gennaio 2010 il Decreto Ministeriale 18 Dicembre 2009, attuativo del decreto Legislativo 27 Ottobre n.150:


Rita Schiarea



*

Argomento: Rete sociale

Crisi economica: al via il fondo di garanzia per il prestito ai nuovi nati

Il 18 Gennaio 2010 è stato finalmente pubblicato l'elenco delle banche aderenti all'istituto previsto dall'articolo 4. comma 1 del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni...

Giuseppe Formichella



*

Argomento: Rete sociale

Stragi su strada: una proposta da valutare (un corso obbligatorio di guida sicura)

La notizia di morti sulla strada (sia essa provinciali, statale, superstrada, autostrada) non è più "notizia" degna di rilievo e attenzione

L'attenzione è piuttosto incentrata s...

Diego Piergrossi



*

Argomento: Formazione

I confini incerti della salute e della malattia. Alcune considerazioni sulla scienza medica

In un libro uscito di recente, davvero interessante e per certi versi anche sorprendente, si è preso in esame lo statuto epistemologico della scienza medica e se ne sono esaminate alcune anomalie.

Antonio M. Adobbato


*

Argomento: Evoluzione normativa

Trasporto merci pericolose: firmato il Decreto Legislativo che ridisciplina la materia.

Novità in vista per lavoratori e imprendtori che si occupano di trasporto di merci pericolose. E' stato approvato il 22 gennaio us, il decreto legislativo che recepisce le nuove norme europee in ma...

Pierfrancesco Viola



*

Argomento: Etica e lavoro

Otto per mille: il 15 marzo 2010 scade il termine per la ripartizione

Importante scadenza in tema di otto per mille: il 15 marzo pv scade il termine per la presentazione delle domande dirette alla ripartizione della quota dell'otto per mille dell'imposta sul reddito (IR...

Alba Caiazzo



*

Argomento: Approfondimento

L'esercito dei volontari. Rilfessioni sulla cultura del dono

C'è un “esercito” silenzioso di volontari che si impegna in modo discreto tutti i giorni e da il proprio prezioso contributo a coloro che esprimono necessità di una qualche forma di aiuto, rifuggendo ...

Antonio M. Adobbato

sabato 23 gennaio 2010

Remunerazione del lavoro e utilità sociale


La notizia che è circolata qualche tempo fa sull’utilità di alcuni lavori e sulla giusta remunerazione che spetta o dovrebbe spettare in base all’utilità sociale delle professioni, non ha suscitato particolare dibattito.

Eppure la questione meriterebbe un po’ più di attenzione, visto che va ad intaccare uno dei miti più persistenti rispetto al prestigio e al riconoscimento economico dati al lavoro.
In estrema sintesi, la notizia è questa.
Secondo alcuni economisti inglesi, appartenenti ad un interessante ed indipendente gruppo di ricerca che cerca di modificare il cosiddetto “pensiero unico” dell’economia di mercato, il valore sociale del lavoro che si fa non coincide con il valore economico che usualmente gli si assegna. (1)

Il NEF (New Economics foundation) ha infatti calcolato il valore economico e il valore sociale di alcuni lavori, sei per la precisione, di cui tre pagati molto bene e tre molto poco. (2)
Ponendo a confronto le attività di un addetto alle pulizie di un ospedale e quelle di un banchiere, si avrà come risultato per addetto alle pulizie di dieci sterline di profitto per ogni sterlina di salario, mentre per ogni sterlina guadagnata da un banchiere, ce ne sono sette perdute dalla comunità. Non bastasse questo, valutano ancora gli economisti, i banchieri sono i responsabili di campagne che creano insoddisfazione, infelicità e istigano al consumismo sfrenato. Analogo risultato se si opera un confronto tra un operatore ecologico ed un fiscalista: il primo svolge un’attività benefica per l’ambiente, mentre il secondo danneggia la collettività perché spesso opera per ridurre le tasse dovute dai contribuenti.


Come si vede, i principi di valutazione e le metodologie costruite per operare queste comparazioni fanno esplicito riferimento al valore sociale, ambientale ed economico del lavoro svolto e delle professioni di riferimento

Esaminando il contributo sociale del loro valore si è scoperto che i lavori pagati meno sono quelli più utili al benessere collettivo, ci dicono gli economisti del NEF.

Sembra di ascoltare a distanza di alcuni secoli le paradossali conclusioni che Mandeville ci aveva mostrato ne La Favola delle api (1729).
In quel libello, infatti, si assumeva che le società possono prosperare solo perché l’egoismo e il tornaconto individuale sono alla base delle azioni individuali e che sono ipocrite quelle società che non riconoscono che i vizi sono necessari perché vi siano virtù. (3)
C’è un implicito riconoscimento che molte attività lavorative non solo sono inutili ma addirittura dannose. Il paradosso del ragionamento Mandevilliano sembra rispettato: abbiamo bisogno dei vizi per far risaltare le virtù e per il progresso della società.
Se non per altri meriti, questo studio dovrebbe essere meglio apprezzato almeno per l’idea di fondo che dovrebbe esserci una corrispondenza diretta tra quanto i lavori sono retribuiti e il valore e l’utilità che essi generano per la collettività.


NOTE

1) Vedi http://www.neweconomics.org/. Il documento di cui ci occupiamo qui è al seguente indirizzo: http://www.neweconomics.org/publications/bit-rich.
2) La ricerca analizza nel dettaglio sei lavori diversi, scelti nel settore pubblico e nel settore privato. Tre di questi sono pagati poco (un addetto alle pulizie in ospedale, un operaio di un centro di recupero materiali di riciclo e un operatore dell'infanzia), mentre gli altri tre hanno stipendi molto alti (un banchiere della City, un dirigente pubblicitario e un consulente fiscale).
3) Come scrisse il medico e filosofo olandese, "Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa". Vedi http://www.filosofico.net/mandeville.htm.


Tratto da Rivista Lavoro e Post mercato, n° 77

domenica 20 dicembre 2009

Il lavoro adesso è wiki. E’ on line il portale tematico sul lavoro Wikilabour


Nonostante nel nostro Paese la diffusione della banda larga stenti ad allinearsi agli standard di uso e di accesso di altri paesi europei, l’uso della Rete come strumento di informazione e di aggiornamento si consolida sempre di più.

Un interessante esperimento è stato presentato recentemente a Milano e si chiama Wikilabour (http://www.wikilabour.it/Default.aspx?AspxAutoDetectCookieSupport=1), un portale sindacale (CGIL) che mette a disposizione di tutti coloro che vogliono rimanere aggiornati in ambito giuslavoristico una grande quantità di informazioni, di commenti e di approfondimenti.

L’attività politica e sindacale, si sa, vive di circolazione di informazioni e di analisi; l’idea di usare il web per affermare la propria identità politica e sindacale è alla base della diffusione della Rete sin dai suoi esordi.

L’esperimento che viene presentato a Milano ha come novità principale lo spirito wiki, quello della collaborazione degli utenti esperti che commentano, segnalano e integrano i contenuti “di servizio” offerti dal portale. (1)

L’attivismo sindacale oggi si propone anche così, soprattutto nei confronti di quei soggetti e di quelle realtà lavorative che non vogliono o non possono organizzarsi a tutela dei propri diritti con una presenza fisica o con l’accesso a qualche sede sindacale.
E’ chiaro, tuttavia, che un portale, per quanto ben fatto e ben documentato, non può sostituire integralmente il contatto diretto tra attivisti sindacali e lavoratori. Si tratta, quindi, di un utilissimo strumento di lavoro, una fonte di riferimento per orientarsi in un mare magno di norme o di provvedimenti, di opportunità e di adempimenti che spesso risultano difficili da reperire e da interpretare.

Con questa avvertenza, tutti coloro che hanno necessità di avere informazioni o di aggiornarsi sulle novità legislative possono quindi accedere al portale per conoscere i propri diritti, le varie tipologie contrattuali, le informazioni sulle retribuzioni e sui contributi da versare.

Con la creazione di un profilo individuale, poi, si può accedere a pareri tecnici o a consulenze legali più dettagliate, oltre ad essere abilitati come utenti esperti per offrire eventuali contributi personali.
I contributi degli utenti esperti, infatti, come è nello spirito wiki, fanno parte integrante dei contenuti del sito, in modo che l’offerta sia orientata alla massima chiarezza, completezza e competenza.

Per assicurare il costante aggiornamento dei contenuti, infine, un Comitato dei Garanti composto da docenti universitari ed esperti di diritto, consente sia di mantenere aggiornata l'informazione, sia di controllarne l’autorevolezza scientifica e tecnica.

NOTE
1) Com’è noto, il più importante esempio di collaborazione in Rete e fonte sempre più consultata per gli internauti, è wikipedia, l’enciclopedia gestita e aggiornata dagli utenti (http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale.) L’esperimento, lanciato qualche anno fa tra le perplessità di molti, si è invece rivelato un grande successo.

Tratto da Rivista Lavoro e Post mercato n° 75.

sabato 19 dicembre 2009

Il concetto di salute integrale per la sicurezza sul lavoro. (ultima parte)


Anche il profilo psichico rientra nel novero dei beni da proteggere; anche qui non si sceglie la via della semplice mancanza di patologie psichiche o psichiatriche per definire il raggiungimento della tutela; alla ovvia assenza di malattie psichiche va aggiunto anche l’aspetto positivo, dell’auspicabile pieno soddisfacimento, di quello che si chiama, con una locuzione entrata nel lessico delle organizzazioni lavorative, benessere organizzativo.

Non solo. Alle dimensioni sin qui richiamate, quella fisica e quella psichica, va aggiunta anche quella sociale, la più impalpabile ed indefinibile.

Man mano che ci si sposta dal lato fisico verso quello delle relazioni sociali, la tutela del benessere integrale del lavoratore include il rapporto dell’individuo-lavoratore con altri individui e con i gruppi. Si tratta di una dimensione della tutela più complessa da chiarire e da operativizzare, ma si tratta di una vera e significativa novità concettuale, giuridicamente rilevante.

L’ampliamento del concetto della salute, tradotto nelle sue componenti fisiche, psichiche e sociali, implica un mutamento anche delle relazioni tra datore di lavoro e lavoratori.

Nell’analisi e nella valutazione dei rischi che il datore di lavoro deve compiere, sotto questo profilo acquista maggiore importanza il coinvolgimento dei lavoratori nell’individuazione dei fattori di rischio. Vanno analizzati con sempre maggiore cura quei rischi meno semplici da individuare e da verificare, in particolare quelli relativi agli aspetti di organizzazione e gestione del lavoro, nonché dei contesti ambientali e sociali informali in cui si effettua l’attività lavorativa.

Last but no least, oltre all’ampliamento del concetto di salute sui luoghi di lavoro, va sottolineata l’intrinseca natura di processualità per le analisi dei rischi.
Un documento di valutazione dei rischi non è un adempimento e basta. Non è solo un elenco dei rischi, magari circostanziato ed esauriente. Deve essere soprattutto un documento condiviso e continuamente revisionato ed adeguato alle realtà concrete.
Così come la salute è da intendere come una condizione dinamica e complessa del benessere individuale e collettivo, allo stesso modo le analisi e le prescrizioni presenti in questi documenti di valutazione devono tener conto delle evoluzioni e delle specificità di ogni contesto lavorativo

martedì 8 dicembre 2009

Il concetto integrale di salute nella sicurezza sui luoghi di lavoro. (prima parte)


Come ci ricorda spesso la cronaca, con il continuo riproporsi di tragici incidenti sul lavoro, Il tema della salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro è uno di quelli che occorrerebbe affrontare, oltre che con il doveroso impegno della denuncia, sempre più in termini di prevenzione e di misure organizzative adeguate.

Numerose discipline e studi specialistici, come l’ergonomia, lo studio dei sistemi organizzativi, la psicologia del lavoro, ecc. si sono negli ultimi tempi sempre più affiancate al legislatore nel proporre un adeguamento della nozione di salute, ampliando e precisando in modo considerevole la definizione del bene giuridico da proteggere nella fattispecie della sicurezza sul lavoro.

Come previsto dal Decr. Leg.vo 81/08, Il datore di lavoro è responsabile, oltre che della sicurezza fisica di base dei propri dipendenti, anche della salute mentale e sociale dei propri dipendenti e deve adeguare la propria competenza, accrescendo le proprie conoscenze in materia, alla luce del nuovo “bene giuridico da proteggere”. (1)

Egli dovrà gestire il suo potere decisionale, peraltro, con una mutata e specifica definizione di “salute” (art. 2, c.1, lett. o), alla quale il datore di lavoro dovrà prestare interesse particolare poiché essa è da intendere come uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.

Il nuovo dettato legislativo, ampliando in modo significativo la nozione di salute, ci offre una interessante e preziosa opportunità di stabilire con precisione il bene giuridico da proteggere. (2)

La nuova formulazione, peraltro, ci conduce a riflettere su alcune conseguenze significative.

In primo luogo, la salute, presa in considerazione nella recente formula, è, infatti, una condizione, vale a dire una situazione personale e collettiva sul lavoro che deve permanere nel tempo.
Questa condizione, come ci chiarisce la definizione in esame, non consiste, secondo un’interpretazione minimalista sin qui prevalente, “solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.

In secondo luogo, se sospendiamo per un momento la disquisizione in punta di diritto sui profili di responsabilità del datore di lavoro in ordine alla sicurezza lavorativa,
Il mantenimento di tale condizione è, evidentemente, pur sempre rilevante, ma non
sufficiente a rendere il datore di lavoro esente da eventuali responsabilità;

Infatti, lo stato di salute considerato degno di protezione è quello del “completo benessere”.
Il grado della salute, la condizione di benessere, che il legislatore chiede che sia perseguito, corrispondono all’appagamento e alla soddisfazione, beninteso relativamente alla sola vita lavorativa;

La dimensione della salute nel suo dato più elementare, vale a dire nel suo aspetto fisico, continua a rappresentare una categoria essenziale da proteggere. Ma la tutela innanzitutto fisica è da perseguire, secondo la nuova nozione, ad un livello elevato, rappresentato, come si è detto prima, da “pieno appagamento”.

(continua)

NOTE
1) Secondo il DLgs 81/08, all’art. 2, c. 1, lett. b), infatti, il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.
2) Come esplicitato nello stesso Decr. Leg.vo n. 81/08: “l’oggetto” da proteggere con la disciplina citata è rappresentato, proprio da quanto espresso nell’art. 2, c. 1, lett. o), la “salute”. Questo concetto di salute è frutto delle oramai celebre definizione data dall’OMS nel 1948 nel suo Statuto. Da notare che ci sono voluti sessant’anni per accoglierlo come criterio guida, nonostante i dibattiti che da diversi anni esistono intorno a questa definizione. Riandando alla storia, è solo dal ‘700 che abbiamo una medicina scientifica, che richiama il metodo di Ippocrate dell’osservazione. Il modello bio-medico, nato insieme alla società industriale, si occupa più della patologia, delle malattie, che non della salute e delle condizioni materiali e lavorative delle popolazioni. E’ solo negli ultimi decenni che si è affacciato il concetto di salute globale, che porta con sé un modello di salute abbastanza diverso da quello conosciuto sin qui e che intende l’individuo come unità psicofisica e non come portatore di singoli organi. Inoltre, acquista rilevanza maggiore l’interazione con l’ambiente circostante, anche nell’eventualità di un ricorso sempre più intenso alle cure genetiche e agli interventi sul DNA. E’ dal rapporto dinamico tra codici genetici ed ambiente che si profila l’esigenza di un nuovo modello di salute.

domenica 6 dicembre 2009

Un rapporto Eurostat sulle condizioni materiali di lavoro.


Le statistiche intorno agli incidenti sul lavoro o, come sarebbe meglio dire, in occasione di lavoro, sono abbastanza note anche al grande pubblico.

Sono meno conosciute, invece, quelle sui problemi generici di salute, legati al benessere generale, alle condizioni psicofisiche o allo stress.

Secondo uno studio di Eurostat pubblicato di recente (1), e che mette a confronto le condizioni materiali di lavoro degli europei, le cifre che emergono intorno al disagio o ai problemi di salute sui luoghi di lavoro sono abbastanza significative, visto che interessano un numero molto ampio di cittadini europei.

Molti lavoratori europei, infatti, si ritrovano a fare i conti con problemi di salute collegati alle attività quotidiane sul lavoro. Nel complesso, queste problematiche parrebbero coinvolgere più di un europeo su dieci. Sono infatti venti milioni quelli che hanno avuto problemi di salute negli ultimi dodici mesi e quasi sette milioni quelli che hanno avuto un incidente. I dati, come si diceva, sono quelli del monitoraggio effettuato dalla divisione di Eurostat che si occupa dei temi legati alle popolazioni e alle condizioni sociali.

La sofferenza psicofisica prevalente, riguarda le ossa, le articolazioni e i muscoli. In testa a questa particolare classifica dei dolori, ci sono quelli alla schiena. Altrettanto diffusi sono i problemi relativi a collo, spalle, braccia e mani.

Lo stress, la depressione e gli stati di ansia pare che colpiscano soprattutto le donne: più del 15 per cento. I problemi agli arti inferiori colpiscono circa il 10% dei lavoratori. Quelli cardiaci e al sistema circolatorio riguardano circa il 5 per cento dei lavoratori e sembrano coinvolgere di più gli uomini.

Dai dati di Eurostat, poi, risulta abbastanza evidente che l’insorgenza di questo tipo di problemi aumenta al crescere dell’età. E questo dovrebbe far riflettere anche tutti i difensori dell’allungamento dell’attività lavorativa.
Nella classe dei lavoratori tra 25 e 34 anni i casi sono tutti in una soglia da considerare fisiologica, al di sotto del 6 per cento.
I lavoratori e le lavoratrici che invece ricadono nella fascia d’età tra 55 e 64 anni la quota di chi fa i conti con queste problematiche di salute, raddoppia.
----------------
Note

Vedi http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/health/documents/tables.pdf.

sabato 19 settembre 2009

Cittadini e Pubblica Amministrazione: come misurare i servizi resi dalla PA


La Pubblica Amministrazione e i dipendenti pubblici, si sa, non godono di buona stampa.
La reputazione complessiva dell'amministrazione pubblica, diventata facile bersaglio del ludibrio e della riprovazione generali, si può considerare al minimo storico.
Quanto nei luoghi comuni ci sia un granello – o più – di verità, lo stabiliranno i lettori.

Viene subito opportuno precisare che una realtà che comprende milioni di persone e centinaia, se non migliaia, di realtà amministrative diverse tra loro, difficilmente può essere liquidata con un giudizio dettato da impressioni estemporanee e soggettive.
Le accuse di fannullonismo lanciate con grande “vis polemica” da autorevoli cattedratici e uomini di Governo, toccando un nervo scoperto nell'opinione pubblica, si sono trasformate nella facile ricerca di un capro espiatorio, come se la PA, presa nella sua generica e indistinta interezza, fosse uno dei mali più gravi per questo nostro disgraziato Paese.
Oltre alla semplice constatazione che si predilige il giudizio sommario, inarticolato, che non prende in esame le diversità istituzionali e territoriali e che offrono delle amministrazioni pubbliche un'immagine più mossa e in chiaroscuro del semplicistico ritratto caricaturale che piace a molti e raccoglie così tanti consensi, ci sarebbe da considerare la centralità dell'amministrazione pubblica nella vita di tutti i cittadini.

E allora invitiamo tutti a tornare ai “fondamentali”, come si dice.
Cosa fa la PA?
Per andare all'essenziale, e per renderlo chiaro davvero a tutti, rende possibile l'esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti.
Tutti gli ambiti vitali e tutti i più importanti avvenimenti che riguardano la vita concreta di tutti i cittadini sono direttamente o indirettamente legati all'attività delle varie amministrazioni pubbliche istituite per questo scopo.
Lavoro, salute, istruzione, giustizia, mobilità, sostegno in caso di bisogno, ecc. sono i settori in cui si muovono le varie “macchine amministrative”, più o meno efficienti, e tutte con la “mission” di rendere possibili e praticabili dei diritti e dei doveri che, altrimenti, resterebbero inespressi e inapplicati.

In tempi di crisi e di bilanci pubblici magri, si chiede giustamente da più parti di ridurre sprechi e duplicazioni di funzioni e, dall'altro, di rendere più trasparenti e comprensibili le azioni amministrative, considerate non sempre a torto come autoreferenziali e attente più agli aspetti formali che a quelli sostanziali.
Spesso si dimentica, però, che gli stessi critici affilati che oggi mettono alla frusta l'intera PA, sono spesso gli stessi che hanno redatto le norme di funzionamento delle realtà amministrative. Inoltre, sono coloro che ne nominano i vertici i quali, almeno sulla carta, sono i responsabili del malfunzionamento della macchina.

Infine, per completare il quadro delle richieste che sono indirizzate alla PA, va citato il sempreverde argomento del “render conto”: quale rapporto c'è tra input ed output, tra risorse investite e servizi resi alla collettività? E soprattutto: quanto costano? E ancora: per i cittadini è possibile avere un'idea della qualità dell'azione amministrativa in modo da valutare i servizi pubblici e quanto la PA restituisce al contribuente in termini di servizi e risposta ai bisogni?

Un passaggio interessante, e un tentativo di dare una risposta seria e circostanziata a tutte queste domande è emerso recentemente al Forum PA, dove è stata presentata una ricerca appunto sulla misurazione delle performances della Pubblica Amministrazione.
Si tratta dei primi risultati di un progetto commissionato dal Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie denominato “MisuraPA”(1) che ha in prima battuta l'obiettivo di rendere conoscibili alcune misure che rappresentano l’azione della pubblica amministrazione nei diversi settori di policy.

Possiamo definirlo come un aggregatore, come fanno alcuni software per le notizie in rete prese da varie fonti.
Non si tratta di rilevazioni statistiche ad hoc, ma della raccolta di indicatori che già esistono perché rilevati da altri Osservatori istituzionali - Istat, Ministeri, stakeholder, istituti di ricerca - e che spesso sono dispersi in una molteplicità di luoghi o semplicemente non divulgati.
L’idea di fondo di MISURAPA è in fondo abbastanza semplice: per sapere se la Pubblica Amministrazione ha delle performances accettabili, se sono comparabili tra loro e se col tempo migliora o peggiora la qualità dei servizi resi al cittadino, si fissano alcuni parametri sulla cui base si avvia un percorso di misurazione e di valutazione.

Il sistema scelto è quello delle cosiddette 100 misure. Si individuano dieci settori sensibili della PA e per ciascuno di questi settori si individuano dieci indicatori utili come parametro di riferimento per stabilire le cosiddette eccellenze o benchmark. In questo modo si può stabilire se le performances misurate sono variate nel tempo e, cosa ancora più rilevante, si stabilisce una comparazione relativa tra sistemi regionali differenti.
I settori chiave in cui sono state identificate le 100 misure sono stati scelti in funzione della rilevanza per il cittadino, della possibilità di tradurre i risultati in indicatori e della disponibilità di dati aggiornati.
Sulla base di questi criteri i settori scelti sono: AMBIENTE, COMPETITIVITA’, GIUSTIZIA, ISTRUZIONE, LAVORO, MOBILITA’, SALUTE, SICUREZZA, WELFARE, QUALITA’ DELLA VITA.

Gli indicatori sono stati scelti in base agli aspetti rilevanti e di interesse immediato per i cittadini.
A titolo esemplificativo, prendiamo in esame il settore LAVORO. Gli indicatori rielaborati per questa ricerca sono relativi alle dimensioni della disoccupazione, alla partecipazione al mercato del lavoro, all'incontro tra domanda ed offerta, all'inserimento lavorativo, al collocamento mirato, all'innovazione per i servizi all'impiego, agli aspetti di legalità ed emersione del lavoro illegale, alla sicurezza sul lavoro, alla partecipazione alla formazione continua e alla precarietà occupazionale.
Da una comparazione tra le varie regioni su questo tema, emerge come al solito la frattura tra Sud e Centro-Nord. Trentino e Umbria risultano le regioni in cui le politiche per il lavoro risultano più efficaci, mentre in Calabria, Campania, Sardegna e Sicilia, si ottengono scarsi o insufficienti risultati.

Come si vede, si tratta di una sistema metodologicamente strutturato e che potrebbe essere esteso anche ad altri settori. Certamente si tratta di analisi meno impressionistiche e umorali di quelle che normalmente arrivano a conoscenza dell'opinione pubblica.
Oltretutto, in vista dell'annunciato e imminente sistema federale che dovrebbe a breve interessare il nostro sistema istituzionale, diventa oltremodo utile conoscere le diverse realtà amministrative e avviare un'opera di comparazione tra le varie realtà territoriali.

------
Note

1)Vedi il Portale all'indirizzo http://www.misurapa.it/ . Questa ricerca è stata commissionata al Consorzio Nuova PA, costituito da Forum PA e Lattanzio e Associati. Vedi anche
http://saperi.forumpa.it/files/documents/file/portal/docs%20NuovaPA/Brochure_consorzio.pdf

sabato 22 novembre 2008

Lavorare stanca? Pratiche e significati del lavoro


Capita spesso che nella vita quotidiana, incontrando persone nuove, ci si presenti agli altri con il proprio nome e, come capita di consueto, si informino i nuovi conoscenti del lavoro che si fa per vivere. Sono scene usuali e ci sembra del tutto naturale aspettarsi anche un commento sul lavoro che si fa e che l'altro ha dichiarato di fare. Perché ci sembra così naturale, appunto?

Quando si parla di lavoro si dovrebbe anche considerare che intorno ad esso e ai significati che gli sono stati attribuiti nel corso della storia si sono svolte battaglie culturali e politiche di primaria importanza e che al suo capezzale molti medici si sono pronunciati con diagnosi differenziate, spesso contrastanti. La storia delle idee testimonia come i vari pensatori che hanno focalizzato l'attenzione sul lavoro hanno sempre riconosciuto l'importanza e la centralità del lavoro per l'esistenza degli individui, anche se l'aspetto privilegiato è stato di gran lunga quello della querelle, mai risolta del tutto, della supremazia del lavoro intellettuale su quello manuale, traduzione materiale della superiorità della vita contemplativa sulla vita attiva. Anche la distinzione attualizzata della diversità del lavoro immateriale rispetto a quello materiale, testimonia come alcune concezioni sopravvivano anche nella nostra epoca che si configura, in prima battuta, come un'epoca in cui convivono aspetti arcaici, moderni e post moderni del lavoro.
In modo simile si ripresenta il dualismo tipico tra tempo di lavoro e tempo libero, all'origine inteso come tempo liberato.(1)

E' evidente, sulla base di questi brevi accenni, che il lavoro non è solo fatica e che nel suo dispiegarsi nel corso della storia si riflettono e si strutturano le relazioni umane, individuali e collettive.

Nella cultura classica, greca e romana, il lavoro fu associato ad uno stato di necessità, se non addirittura di pena e di fatica. Per la nostra sensibilità, invece, oltre ad essere un “percorso” obbligato per la sopravvivenza materiale, si è via via aggiunta, ma sarebbe meglio dire giustapposta, la concezione che si potesse provare piacere nell'attività lavorativa o addirittura che il lavoro potesse rappresentare un sistema di realizzazione personale.

La remunerazione del lavoro, su cui continuano ad affannarsi economisti, politici, sindacalisti, legislatori, si sdoppia proprio per inseguire questa duplice natura dell'attività lavorativa, connotandosi come retribuzione e come reputazione, riconoscimento economico e realizzazione personale.

Nell'età moderna, come ci ha insegnato Weber, è stata la cultura protestante a promuovere l'etica del lavoro, visto come strumento in grado di superare la condanna del peccato originale e idoneo a manifestare nella storia l'espressione e la realizzazione dei talenti donati da Dio. (2)
Solo nella sua ultima fase, con l'accentuarsi della divisione sociale del lavoro, ci si è staccati da questa concezione, e l'etica individualistica ha posto l'accento sulla soddisfazione e sulla gratificazione personale, generando l'idea del lavoro adatto a ciascuno e in relazione ai talenti personali.
Questa diversità di concezione modifica anche il concetto di tempo libero, un tempo non più così rigidamente separato dal lavoro ufficiale e invece posto quasi come modello per l'attività lavorativa, alla quale si chiede di essere il più simile possibile al tempo libero, per estrarne il valore di realizzazione e di compimento.

Quale lavoro si fa, come lo si fa, diventa un metro di misura della realizzazione individuale e per l'intera società. E' l'attuale divisione del lavoro sociale, con i problemi derivanti dalle diseguaglianze di accesso alle risorse materiale e intellettuali, a rendere drammaticamente irrisolta la tensione tra remunerazione e gratificazione. Differenziare e specializzare le attività, con l'aumento del fattore tecnico, se fa crescere la produttività e il valore del lavoro, come già aveva detto A. Smith, comporta anche un aumento esponenziale di lavori ripetitivi e alienanti, a fronte di un numero sempre più esiguo di lavori appaganti. Questa continua separazione tra lavoro appagante e lavoro di sopravvivenza, derivante dalla diseguale distribuzione del lavoro, è all'origine di molti problemi del mondo del lavoro, ivi compresa la tanto discussa questione della flessibilità e precarietà del lavoro, a seconda che si voglia sottolineare il senso di libertà e di opportunità di crescita professionale (flessibilità) o che invece si vogliano evidenziare gli aspetti più drammatici di un'occupazione a tempo determinato senza diritti e senza prospettive (precarietà).
A questo proposito, per venire ai dibattiti più prossimi a noi sulla forma che sta prendendo il “mercato del lavoro”, ci sarebbe da chiedersi se è davvero accettabile che i giovani, la parte più attiva e creativa della collettività, sia costretta in una condizione lavorativa connotata in modo così marcato come priva di speranza e di realizzazione personale.

Una sistema sociale autenticamente democratico non può e non deve disinteressarsi della qualità del lavoro e dovrebbe preoccuparsi di organizzare servizi sociali e formazione scolastica tali da distribuire equamente le opportunità di accesso e non a seconda della classe o del ceto culturale o professionale di appartenenza. Deve essere offerta una maggiore attenzione sulle condizioni materiali di partenza e si deve cercare di offrire maggiori opportunità per i giovani di aspirare ad un lavoro dignitoso e soddisfacente, invece di una realtà in cui spesso si scambia una fatica a tempo con la disponibilità a racimolare qualche soldo per sopravvivere. (3)

Per molti la prospettiva è di avere un'attività lavorativa mal remunerata, deprofessionalizzata e sottoposta ai ricatti e ai capricci della contingenza economica e dell'umore del datore di lavoro; per alcuni, pochi, la possibilità di avere un lavoro prestigioso e significativo (conquistato magari con favoritismi o clientele).

E' davvero preoccupante questa generale svalutazione del lavoro, della formazione e della cultura, se si pensa ai tanti interessati dibattiti sulla produttività e sul merito che riempiono “le gazzette”. L'esito di questo percorso, se non corretto, perverrà ad una società ancora più diseguale, più escludente, più ingiusta.

_________________

Note
(1)Cfr. F. De NARDIS, L’irreversibilità del moderno, SEAM, Roma, 2001. Vedi anche F. JAMESON, Il postmoderno e la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano, 1989.Interessante lo studio di C. SPARACO che tratteggia un percorso filosofico e culturale sul confronto tra moderno e postmoderno: C. SPARACO, Postmoderno tra frammentarietà e urgenza etica, in Dialeghestai, 2003. Reperibile alla URL: http://mondodomani.org/dialegesthai/cs01.htm.
Sul rapporto tra vita attiva e vita contemplativa vedi H. ARENDT, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 1997.
(2)Vedi il fondamentale saggio di M. WEBER, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Einaudi, Torino, 1976. Sulla divisione sociale del lavoro vedi E. DURKHEIM, La divisione del lavoro sociale, Einaudi, 1999 e K. MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1980.
(3)Vedi l'interessante lavoro di S. BOLOGNA, Ceti medi senza futuro, Derive Approdi, Roma, 2007. L'A. ha esplorato con acume i nuovi lavori autonomi e le nuove forme di soggettività che ne scaturiscono. V. anche AA.VV., Condizioni e identità nel lavoro professionale, Derive Approdi, Roma, 2008. reperibile anche in rete sul sito www.deriveapprodi.org.

domenica 26 ottobre 2008

Il lavoro di nuovo sullo schermo: la sicurezza sui luoghi di lavoro alla 65° Mostra di Venezia


Ci sono voluti troppi morti perché il mondo della cultura e il cinema si accorgessero di nuovo del mondo del lavoro.Adesso il cinema sembra rispondere agli appelli lanciati dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano sin dal 2006 e alle tante richieste di non dimenticare dopo le stragi sul lavoro di Torino alla Thyssenkrupp, di Marghera, di Genova, di Molfetta e di tutti quelli che con un atroce stillicidio scandiscono i numeri di una ecatombe silenziosa. Sembra ritornare, almeno in alcune operazioni culturali, e con le dovute cautele dovute al contesto sociale completamente cambiato, quello spirito della cultura impegnata, engagée, che aveva contraddistinto per alcuni decenni il cinema italiano nell'immediato dopoguerra, innervato di passione civile e di sensibilità ai problemi sociali. Al cinema, come alla letteratura, si assegnava un compito educativo, pedagogico, come a tentare un legame realtà-rappresentazione-trasformazione, con l'esplicita intenzione di partecipare al generale movimento di ricostruzione e di rinascita dopo l'esperienza del fascismo e della guerra. (1)
Film come “Ladri di Biciclette” (1948 - De Sica), sul tema della disoccupazione e della povertà o “Rocco e i suoi fratelli” (1960 -Visconti), sul tema dell'immigrazione interna in Italia, per citare due tra i più celebri, e che descrivono la parabola del movimento neorealista dall'inizio alla fine del suo percorso, sono i capofila di un nutrito gruppo di opere che avevano portato la realtà sociale più difficile e controversa sul grande schermo, compiendo un'operazione culturale di grande prestigio e di grande influenza sulla società italiana.
Tornando al tema della sicurezza sui luoghi di lavoro, così come si è diffuso nell'opinione pubblica un segno di attenzione e di sensibilità intorno ad un tema colpevolmente dimenticato, rimosso per troppo tempo dalla coscienza collettiva, anche il mondo del cinema torna ad interessarsi della realtà e dei problemi della sicurezza sui luoghi di lavoro, riportando fuori dal cono d'ombra dei mezzi d'informazione la condizione durissima in cui si trovano molte realtà lavorative, tra precarietà e insicurezza.Inoltre, a testimonianza di un nuovo clima di interesse intorno a questo tema, come a voler operare più nella sfera simbolica e culturale che in quella normativa, l'associazione “Articolo 21 Liberi di” ha presentato l'iniziativa ” Carovana per il lavoro sicuro”, coordinata da Cesare Damiano, ex Ministro del Lavoro, e che ha avuto l'adesione di molte personalità del giornalismo e della cultura.Si tratta di un viaggio che unisce varie iniziative che coinvolgeranno il mondo del cinema, della musica, del teatro e del giornalismo e che farà tappa nei luoghi dove si sono consumate alcune stragi sul lavoro, da Torino a Marghera, da Molfetta a Campello sul Clitunno. “L'obiettivo dell'iniziativa, ha precisato Damiano, non è solo di commemorare queste tragedie ma anche di mettere in rete come punti simbolici questi luoghi e ribadire che non bisogna abbassare la guardia rispetto alle morti bianche e agli infortuni.”(2)
La Carovana per il Lavoro sicuro è partita i primi di settembre e durerà fino a dicembre.Tra le tappe previste c'è stata anche la mostra del Cinema di Venezia, che ha dedicato quest'anno una sezione al fenomeno delle morti bianche.(3)
Proprio nel corso dell'ultima Mostra di Venezia, giunta alla sua 65° edizione, sono stati presentati due film ( ma sarebbe meglio dire due docu-fiction), dedicati esplicitamente a questo tema.Il primo di essi, del regista Mimmo Calopresti, calabrese, famiglia operaia alla Fiat di Torino, dal titolo significativo “La fabbrica dei tedeschi”, è stato presentato alla sezione Orizzonti il 4 settembre 2008 come evento speciale, per sottolineare l'urgenza e l'importanza del tema della sicurezza.In questo film-documentario, in cui sono compresenti elementi di fiction e materiali d'archivio, si ricostruisce l'ultimo giorno di lavoro prima dell'incendio alla Thyssenkrupp di Torino che costò la vita a sette operai nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Con un prologo interamente di fiction, si mescolano in questo emozionante lavoro le interviste di repertorio ai parenti delle vittime, ai vigili del fuoco, ai sopravvissuti e la recitazione di attori e attrici famosi che nel film interpretano familiari e colleghi delle vittime.Come ha dichiarato lo stesso regista alla conferenza stampa, “la sicurezza nei luoghi di lavoro è un'utopia per cui vale la pena di battersi. Ho sentito un impeto fisico davanti alla tv, mentre quei ragazzi morivano. Dovevo fare qualcosa, andare lì per stare vicino a loro: alle madri, alle mogli, ai sopravvissuti.(...) A me mancano molto gli operai, quel mondo di personaggi con stipendi di m....(sic!) e condizioni di lavoro dure, mancano nel dibattito politico quasi sempre inutile, nel ping pong delle dichiarazioni, mancano sui giornali troppo pieni di gossip. Vicende come quella della Thyssenkrupp, che pure accadono spesso, trovano posto solo il giorno della tragedia.”Il cinema, ha precisato Calopresti, “ci porta dentro la realtà in maniera potente, più di qualsiasi altro mezzo” [sono un] cineasta che crede in questo mezzo per elaborare il dolore, per emozionare.”(4)
Il film, oltre che in distribuzione nelle sale, sarà trasmesso in tv in esclusiva su La 7, l'8 dicembre prossimo, all'interno di una puntata speciale de 'L'Infedele' di Gad Lerner.
Il giorno dopo, il 5 settembre, è stato presentato “Thyssen Krupp Blues”, opera di Pietro Balla e Monica Repetto. Le riprese di questo film documentario sono iniziate alcuni mesi prima della tragedia del 6 dicembre 2007. L'intento degli autori era quello di raccontare la città di Torino e la rinascita della Fiat dopo una lunga crisi. Cambiando in corso d'opera, il documentario che voleva essere il racconto della crisi e della ripresa di due aziende storiche, Fiat e Bertone, si trasforma nella cronaca di una tragedia annunciata.Il protagonista di questo documentario è Carlo Marrapodi, operaio, che, insieme ai suoi colleghi ed amici, racconta storie semplici di gente semplice, alle prese con turni massacranti e condizioni di lavoro durissime. Ma malgrado le denunce e gli appelli, nella linea 5 dell'acciaieria, in un terribile rogo, si compirà la tragedia, la morte di sette operai. Il titolo del film, dicono gli autori, è perchè tutta questa “storia ricorda un blues: melanconica, dove nessuno ha ragione, a parte quelli che sono morti. E' una storia tristissima che sottolinea la necessità delle cose che mancano, con un andamento straziante e senza nessuna possibilità di recupero.(...) E poi è una storia che potrebbe succedere a chiunque, il protagonista è un ragazzo trentenne, normale, felice che improvvisamente di fronte alla morte, per la prima volta, tocca con mano una tragedia che non ha possibilità di essere risolta, che rappresenta la fine.”Come si vede anche dal tenore delle dichiarazioni degli autori, sembra riemergere, pur se in vesti differenti rispetto al movimento neorealista, l'idea che l'espressione artistica possa contribuire a gettare luce su problemi sociali gravi e che possa contribuire a creare maggiore sensibilità e stimolare interventi intorno ad eventi che riguardano le condizioni materiali di vita di milioni di persone.C'è da augurarsi che il sistema distributivo cinematografico dia la possibilità a queste due opere di circolare e di essere viste dal maggior numero possibile di spettatori, ricavando almeno un posticino accanto ai più scanzonati cinepanettoni.
___________________
Note
(1)Vedi
http://www.italica.rai.it/cinema/index.htm. Per inquadrare il neorealismo in letteratura, cfr. C. Muscetta, Realismo, neorealismo, controrealismo, Garzanti, Milano, 1976.
(2)Vedi
http://www.articolo21.info/notizia.php?id=7288.
(3)Vedi
http://www.labiennale.org/it/cinema/
(4)Il film, oltre che in distribuzione nelle sale, sarà trasmesso in tv in esclusiva su La 7, l'8 dicembre prossimo, all'interno di una puntata speciale de 'L'Infedele' di Gad Lerner.Vedi anche il sito dedicato alla rassegna cinematografica Cinema &/è Lavoro che si tiene a Terni dal 14 al 18 ottobre 2008, dove ci sarà anche la carovana per il lavoro sicuro:
http://www.cinemaelavoro.com/

venerdì 22 agosto 2008

Sicurezza e allarme sociale: dati a confronto in una ricerca Censis


In questo torrido clima agostano, con gli italiani a casa perché non possono permettersi una vacanza, intontiti dal caldo e abbattuti dal caro vita, ecco almeno una lieta notizia: ci sentiamo tutti più sicuri da quando abbiamo i soldati per strada, intenti a pattugliare con occhio vigile e con cipiglio marziale e pronti ad intervenire ad ogni turbativa dell'ordine pubblico.
A parte la preoccupazione provocata da una svolta securitaria di cui davvero non si sentiva la necessità, e il senso di spot pubblicitario per un provvedimento di dubbia efficacia, davvero, ci chiediamo, non era più opportuno che le risorse investite in questa campagna militare (61 mln di euro) fossero destinate a scopi migliori?
Chiunque si accosta alle ricerche nel campo della percezione delle insicurezze e dei problemi sociali ritenuti più rilevanti dall'opinione pubblica, sa bene, infatti, che la presenza di militari per la strada innesca un peculiare meccanismo percettivo. Il pattugliamento dei soldati insieme ai poliziotti o ai carabinieri, infatti, evidenzia la gravità di una situazione emergenziale, resa palese proprio dall'uso di soldati in assetto di guerra. Si costruisce, in questo modo, un meccanismo che si autoalimenta: se la situazione è così grave da avere necessità di schierare dei soldati per le strade, è abbastanza consequenziale pensare che il loro numero sia inadeguato a garantire un vero presidio del territorio. Ne viene una nuova richiesta di maggior sicurezza e quindi di un maggior numero di soldati....
Questo tipico meccanismo, d'altra parte, non tiene conto dei dati di realtà o della reale efficacia di una decisione di questa fattura. Un dato che sfugge a molti riguarda, tanto per citarne uno, il numero di addetti alle forze dell'ordine in Italia: in rapporto alla popolazione, abbiamo la più elevata percentuale di addetti dei paesi più avanzati. Dobbiamo ritenere che le forze dell'ordine non siano capaci di garantire la sicurezza e per questo si ricorre ai soldati? (1)
Altro dato di realtà che molti dimenticano, o addirittura non rilevano, è che l'uso di militari nell'operazione Vespri Siciliani degli anni '90, impiegava per la gran parte militari di leva.(2) D'altronde le campagne d'informazione degli ultimi mesi hanno sempre posto la questione della sicurezza ai primi posti dell'agenda politica, preparando il campo a decisioni discutibili, come l'uso dell'esercito per compiti di ordine pubblico, l'uso di armi in relazione alla pubblica sicurezza anche ai vigili urbani, ecc. , come se si volessero esorcizzare problemi e questioni di ben altra natura e bisognosi di interventi non meramente repressivi, come la microcriminalità o i problemi legati alla mancata integrazione degli extracomunitari.
Ancora una volta, quindi, le operazioni di agenda setting, quella che nel campo della comunicazione massmediatica si connota come la lista degli argomenti all'ordine del giorno, mettono sullo sfondo questioni problematiche e gravi, come è recentemente accaduto a proposito di una ricerca Censis relativa ai morti sul lavoro.
Anche in questo caso, si preferisce non far caso alle cifre, inseguendo l'emergenza del momento, tipico costume italico.Un dato che il Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS) ha presentato all'opinione pubblica, e che non ha avuto i riscontri dovuti, riguarda il calo del numero di omicidi negli ultimi anni nel nostro paese e il “sorpasso” dei morti sul lavoro rispetto alle morti violente. (3)
Operando anche un raffronto con i principali paesi europei, l'autorevole istituto di ricerca ha messo in luce come il numero di omicidi sia più basso che in altri paesi d'Europa, mentre i morti sul lavoro sono il doppio degli omicidi e i morti sulle strade, in una tragica mattanza che falcia oltre 5000 vite all'anno, sono in relazione di 1 a 8. Sulla base dei dati elaborati dal Censis, gli omicidi sono passati da 1042 casi registrati nel 1995 ai 663 nel 2006 (-36,4%). (4)
Sono numeri imponenti ma sensibilmente più bassi dello spaventoso tributo pagato dai lavoratori in termini di vite umane: nel 2007 sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 in infortuni «stradali», ovvero lungo il tragitto casa-lavoro («in itinere») o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).I decessi - e il senso di impotenza - aumentano in modo parossistico se si guardano le cifre delle vittime per incidente stradale. Nel 2006 in Italia i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Gran Bretagna (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). (5)
Eppure il peso che si assegna a queste cifre in tema di politiche della sicurezza non tiene conto né dell'utilità, considerandone i costi sociali ed economici, né dell'aspetto etico, con i suoi pesanti tributi in termini di perdita e di lutti, né dell'adeguamento del concetto di sicurezza di fronte al tipo di rischi che si corrono in un paese che aspira al rango di potenza europea.
Come dice Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, presentando questi dati, “gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti. Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale, e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli.Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così».Se proprio si devono impiegare i militari, mandiamoli a vigilare nelle fabbriche e nei cantieri, visto che i numeri degli incidenti mortali sul lavoro sono quelli di una guerra. Quanto agli incidenti stradali, forse non basta neanche un esercito a modificare le abitudini del popolo degli automobilisti e di un sistema di trasporti che si può definire autocentrico.
__________________
Note

(1) In Italia sono oggi impegnati nelle forze dell'ordine un totale di circa 280.000 uomini, di cui 101 mila appartenenti alla Polizia di Stato, 108 mila all'Arma dei carabinieri e 64 mila alla Guardia di finanza, con una media nazionale di un operatore di polizia ogni 450 abitanti. A questi vanno aggiunti i circa 60 mila addetti alla polizia municipale, ai quali può essere affidato, tra l'altro, anche il compito di effettuare vigilanza e controllo del territorio. Con la polizia municipale il numero degli addetti sale a 333 mila unità, con una conseguente ripercussione, com'è ovvio, anche sul rapporto medio. (Dati del Ministero dell'Interno).
(2)L'operazione Vespri Siciliani si è tenuta in Sicilia dal 25 luglio 1992 all'8 luglio 1998, a seguito dell'assassinio dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte, avvenuti nel 1992.Com'è noto, l'esercito italiano, da qualche anno, è un esercito sostanzialmente di professionisti. I compiti istituzionali dell'esercito, in una repubblica democratica come l'Italia, stabiliti dall'art. 11 della Costituzione, dovrebbero riguardare la salvaguardia delle frontiere e le missioni di peacekeeping, adeguatamente votate ed autorizzate dal Parlamento.
(3)Vedi http://www.censis.it/.
(4)Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 casi in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000).(5) Gli altri Paesi europei hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era «maglia nera» in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. Nel 1995 in Francia i morti sulle strade erano 8.892, ridotti a 8.079 nel 2000, per poi decrescere ai livelli attuali. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.