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sabato 28 marzo 2009

Usi e significati del termine globalizzazione (ultima parte)


Dopo aver dato qualche elemento per orientarsi nella descrizione di un fenomeno difficile da circoscrivere e sfuggente a molte categorie analitiche, c'è da chiedersi, per riprendere un punto importante della discussione in corso, se siamo di fronte ad un evento del tutto nuovo, che si è andato concretizzando negli ultimi anni in virtù della coincidenza di alcune prepotenti innovazioni politico-tecnologiche, oppure lo stadio attuale è solamente una fase di un processo che data da diversi secoli e che ha conosciuto solamente una impressionante accelerazione?

A qualsiasi ambito si applichi (economico, delle comunicazioni, ecologico, etc.) questo rimane un quesito chiave nel dibattito in corso.
Sarà opportuno richiamare qui alcune"visioni" della globalizzazione, in modo da offrire un terreno comune di discussione.

Tra i sostenitori dell'idea che la globalizzazione rappresenti un processo di lunga data vi è uno dei primi analisti del fenomeno, I. Wallerstein, neomarxista, al quale va attribuita l'idea di “sistema-mondo”, un'idea per la quale la globalizzazione rappresenta un processo secolare, caratterizzato da una progressiva espansione capitalistica che parte all'incirca con l'arrivo sul continente americano di Cristoforo Colombo e prosegue sino a noi.

Anche per P. Hirst e G. Thompson, la globalizzazione non rappresenterebbe una novità nella storia mondiale, essendosi già verificate condizioni simili ed addirittura di superiore apertura ed integrazione in altre epoche storiche, ad esempio tra il 1870 e il 1914, poichè l'attuale economia internazionalizzata deriva da una serie di eventi che originano dallo shock petrolifero degli anni '70.

Un altro riferimento significativo è rappresentato da R. Robertson, che si sforza di analizzare la globalizzazione come ambito unitario, dove viene assegnata grande importanza ai meccanismi culturali di integrazione; per l'A. cresce la consapevolezza della coscienza del mondo come "un tutto" e tale consapevolezza potrebbe agevolare l'interdipendenza e l'integrazione sociale.

Per U. Beck, il teorico della seconda modernità, occorre avere un approccio prudente alla globalizzazione, anche se i rischi connessi alla globalizzazione possono determinare dei processi politici del tutto nuovi per quella che l'A. chiama una "seconda modernità", fondata su valori di uguaglianza, libertà e capacità di informazione.

Contrariamente a Hirst e Robertson, S. Huntington, le cui tesi sono state usate anche nello scontro politico ed ideologico corrente, abbandona il campo strettamente economico e privilegia un'analisi sostanzialmente culturale. A suo parere, la globalizzazione rappresenta un momento di uno scontro tra “civiltà”, intese come elementi di identità di vaste porzioni di umanità. In questa visione, l'egemonia occidentale - vista anche in termini religiosi - verrebbe a confrontarsi con altre civiltà emergenti – come quella islamica - con esiti potenzialmente sfavorevoli.

Meno ottimista è un altro importante analista, A. Giddens, per il quale la globalizzazione è l'intensificazione di relazioni sociali mondiali colleganti tra loro luoghi anche distanti, tanto che eventi locali possono essere determinati da eventi sorti a distanze estremamente ampie; tuttavia, afferma Giddens, tale processo è un processo dialettico aperto e non è esattamente determinato.

Uno stesso fenomeno viene dunque letto attraverso lenti interpretative diverse, accentuando ora i rischi ora le opportunità.
In definitiva, sembra prefigurarsi una distinzione tra la globalizzazione e globalismo economico. Mentre la globalizzazione sembra un processo irreversibile, piena di rischi ma anche di opportunità anche se sembra piuttosto controverso definirne la novità o la continuità con la storia , il cosiddetto globalismo economico sembra connotato da uno spirito predatore e antisolidaristico, tanto da prefigurare la scomparsa di ogni forma di welfare, col suo sottrarsi sempre più ai costi fiscali e paradossalmente al lavoro stesso.

Più in generale, la crisi del sistema di stati-nazione viene sempre più accelerata proprio quando ci si trova di fronte ad una crisi di dimensioni planetarie e le più importanti decisioni a carattere economico, politico o ambientale vengono prese al di fuori della consueta cornice istituzionale degli stati.
Da più parti, a questo proposito, si invoca la necessità di una governance globale, proprio in virtù della maturità riconosciuta dei processi di integrazione globale. Non c' è però un Trattato di Westfalia all'orizzonte. Anche l'UE, che ha accelerato i processi di integrazione politica ed economica, è in una fase di stallo e, come al solito, segue a vista le decisioni dei paesi guida, Francia e Germania in testa.

Avanzano poi altri attori sulla scena, distinti dagli Stati-nazione e in grado di costruire legami transfrontalieri, sia in senso economico che culturale. Si tratta di quei soggetti che vengono categorizzati come Terzo settore, un contenitore del tutto particolare che raccoglie al suo interno fenomeni e tendenze del tutto eterogenee, come il commercio “equo e solidale”, la crescita del volontariato e delle attività di solidarietà e di cooperazione, l'autorganizzazione di gruppi attivi su vari temi, come l'ambiente e i diritti umani, così come la nascita e la diffusione di organizzazioni sociali private spontanee, con diffusione internazionale, che si propongono di controllare, contrastare o regolare i fenomeni legati alla globalizzazione.
Questo lungo excursus ci ha almeno fornito un'idea di globalizzazione: si tratta di un insieme variegato e non sempre facilmente interpretabile insieme di fenomeni.
Ma, considerando che si tratta di un processo ancora in atto, la globalizzazione si presenta come un Giano bifronte, e rimane a disposizione di tutti come rischio e come risorsa per il futuro.

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Bibliografia essenziale


Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell'economia moderna, 3 voll. Il Mulino, Bologna 1978, 1982, 1995).

P. Hirst, G.Thompson, La globalizzazione dell'economia, Editori Riuniti, Roma, 1997,

Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando Editore, Roma 2005.

Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001,

A. Giddens, Le conseguenze della modernità., il Mulino, Bologna 1994

R. Robertson, Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale, Asterios, Trieste 1999

Ulrich Beck, Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Asterios Editore, Trieste, 1999

S.Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale,Garzanti, Milano, 2000

sabato 7 marzo 2009

Usi e significati del termine globalizzazione (terza parte)


In relazione al tema dello sviluppo e dell'adeguatezza del nuovo modello di creazione e distribuzione della ricchezza, la globalizzazione presenta aspetti molto controversi, che sono oggetto di intensa discussione e contrapposizione sia tra gli studiosi che tra le forze politiche e sociali.

Come si è visto, essa non è il frutto di una precisa scelta politica o economica, ma piuttosto un processo in larga misura spontaneo e poco controllabile, che ha come epicentro i paesi occidentali. Per gli altri paesi, popoli e culture il problema è se e in quale misura partecipare a tale processo, o ad alcuni suoi aspetti.

Secondo alcuni studiosi, un serio problema è costituito dal fatto se esista la possibilità di sottrarsi alla globalizzazione. I principali sostenitori della partecipazione alla globalizzazione si rifanno alla visione liberista delle relazioni internazionali, imperniata, come abbiamo accennato, sui vantaggi del libero scambio.

Negli anni '80 e '90 tale visione è stata sostanzialmente fatta propria dal FMI (Fondo Monetario Internazionale) e dalla World Bank (Banca Mondiale) nelle loro politiche di intervento.
Secondo questa visione, per i paesi in via di sviluppo (PSV), l'accesso alle risorse produttive e finanziarie dei paesi più ricchi è favorito dagli scambi commerciali e finanziari coi mercati dei paesi ricchi, in quanto essi potrebbero costituire un mercato di sbocco per le loro produzioni interne.
Così, anche l'integrazione economica nel sistema mondiale è un mezzo per ottenere, più rapidamente e a minor costo, nuove tecnologie e innovazioni tecnologiche;
In secondo luogo, la mobilità delle persone e l'accesso ai sistemi formativi di altri paesi accelerano la formazione e il miglioramento del capitale umano, favorendo anche per questa via l'innovazione tecnologica e il miglioramento delle condizioni di vita del paese.
Infine, sostengono i teorici del libero scambio, l'inserimento organico del sistema politico ed economico di un paese in quello internazionale rafforzerebbe la difesa dei diritti civili, limitando la capacità di controllo autoritario della società civile, vincolando i governi a comportamenti responsabili.

Come si vede, il modello proposto dal Fmi salda insieme libero commercio, libera circolazione e libertà civili e politiche, con un aumento dei processi di democratizzazione secondo il modello liberale occidentale.
Quanto questo “suggestivo” manifesto del liberismo si sia trasformato in aumento della democrazia e dei diritti nel mondo, lo lasciamo al libero apprezzamento dei lettori.
Comunque, a fronte di questi aspetti che si possono interpretare in modo divergente, il coinvolgimento nel processo di globalizzazione solleva numerosi problemi che richiedono interventi correttivi.

Alcuni importanti economisti, tra cui Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l'economia nel 2001 hanno sostenuto che dopo i vari processi di liberalizzazione avviati dai paesi industrializzati, i mercati internazionali, e in particolare i mercati valutari e i mercati finanziari, sono diventati molto instabili. Si è spesso verificato che le risorse economiche e finanziarie affluite in abbondanza a sostegno delle politiche di sviluppo possono essere sottratte in modo imprevedibile e disastroso in seguito a crisi valutarie o crisi finanziarie, come sta avvenendo anche in questo periodo. Inoltre, le risorse per lo sviluppo offerte dai mercati internazionali non solo non danno garanzie sufficienti di essere utilizzate in maniera economicamente e socialmente equilibrata ed equa, ma i paesi che più si sono giovati delle opportunità offerte dall'accesso ai mercati internazionali hanno avuto tassi di crescita elevati, ma a smentire i fautori del legame che vede un nesso causale tra aumento della ricchezza prodotta e diffusione della democrazia. anche un aumento delle disuguaglianze sociali.
Insomma, dicono i critici del pensiero unico del FMI come l'autorevole economista che abbiamo citato, la globalizzazione può offrire importanti opportunità per la crescita economica a patto che venga attuata una riforma del sistema monetario internazionale e vengano reintrodotti sistemi nuovi e più efficienti di regolazione dei mercati valutari e finanziari.

Un terzo gruppo di studiosi, che annovera al suo interno economisti come W. Sachs o S. Latouche, sulla base di un forte richiamo alle teorie anticapitalistiche sulle cause e sui rimedi alla povertà nei paesi in via di sviluppo, si schiera decisamente contro i processi attuali della globalizzazione e per un rifiuto degli attuali rapporti economici internazionali.
I principali argomenti a sostegno del rifiuto della partecipazione ai processi di globalizzazione per i paesi più poveri sono in sintesi i seguenti:

a) rischi autoritari: la partecipazione al sistema internazionale può limitare fortemente e in maniera incontrollabile la capacità di autodeterminazione dei popoli, la partecipazione democratica alle decisioni pubbliche, la libertà di scelta dei governi democratici;

b) rischio del pensiero unico: i vantaggi della globalizzazione hanno come riferimento il modello di vita occidentale e tutti gli obiettivi di sviluppo sono coerenti con questo modello. Si possono ipotizzare criteri di benessere economico diversi, che necessitano di mezzi diversi o alternativi da quelli offerti dalla globalizzazione. La celebre definizione della decrescita di Latouche e i vari interventi teorici e politici che ne sono seguiti, si inscrivono in questa critica di fondo alla centralità del PIL e al modello della crescita illimitata, dello sviluppo infinito e della inesauribilità delle risorse.

c) omologazione culturale: l'accesso alle risorse della globalizzazione – e al modello culturale che vi è sotteso - comporta sempre più dipendenza e omologazione al sistema di vita occidentale, con la conseguente distruzione dei modelli di vita locali e delle relative risorse umane, culturali e ambientali.

(continua)

sabato 14 febbraio 2009

Usi e significati del termine globalizzazione (seconda parte)


Come si è detto, per alcuni studiosi, il punto d'avvio dei processi di globalizzazione è collocabile nell'ultimo scorcio del XX secolo. Vi è un altro gruppo di studiosi che retrodatano la globalizzazione economica di vari secoli, per quanto sia generalmente accettato che l'integrazione economica a noi contemporanea, pur non essendo un fenomeno del tutto nuovo, presenta proprie peculiari caratteristiche che la differenziano dalle epoche storiche precedenti.

Storicamente, quindi, la globalizzazione economica non è un fenomeno completamente inedito. L'età mercantile, intorno al XVI secolo, ne è stato uno dei primi fenomeni di carattere transnazionale. Nella storia a noi più prossima, si può parlare di almeno altri due periodi precedenti quello presente, segnati da fenomeni di intensa integrazione economica mondiale:
a) il primo periodo si colloca nella seconda metà del XIX secolo , e va dalla prima rivoluzione industriale fino allo scoppio della I Guerra Mondiale (1914), con l'affermazione del sistema capitalista in Europa, attraverso una fase d'intensa espansione extra-continentale delle attività economiche e della sfera d'influenza politica dei paesi europei.
b) il secondo periodo è collocabile tra le due guerre mondiali (1919-1939), con la ripresa delle attività economiche su scala internazionale, che fu molto rapida ed intensa dopo i conflitti e le distruzioni legati al conflitto del 1914-18.
Peraltro, come detto, la globalizzazione contemporanea presenta alcuni tratti specifici, per intensità e qualità, che sono oggetto attualmente di particolare attenzione.

Uno dei più evidenti e controversi riguarda la cosiddetta finanziarizzazione dell'economia. Essa sta ad indicare la crescente importanza quantitativa e qualitativa del settore finanziario accanto ai settori produttivi dell'economia, nel senso che l'attività di imprese e consumatori dipende sempre più strettamente dalla possibilità di ottenere finanziamenti, e il comportamento dei manager è sempre più condizionato dalle valutazioni dei mercati finanziari e degli intermediari finanziari globali.
Su questo punto sarebbe bene sgombrare il campo da un grossolano equivoco che pare rimbalzare in molte analisi frettolose della grande crisi che le economie mondiali stanno attraversando in questo fine 2008, dopo la deflagrazione della bolla immobiliare statunitense. Si ritiene, infatti, che la crisi abbia colpito in primo luogo il settore finanziario e che solo dopo, in un secondo momento, essa si propagherà, come un incendio, al settore dell'economia reale. E' una visione a nostro avviso non all'altezza della comprensione del fenomeno.
Anzitutto, la crescente importanza del credito nell'economia non fa che portare a compimento la sua continua terziarizzazione, cioè l'aumento del ruolo dei servizi rispetto al settore manifatturiero. L'inceppamento del meccanismo che lega il credito all'industria e ai settori produttivi è dovuto ad una gigantesca crisi dei redditi e dei salari, nascosta e spostata nel tempo col credito facile. Interi settori del ceto medio che non potevano aspirare all'accesso a beni di consumo durevoli (case, automobili, ecc.) hanno trovato nel settore creditizio un'occasione per vivere al di sopra delle proprie possibilità, rinviando al futuro il pagamento dei debiti crescenti. Stupisce, semmai, che si ritenga il settore finanziario come un settore estraneo, sovrastrutturale, rispetto al sistema produttivo stesso. Esso è consustanziale al sistema di accumulazione della ricchezza, ne è la linfa vitale, è il meccanismo che fisiologicamente assicura l'allocazione del risparmio. E' la sua gestione, lasciata ad un'élite di tecnici sconosciuti e potenti, condotta con spregiudicatezza e smania di ricchezza facile, che ha provocato lo sconquasso che vediamo sotto i nostri occhi. E' il fallimento dei meccanismi di controllo sulla gestione del credito, che hanno portato al disastro attuale, con il collasso definitivo di tutti i sistemi di governance che sin qui avevano assicurato, dai tempi di Bretton Woods, un sistema relativamente stabile.

La crisi, inoltre, sembrerebbe risiedere nella enorme capacità produttiva del sistema manifatturiero e nell'impossibilità di sostenerla dal lato della domanda, da parte dei consumatori. Il sistema è stato drogato con questo meccanismo: alta capacità produttiva - bassi salari - credito facile - creazione di bolle speculative. L'immissione di denaro pubblico in questo meccanismo, comunque, non ne altera il funzionamento perverso, come mostrano i continui richiami un po' isterici al consumo per fermare la crisi. Stare all'altezza delle crisi, storicamente, ha sempre significato trarne le dovute lezioni, come sembra aver capito il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha pronunciato un ispirato discorso in cui, tra le altre cose, si invitava ad un recupero della sobrietà e si preannunciava una decisa svolta nel corso da imprimere allo sviluppo economico. Si può ritenere che l'epicentro della crisi non sia la bolla speculativa – che l'ha portata a compimento, semmai – quanto di un sistema produttivo e di consumo che deve essere strutturalmente ripensato. E' il sistema della glorificazione del PIL che deve essere ripensato alla radice.

Altro elemento peculiare dei processi di globalizzazione in corso – è doveroso conservare la cautela metodologica necessaria, quando si tratta di processi ancora in corso e non conclusi – è l'avvento di quella che è stata definita società della conoscenza o network society, che sposta sull'informazione, sulla conoscenza tecnica e sulle capacità individuali la leva per l'efficienza in campo economico e per la creazione di valore, evidenziando quella che è stata definita la rivoluzione dei beni immateriali. Basti pensare che alcune società che fanno parte del settore cosiddetto dot.com, vale a dire quelle legate alle telecomunicazioni sia per le strutture hardware che per il software, hanno una capitalizzazione superiore a quella del settore manifatturiero. In tal modo si prosegue, come detto, in quella progressiva erosione della centralità del settore manifatturiero e all'aumento d'importanza in termini di creazione di valore del settore terziario avanzato.

Anche il consueto rapporto tra economia e territorio sembra investito di cambiamenti strutturali. Se per molto tempo siamo stati abituati a considerare come elementi del paesaggio le fabbriche, i capannoni, i laboratori, i piccoli esercizi commerciali, negli ultimi due decenni l'inasprimento della concorrenza nei settori esposti alla competizione mondiale, il tumultuoso allargamento dell'arena della competizione globale, hanno portato ad una iper competizione e ad una progressiva perdita d'importanza della collocazione geografica degli insediamenti produttivi, tanto da aprire un inedito contenzioso sull'identità dei beni e dei servizi prodotti e sulla loro collocabilità e tracciabilità. Per evitare la perdita d'identità dei beni e dei territori che per lungo tempo hanno legato la loro riconoscibilità proprio a questo legame del tutto peculiare, sono nati dei movimenti culturali, come ad esempio lo slow food, che hanno lanciato un allarme sulla perdita di saperi, di conoscenze e di qualità causati dalle produzioni industrializzate su larga scala. Più in generale, si è fatto avanti il cosiddetto glocal, quell'ibrido di locale e globale che intende tenere insieme la dimensione globale data dalla facilità di circolazione delle informazioni e la specificità dei localismi e la loro infungibilità. Come si è visto in questi anni, dall'ambito strettamente economico, la tendenza al glocal si è via spostata dalla circolazione dei beni e dei servizi anche in ambito politico, creando una reazione identitaria, nazionalista o di vero e proprio fondamentalismo identitario, come nel caso degli scontri di civiltà, contro i processi di indebolimento delle barriere culturali e religiose, in un mondo che scolora i suoi confini e tende a diventare sempre più uniforme. Non è difficile ipotizzare che i conflitti prossimi venturi che ci troveremo di fronte saranno sempre più legati a questioni identitarie e di affermazione di sé – in senso culturale, religioso, politico, ecc – piuttosto che di fronte ai tradizionali conflitti per le materie prime e per il controllo dei territori e dei flussi di ricchezza attraverso la potenza militare. Anche il concetto di terrorismo va sicuramente rivisitato ed ampliato, dovendo tener conto di questa dimensione ormai tipica dei processi di globalizzazione in corso. Il presumibile allargamento dei conflitti, inoltre, potrebbe portare anche alla coesistenza tra vecchie e nuove occasioni di conflitto e ad una loro interazione inedita delle cause generatrici di violenza.

(continua)

mercoledì 28 gennaio 2009

Usi e significati del termine globalizzazione (prima parte)




Tra le tante parole nuove che tentano di dare un qualche senso ai tempi che stiamo vivendo, la parola globalizzazione merita certamente un posto d'onore. Questa parola, balzata prepotentemente all'attenzione di analisti, giornalisti, economisti, politici, è entrata con grande velocità anche nel linguaggio comune.
Per quanto le sue capacità esplicative siano limitate – e alcuni analisti avvertono della scarsa rilevanza euristica del termine -, questo concetto ha scavalcato i più appartati scambi accademici ed è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico più ampio, così che nel lessico corrente sta ad indicare processi che investono il mondo intero, appunto nella sua globalità, alludendo al contempo anche alla cifra complessiva che connota la contemporaneità.
Se c'è un'immagine, dunque, che sembra avere la capacità di contrassegnare i tempi che stiamo vivendo, vale a dire quella di un'era globale che coinvolge l'intero pianeta, quella della globalizzazione sembra in grado di suggestionare sia molti teorici che l'opinione pubblica meno avvezza alle raffinate analisi e ai grandi affreschi storici.
Quello che tenteremo con questo intervento è di tracciare una prima road map per orientarci tra i vari significati che il termine ha via via assunto in ambiti disciplinari diversi, al fine di vedere se e in quali termini esso possa essere utile a fornire un'immagine condivisa per la nostra epoca.

Una prima definizione generica di globalizzazione
Una prima, approssimativa, definizione vede la globalizzazione come un processo storico, iniziato da qualche decennio nell'Occidente opulento, di progressivo allargamento della sfera delle relazioni sociali sino ad un livello di tale ampiezza che tendenzialmente arriva a coincidere con l'intero pianeta.
La crescita esponenziale di interrelazioni globali comporta anche interdipendenza globale, per cui può accadere che eventi che si verificano in una parte del pianeta avranno, in virtù di questa interdipendenza, ripercussioni anche in un altro angolo del pianeta stesso, in tempi relativamente brevi.
Più nel dettaglio, la globalizzazione comprende al suo interno un insieme di fenomeni di elevata intensità e rapidità su scala mondiale, in campo economico, sociale, culturale e ideologico, tendenti a superare le barriere materiali e immateriali (giuridiche, culturali, simboliche) alla circolazione di persone, cose, informazioni, conoscenze e idee.
Pur essendo prevalentemente riferita al campo economico, i fenomeni che vi sono generalmente associati al termine globalizzazione non sono solo economici. Essa ha a che fare sia con le relazioni economiche e finanziarie che con le comunicazioni e l'informazione.
La gran parte degli analisti che si sono cimentati nella ricostruzione degli eventi all'origine del fenomeno della globalizzazione, collocabile per la sua genesi intorno alla fine del 1980, hanno ipotizzato che alcuni eventi storici siano in qualche modo collegabili all'affermazione e all'accelerazione dei processi di interrelazione sistemica tra società ed economie sino ad allora differenziate:
- un ciclo politico-economico nei paesi capitalisti di forte ampliamento della sfera economica privata e un forte ridimensionamento dell'intervento diretto della mano pubblica sia per ciò che riguarda le economie nazionali che le relazioni economiche internazionali;
- la crisi irreversibile e la fine dei sistemi socialisti in Europa orientale, e in particolare del paese guida del sistema socialista mondiale, l'Unione Sovietica;
- la rapida crescita e diffusione di nuove tecnologie informatiche applicate alle telecomunicazioni sia nelle attività economiche che nella vita quotidiana, in grado di ridurre drasticamente i tempi, i costi e altri ostacoli tecnici delle comunicazioni a grande distanza.

Tuttavia, in senso strettamente economico-finanziario, la globalizzazione è più precisamente un processo di integrazione economica mondiale, e si manifesta con l'eliminazione di barriere di natura giuridica, economica e/o culturale, alla circolazione di persone, cose e beni economici.
Accanto all'eliminazione delle barriere materiali ed immateriali, con la globalizzazione si assiste, inoltre, all'ampliamento su scala internazionale delle opportunità economiche (aumento di investimenti, produzione, consumo o risparmio in altre realtà economiche), in particolare in relazione alle condizioni di prezzo o di costo.
I settori economici più strutturalmente modificati da questi processi sono quelli legati al commercio internazionale e ai mercati finanziari. In particolare proprio i mercati finanziari, per la loro forma organizzativa e per la particolare natura dei titoli trattati, sono maggiormente sensibili e facilitati nella ricerca di opportunità economiche vantaggiose, e nel contempo hanno potuto sfruttare al massimo grado le innovazioni telematiche per soddisfare queste esigenze.
Una delle conseguenze che i critici più radicali della globalizzazione hanno ritenuto pericolosa, riguarda proprio l'applicazione pedissequa dei principi del liberismo economico, cioè di quel principio che vede nei processi autoregolativi del mercato il miglior sistema di distribuzione della ricchezza, poiché esso porterebbe con sé il miglior rapporto tra fattori produttivi, costi e prezzi finali. Ma considerare il mondo come un unico mercato, in cui astrattamente calare le dottrine iperliberiste del laissez faire, interpretandolo appunto solo come un mercato e come fattore produttivo, significa non tenere conto della diversità delle legislazioni nazionali in tema di tutela del lavoro, della sicurezza, dell'ambiente, ecc.
Le conseguenze di questi processi di sfruttamento sono state un gioco al ribasso in termini di rispetto del lavoro e di salari dignitosi, la delocalizzazione massiccia verso paesi che offrono lavoro a basso costo, scarsi controlli ambientali, nessuna sindacalizzazione e regimi fiscali sgangherati o corrotti. In definitiva, un nuovo sistema di colonizzazione per via economica e non più per via militare; molto più conveniente in termini di accumulazione della ricchezza ma senza gli “effetti collaterali” dell'occupazione militare.

(continua)

sabato 27 dicembre 2008

Come combattere le paure planetarie (seconda ed ultima parte)


Altro aspetto che il summit ha cercato di analizzare è quello relativo ai processi di globalizzazione in corso, soprattutto a partire dai flussi economici, di immigrazione e multiculturali nei rapporti tra il Nord e il Sud del mondo.

A questo proposito, Bill Emmott, economista inglese, ha osservato che gli eventi che si sono verificati negli ultimi tempi nei mercati internazionali hanno ulteriormente amplificato sui media un sentimento di paura per i processi della globalizzazione. Ciò significa che i processi di globalizzazione sono la causa delle crisi dei mercati finanziari? A parere di Emmott, i fenomeni attuali sono intrinseci al capitalismo e non sono generati dalla globalizzazione; ciò che è cambiata, invece, è la percezione di questi fenomeni, dato che si rimane spesso ancorati a livello locale o nazionale. Da paladino del liberismo, conclude che la globalizzazione produce e diffonde benessere con grande rapidità, ma le turbolenze del capitalismo sono dovute ai suoi meccanismi interni, solo parzialmente correggibili.

A Emmott sembra rispondere Cristine Loh, Cina, capo dell'ufficio esecutivo del Civic Exchange, che auspica lo sviluppo di sistemi di collaborazione per incrementare le possibilità di dialogo tra tutte le nazioni. A questo proposito, sostiene la diplomatica cinese, è indispensabile riprogettare molte delle organizzazioni internazionali coinvolgendo anche i paesi emergenti. Daniel Bell, uno dei primi teorici della globalizzazione, che attualmente insegna in Cina, nel suo intervento al summit, ha argomentato come proprio in Cina si sia scelta una strada completamente diversa rispetto all'Occidente per contrastare l'ansia, dato che si sta operando per il ritorno alla tradizione confuciana vista come rimedio significativo nel processo di “detotalitarizzazione” che sta vivendo il gigante asiatico.

Un altro prestigioso economista, Jacques Attali, francese, avanza il sospetto che si sia passati da un'economia dell'ottimismo e della crescita ad un'economia della paura; questa paura, sostiene Attali, è il portato di una precisa scelta storica, l'adesione ad un modello di crescita centrato sul mercato, fisiologicamente basato sulla libertà, ma anche sulla precarietà e sul rischio. Anche la crisi attuale è inevitabilmente connessa con la paura, dato che le dinamiche psicologiche e i sentimenti sociali influenzano nel profondo le dinamiche economiche.

Ashis Nandy, sociologo e psicologo del Center for the Study of Developing Societies, India, concordando con le analisi di Attali, nota però che anche in questo caso si è verificata un certa autoreferenzialità dell'Occidente e che quando si è parlato dell'era dell'ansia, a partire dalle celebri analisi di E. Fromm, con il suo individualismo e l'avvento di una civiltà urbano-industriale, la parola timore riconduceva alla paura della solitudine, dell'alienazione, dell'anonimato, della perdita della consapevolezza. Coloro i quali parlavano di queste paure non prendevano in considerazione le paure meno rispettabili che si percepivano nelle terre più lontane dall'Occidente, come la fame, la perdita di dignità, dell'identità, l'umiliazione: erano considerati come sottoprodotti, come conseguenze di una fase storica ormai superata.

Per Gary Becker, premio Nobel dell'economia, tra le altre cose quello di cui si ha paura oggi è la disoccupazione dovuta all’utilizzo della manodopera in Cina o in altri Paesi in via di sviluppo e il dilagare della crisi dei mercati finanziari. Per Becker, il fattore centrale su cui puntare è la formazione: l’ignoranza porta alla paura e al disorientamento. Le persone devono credere nel ruolo dell’istruzione e della formazione professionale, per rendersi utili alla società e al superamento delle ansie contemporanee.

Infine, tra i traguardi che il Summit si è posto c'è anche quello di immaginare quale potrebbe essere l'evoluzione futura del concetto della paura, soprattutto in relazione al ruolo che la tecnica e la scienza giocano nell'alimentarla o nel contrastarla.

Due ci sono sembrati gli interventi più interessanti: quello di A. Giddens, teorico della terza via, saggista e politologo e quella di E. Boncinelli, scienziato di grande notorietà.
Il primo, prendendo ad esempio i rischi dovuti al global warming, nota come gli atteggiamenti di reazione al problema siano sostanzialmente di tre tipi: gli scettici verso il rischio, i profeti di sventura e gli scienziati.
Gli scettici dicono che non c'è un rischio per l'umanità e sostengono che non è il caso di preoccuparsi. Poi c'è la visione dei profeti di sventura: più il gas serra resta nell'atmosfera, maggiori saranno i danni. Questo è l'atteggiamento più frequente nell'opinione pubblica. Si tratta di una visione convenzionale, influenzata dal movimento verde. C'è di fatto un terzo gruppo di opinionisti: i radicali. Loro non sono giornalisti, osservatori casuali, ma sono scienziati. Secondo questo gruppo, il fenomeno del surriscaldamento globale è inquietante e procede velocemente. Non seguirà un percorso graduale, una crescita esponenziale, ma sarà improvviso, con conseguenze drammatiche.
Uno dei motivi per cui si ha paura è che molti fraintendono la natura del rischio, come nei comportamenti paradossali seguiti all'attacco alle Twin Towers: la reazione a quegli attacchi è stata di smettere di volare; il risultato è che si è preferita la macchina e quindi ci sono stati molto più incidenti stradali, con vittime che prendendo l'aereo si sarebbero forse salvate. In definitiva, conclude Giddens, la percezione del rischio non è comparabile con il rischio reale.
C'è poi il tema dell'amplificazione delle paure da parte della politica e dei media. I politici le amplificano per il proprio tornaconto.
Come si risponde al rischio in modo proficuo, si chiede Giddens? Introducendo più politica, una migliore politica, oltre gli schemi consueti e a cui siamo abituati. Bisogna abbandonare la solita politica che non ci farà considerare il cambiamento climatico come problema primario. Il cambiamento climatico non rientra in una categoria di destra o di sinistra. Occorre una visione radicale, che sarà la chiave della politica del futuro.
Per Boncinelli, dell'università Vita-Salute di Milano, le promesse mirabolanti del positivismo ottocentesco non sono state mantenute e la scienza non ha garantito a tutti felicità e saggezza. Provoca invece, la scienza, un crescente timore se non addirittura paura ma la paura, dice lo scienziato, è la peggiore ricetta. La scienza è molte cose insieme: primo, non è definitiva ma è affidabile ed è fonte di molte applicazioni pratiche ed utili; chi ieri nasceva miope era handicappato, oggi no. In secondo luogo è – o dovrebbe far parte a pieno titolo del processo culturale – ma in Italia accade raramente. In terzo luogo, è una forma mentis che aiuta lo spirito critico e che aiuta a giudicare ed a essere giudicati. Poi, riferendosi al suo campo specifico di interesse, molto resta ancora da fare e da studiare, dice Boncinelli. Noi conosciamo del nostro patrimonio genetico solo il 3% e il resto deve essere ancora studiato e compreso. C'è ancora molto da conoscere; chi agita la paura è perchè spesso ha solo l'intenzione di esercitare un controllo sociale e di mantenere intatto il suo potere.

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Bibliografia essenziale

Bauman Z., Modus Vivendi. Inferno e utopia nel mondo liquido,Laterza, Bari, 2007

Becker G. S., Il capitale umano, Laterza, Bari, 2008

Bell D.A., China's New Confucianism: Politics and Everyday Life in a Changing Society, Princeton University Press, Priceton, 2008

E. Boncinelli, E. Severino, Dialogo su etica e scienza, Editrice San Raffaele, Milano, 2008

Castel R., La discriminazione negativa. Cittadini o indigeni? Quodlibet, Macerata, 2008

Furedi F., Invitation to Terror, Continuum Press, London, 2007

Furedi F., Politics of Fear, Continuum Press, London, 2005, second edition, Continuum Press, 2006

Giddens A., L' Europa nell'età globale, Laterza, Bari, 2007

Hillman J., Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano, 2005

Maffesoli M., La trasfigurazione del politico. L'effervescenza dell'immaginario postoderno,Bevivino, Milano, 2008

Nandy A., Time Warps: The Insistent Politics of Silent and Evasive Pasts, Permanent Black, Delhi, 2001;

Natoli S., La mia filosofia. Forme del mondo e saggezza del vivere, ETS, Pisa, 2008

martedì 9 dicembre 2008

Come combattere le paure planetarie.


Il Presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosvelt, all'inizio del suo primo mandato, nel 1933, pronunciò una celebre frase che sancì, con la sua immediata popolarità, l'inizio della rinascita dopo la depressione del 1929:”l'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”.
Questa semplice formula, comprensibile da tutti, a detta di molti osservatori ebbe il pregio di infondere nuova speranza e un crescente ottimismo dopo il collasso del sistema finanziario e produttivo della Grande Depressione iniziata qualche anno prima.
E ogni qualvolta si presenta una crisi di vaste proporzioni, quasi come se fosse un riflesso condizionato, si ripensa a quella frase e a quell'esperienza storica. C'è da chiedersi come mai un Presidente degli Stati Uniti, invece di affidarsi ai consueti strumenti a sua disposizione, normativi ed economici, si sia invece affidato alla psicologia. (1)
Molti osservatori ed esperti di cose economiche hanno sempre sottolineato che il vero motore dei mercati e degli scambi sia la fiducia reciproca tra debitori e creditori. Se passiamo per buona la forzatura concettuale – in realtà si scambia un bene attuale contro un bene futuro più grande, il cui valore si misura non sulla fiducia ma sul lavoro -, e se estendiamo il modello economico anche ad altri ambiti della vita sociale, si vedrà che il sentimento della paura, da semplice segnale di allarme per la propria incolumità personale o di gruppo si è via via ingrandito a tal punto da diventare un fenomeno ed un problema.

Come si cercherà di far vedere, esponendo in sintesi alcuni degli interventi che si sono tenuti ad un summit sulle paure planetarie, tenutosi a Roma, i piani di lettura possono essere diversi ma crediamo si possa concordare sulla rilevanza dell'atteggiamento della paura nei confronti del mondo.
Il filosofo B. Russell, nell'analisi delle credenze, ha efficacemente sostenuto che “un contenuto si considera creduto quando ci spinge ad agire”, cioè quando passiamo dalle intenzioni ai fatti e le nostre azioni derivano da ciò che crediamo.
Più forte è la convinzione, più l'azione prende il sopravvento.

Se rimaniamo in campo economico, possiamo chiederci quali azioni e decisioni prenderà ( o non prenderà...) un consumatore, un risparmiatore, un investitore, un imprenditore in preda alla paura?
E la politica, la più architettonica di tutte le scienze, come diceva Platone, come elabora e interviene sulle correnti di paura che troppo spesso alimenta invece di contrastare?

Se a ciò aggiungiamo anche l'imprevedibilità crescente del mondo e della sua poco comprensibile complessità, le molte aspettative sul futuro relativamente alla propria vita, il lavoro, la casa, i risparmi, lo stato del pianeta, il riscaldamento globale, il terrorismo, la globalizzazione e via elencando non fanno che aumentare a dismisura le correnti irrazionali e incontrollabili nel gioco delle azioni e retroazioni tra eventi paurosi e sentimento della paura.

Per fare un primo punto sul fenomeno delle paure e dei meccanismi che le alimentano, a Villa Miani, a Roma, nel mese di settembre, dal 24 al 26, su iniziativa della Fondazione Roma in collaborazione con la Fondazione Censis, si è tenuta la prima edizione del World Social Summit, dal titolo Fearless: dialoghi per combattere le paure planetarie. (2)

Si è trattato di un interessante e importante momento di confronto e di approfondimento a livello internazionale su varie tematiche che stanno segnando l'evoluzione sociale; sono stati chiamati a discuterne e a confrontarsi prestigiosi intellettuali, ricercatori e rappresentanti di istituzioni nazionali ed internazionali.

Il tema prescelto, la paura planetaria, cerca di fare il punto sul senso dell'incertezza, percepita o reale, che a diversi livelli fasce sempre più ampie di popolazione si trovano a dover gestire. Le paure vere o presunte sul terrorismo, sicurezza, epidemie, perdita del lavoro, ecc., sono state analizzate secondo varie dimensioni e da prospettive disciplinari diverse, unite però dal tentativo di circoscrivere un evidente paradosso.
Si è spesso detto, almeno dal secolo dei lumi in poi, che la conoscenza e l'informazione dovrebbero estinguere o combattere alla radice le pulsioni più irrazionali e i sentimenti più regressivi.
Se si analizzano invece i meccanismi di comunicazione attuale, al contrario, sembra che le notizie diffuse nella sfera mediatica globale tendano invece a generarle, le paure, piuttosto che contrastarle. Molte delle notizie propalate dai media, infatti, non sono sempre un racconto circostanziato sull'esistenza di minacce o rischi oggettivi, ma creano o alimentano gli eventi paurosi. Tra gli obiettivi che il Summit si è posto c'è quindi in primo luogo il tentativo di comprendere chi produce e come tale condizione di vulnerabilità e di allarme, chi ha specifici interessi (economici o politici) ad alimentarle e in quale modo si può impedire che i meccanismi della comunicazione alimentino le paure invece di contrastarle.

Tra i più interessanti, citiamo l'intervento di D. Altheide, analista della comunicazione della Arizona State University. Sostiene Altheide che il modo in cui i media producono una retorica della paura è dovuto al cambiamento profondo del linguaggio, che innova con nuovi simboli la visione del mondo. Quello che si è prodotto nel tempo è un discorso in cui la paura riveste un ruolo centrale, dove i rischi e i pericoli sono elementi centrali della vita quotidiana. Il meccanismo consiste nell'associare un problema alla paura, ad esempio la criminalità. Poi ci si allontana dal fenomeno e vi si associa un altro problema importante, come l'uso di droga ad esempio. In questo modo la parola paura sparisce ma i fenomeni connessi rimangono associati in modo indelebile nella psicologia e nel vissuto dei cittadini. Di qui nasce anche la politica della paura, dove si vedono all'opera i governi che diffondono la convinzione che tutti possono essere protetti, aumentando il controllo sociale e riducendo le libertà più elementari. La conseguenza di questo meccanismo di governo è che cambia la vita quotidiana e si compiono scelte sempre più dettate dal sentimento della paura: si va ad abitare in condomini chiusi, si comprano sempre più armi per difendersi, si sceglie di avere una vita sociale sempre più ridotta e controllata.

Frank Furedi, sociologo all'Università di Kent e giornalista, nota che parliamo di paure usando spesso dei rituali, come quando si fa una lezione in un'aula e per prima cosa si indicano le uscite di sicurezza. Ci sono sette regole, diremmo noi sette dimensioni della paura, secondo l'analista inglese. Tra queste, una riguarda il fenomeno, come diceva Altheide, di un sentimento che si stacca da un oggetto specifico. Un'altra, particolarmente importante, è che la paura naviga libera, si sposta con velocità da un ambito all'altro e per questo basta guardare i titoloni ansiogeni dei giornali: aviaria, obesità, cibi transgenici, terrorismo, ecc.
Un terzo elemento è che la paura è diventata un'ideologia, una prospettiva e la politica la usa come risorsa culturale. Le differenze tra i partiti, oggi, si basano sulle diverse paure su cui fanno leva. Attualmente, poi, cresce un carattere privato e paralizzante del timore: non parliamo con i vicini, viviamo nel nostro intimo. E poi anche la paura di se anche come collettività, addirittura come specie; leggiamo e sentiamo di un'umanità che inquina e distrugge: l'impatto umano ha assunto negli ultimi tempi un significato negativo, dato che per la prima volta nella storia c'è la consapevolezza che la specie umana, nella sua interezza, può portare al collasso del pianeta.

Un altro importante intervento, attento a cogliere gli elementi antropologici di gestione della paura è quello di Michel Maffesoli, filosofo e sociologo alla Sorbonne. Da dove viene questa paura, si chiede Maffesoli? Certo è importante combattere la paura della paura, ma normalmente noi ci muoviamo secondo due importanti paradigmi, che si condensano in un modello culturale secondo cui esiste una soluzione, e un altro modello, alternativo, che non prevede soluzioni. Il nostro mondo non ha più una visione drammatica dell'esistenza, come quella tipica della cultura giudaico cristiana, in cui la fatica e il dolore sono tappe di un percorso ascetico verso il bene. E' piuttosto simile al mondo classico, che ha invece una visione tragica, dove non c'è nessun lieto fine e dove non c'è una ricomposizione dei drammi della storia. Di qui viene la tentazione di rifugiarsi in un mondo altro, come nei mondi virtuali di Second Life, o nella droga, appiattendosi sul presente e manifestando una incapacità ormai strutturale di progettare a lungo termine.
Sull'idea che occorra non aver paura della paura, ma invece viverla, affrontare il processo in gioco, accettare un ritorno del tragico, dove non c'è più la soluzione, concorda anche il filosofo Salvatore Natoli, dell'Università degli Studi di Milano. E' solo problematizzando la paura che la si ridimensiona, dice Natoli. La paura ha una doppia natura: "paralizzante" ed "organizzatrice". E' necessario lavorare per fare emergere il lato organizzatore della paura.
La società contemporanea può essere rappresentata utilizzando il concetto di imponderabilità del mondo. Il mondo si è fatto più complesso, ma gli individui sono rimasti gli stessi. Il concetto di istantaneità oggi permea il sistema di relazioni tra gli individui, ma anche la loro capacità di relazionarsi con l'ambiente esterno e con le insidie che questo manifesta.
Occorre una grande rivoluzione morale, che sappia riportare in auge la logica dell'altro, per sconfiggere la paura. Gli individui devono riscoprire l'importanza dello scetticismo come pratica per affrontare la realtà sociale. Chi non è scettico, soffre d'immaginazione, e l'immaginazione dà vita a quello spazio interstiziale in cui si insidia la paura.
Per Zygmunt Bauman, sociologo dell'Università di Leeds, del regno Unito, è errato parlare di “paura” e sarebbe meglio parlare di “paure” al plurale.
Quella di oggi è spesso paura dell'inadeguatezza, sostiene il celebre teorico della società liquida. Perché oggi la società non fissa regole ma da possibilità che possono essere sfruttate. Se si perde l'opportunità, la responsabilità è dell'individuo che non ha avuto abbastanza energia, intelligenza e non ha provato abbastanza. C'è dunque una responsabilità personale che comporta in sé il rischio di non cogliere appieno le opportunità.
E poi c'è l'insicurezza sociale che viene dalla consapevolezza che così come ci viene dato un posto in società, a volte ci può essere tolto. Man mano che si va avanti si rimane attaccati a questa posizione sociale, perché abbiamo paura di perderla. La promessa dei governi e delle società organizzate era quella di liberare la gente da questo tipo di paura derivante dall'insicurezza sociale.
Un altro prestigioso teorico, Robert Castel, dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Francia, proprio sulla paura della perdita di tutela come sentimento condiviso dei cittadini occidentali, nota che le fonti di produzione della paura, pur essendo molteplici, possono essere schematicamente ricondotte a due:
- la prima riguarda la perdita di potere dello stato nazione, soprattutto perché i Paesi hanno in gran parte perso il controllo sui parametri del loro sviluppo. La globalizzazione ha fatto sì che gli stati non siano più in grado di controllare i flussi degli scambi. In questo senso è fondamentale la progettazione ed il funzionamento di soggetti sovranazionali di controllo efficaci.
- Il secondo elemento di forte criticità è costituito dalla messa in discussione dello stato nelle sue modalità di funzionamento: in particolare lo stato perde le sue regolamentazioni collettive. Sia la disoccupazione di massa, per cui un numero sempre maggiore di cittadini si trovano al di fuori dalle tutele, sia la frammentazione dell'organizzazione del lavoro con un sempre maggior numero di soggetti esclusi dai sistemi di protezione, producono incertezza in una società che è sempre più società degli individui.
Di fronte ad una società mobile e liquida, il welfare deve aggiornare i propri strumenti e ripensare le forme di intervento e tutela. Se il welfare state tradizionale adempiva alla domanda di tutela che fino agli anni settanta veniva espressa dai cittadini, oggi deve essere profondamente ripensato, una sfida complessa per la quale non esistono soluzioni semplici.
(continua)


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Note

(1) Se lo chiede ad es. un grande psicanalista, J. Hillman, nel suo intervento al summit, che richiamando magistralmente gli interventi di alcuni pensatori e moralisti, ha ricordato la positività del sentimento della paura, per la funzione che essa svolge nel richiamare virtù importanti come la speranza, la fiducia, il coraggio e la disciplina. Per leggere un ritratto sintetico di Roosevelt, vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Franklin_D._Roosevelt.
(2) Vedi http://www.worldsocialsummit.org/