domenica 15 maggio 2011
Accesso a Internet nella Costituzione. Una proposta legislativa
Nel corso degli ultimi anni la dimensione della “policy” nella gestione tecnica della rete delle reti è diventata sempre più centrale nelle sedi politiche internazionali come nei contesti nazionali, nel tentativo di allineare i tempi delle decisioni politiche con la crescita tumultuosa della società della conoscenza.
Come da più parti è stato osservato, non è possibile misconoscere le enormi potenzialità legate a Internet in termini di diffusione di conoscenza come non è possibile, per altri versi, esimersi dalla regolazione democratica e trasparente del’intero sistema di garanzie e diritti che la rete richiede.
Nei mesi scorsi, presso la sede italiana dell'Internet Governance Forum (1) che annualmente riunisce attorno a tavoli di lavoro tematici i diversi soggetti (cittadini, enti locali, università e imprese) coinvolti nell'utilizzo e nello sviluppo della rete, è stato presentato il testo di un articolo di modifica della Costituzione italiana, l’art. 21 bis, che espande e precisa il senso della libertà d’espressione e del diritto all’informazione alla luce delle profonde modifiche tecnologiche introdotte dalle reti di telecomunicazione e, in particolar modo, del ruolo di Internet per la conoscenza e l’informazione.
Questo il testo dell’articolo proposto, frutto di un accurato lavoro che ha coinvolto anche il linguista professor Tullio De Mauro: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.
Per chi ha dimestichezza con la Costituzione si vede che si tratta di un intervento di tutto rispetto, visto che va a incidere sulla Prima Parte della Carta Costituzionale, quella dei diritti e doveri dei cittadini.
Essendo una materia ancora da plasmare, il dibattito tra gli stakeholders e gli esperti si è fatto abbastanza serrato e non sono mancate critiche e distinguo. Prima di affrontarle, è bene capire qual è la ratio di una norma di rango costituzionale come questa.
La collocazione nell’alveo dell’art. 21, infatti, “trasformerebbe” Internet in un diritto fondamentale, una precondizione tecnologica necessaria per la completa applicazione della libertà d'espressione e del diritto ad essere informati, a loro volta condizioni fondamentali per il pieno esercizio della cittadinanza.
Per rendere effettivo questo “complesso” di diritti, diventa indispensabile un intervento pubblico finalizzato a intervenire sul digital divide, il divario digitale.
Com’ è noto il divario digitale ha fondamentalmente due aspetti, uno tecnologico ed uno formativo. Con il primo aspetto si individuano le difficoltà nelle possibilità di accesso alla rete tra cittadini italiani più o meno serviti da connessioni a banda larga; con il secondo aspetto si individua la capacità degli utenti di essere più o meno in grado di utilizzare proficuamente le risorse informative e conoscitive offerte dalle reti di comunicazione.
Come si diceva, le reazioni a questa proposta non sono mancate. Tra i più severi critici coloro che considerano questo tipo di norme come una forma di interventismo statale, inefficace per la natura transnazionale delle reti e pericoloso per le libertà democratiche. Altri l’hanno criticata per la sostanziale inutilità, poiché la lettura combinata degli artt. 21 e 3 della Costituzione sarebbe più che sufficiente a tutelare la libertà di accesso alla Rete.
Per concludere, va detto che la costituzionalizzazione di Internet avrebbe il pregio di offrire una cornice generale alla legislazione ordinaria, evitando i rischi di normative scollegate tra di loro e in contraddizione con i principi democratici fondamentali. Questo tipo di tematiche, però, stenta a trasformarsi in un argomento di dibattito centrale per l’opinione pubblica, come se in fondo si trattasse di mere questioni tecniche che non incidono profondamente sul concreto esercizio dei diritti di cittadinanza e sullo sviluppo degli individui e della società nel suo complesso.
Dovrebbe essere sempre più chiaro, però, che Internet riguarda o riguarderà tutti.
NOTE
1) Vedi http://www.igf-italia.it/. La proposta è stata elaborata dal giurista Stefano Rodotà, attento conoscitore delle problematiche apportate da Internet alle società democratiche. La proposta è approdata in Parlamento ed è contenuta nel disegno di legge 2485 presentato da 16 senatori. La rivista Wired Italia ha lanciato da qualche tempo una petizione online sull’argomento: http://mag.wired.it/news/diritto-internet2911.html.
Tratto da:
Rivista Lavoro e post mercato n. 104
Sommario Rivista Lavoro e Post Mercato n. 106
Lavoro e Post Mercato
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro
vedi la rivista completa
Rivista n. 106 - del 16-03-11
Sommario
Argomento: Info lavoro
Lavoro: la certificazione della trasmissione telematica dei documenti e la Marca Postale Elettronica (EPCM)
Con il Decreto del 4 dicembre 2010, pubblicato nella GU n. 49 del 1 marzo 2011, sono state definite le modalità tecnologiche per garantire la sicurezza, l'integrità e la certificazione della trasmissi...
Rita Schiarea
Argomento: Rete sociale
Lavoro, intolleranza e persecuzioni: ucciso in Pakistan il ministro delle minoranze religiose il cattolico Shahbaz Batti
La notizia dell'ennesima persecuzione contro i cristiani si è abbattuta nella quasi totale indifferenza dell'europa comunitaria troppo presa nella cancellazione delle feste cristiane dalle proprie a...
Diego Piergrossi
Argomento: Rete sociale
Un social network dedicato al volontariato. Il sito SHINY NOTE
Dopo un’attesa durata alcuni mesi, è diventato pienamente operativo il sito SHINYNOTE, ribattezzato con qualche esagerazione da titolista a corto di idee come il “facebook della speranza”.(1) ...
Antonio M. Adobbato
Argomento: Formazione
Comunicazione: mentre il mondo trepida per il Giappone la Libia e l'Arabia Saudita ristabiliscono la PAX territoriale
Vivere il proprio tempo, cercando di leggere il più oggettivamente possibile la storia non è facile nemmeno per chi viva in Occidente ed abbia accesso ai media più sofisticati ed ad un numero impress...
La Redazione (R.S.)
Argomento: Evoluzione normativa
Abilitazione di insegnanti ed istruttori di autoscuola: ridisciplinati i corsi di formazione e le procedure abilitative.
E' stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.57 del 10 Marzo 2011 il Decreto 26 gennaio 2011, n. 17 rubricato "Regolamento recante la disciplina dei corsi di formazione e procedure per l'abili...
Giuseppe Formichella
Argomento: Evoluzione normativa
Raccordi tra i percorsi degli istituti professionali e i percorsi di istruzione e formazione professionale: pubblicate le linee guida.
Importanti novità nel comparto Scuola il Decreto 18 gennaio 2011 contenente le "Linee guida, ai sensi dell'articolo 13, comma 1-quinquies del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito, con...
Pierfrancesco Viola
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro
vedi la rivista completa
Rivista n. 106 - del 16-03-11
Sommario
Argomento: Info lavoro
Lavoro: la certificazione della trasmissione telematica dei documenti e la Marca Postale Elettronica (EPCM)
Con il Decreto del 4 dicembre 2010, pubblicato nella GU n. 49 del 1 marzo 2011, sono state definite le modalità tecnologiche per garantire la sicurezza, l'integrità e la certificazione della trasmissi...
Rita Schiarea
Argomento: Rete sociale
Lavoro, intolleranza e persecuzioni: ucciso in Pakistan il ministro delle minoranze religiose il cattolico Shahbaz Batti
La notizia dell'ennesima persecuzione contro i cristiani si è abbattuta nella quasi totale indifferenza dell'europa comunitaria troppo presa nella cancellazione delle feste cristiane dalle proprie a...
Diego Piergrossi
Argomento: Rete sociale
Un social network dedicato al volontariato. Il sito SHINY NOTE
Dopo un’attesa durata alcuni mesi, è diventato pienamente operativo il sito SHINYNOTE, ribattezzato con qualche esagerazione da titolista a corto di idee come il “facebook della speranza”.(1) ...
Antonio M. Adobbato
Argomento: Formazione
Comunicazione: mentre il mondo trepida per il Giappone la Libia e l'Arabia Saudita ristabiliscono la PAX territoriale
Vivere il proprio tempo, cercando di leggere il più oggettivamente possibile la storia non è facile nemmeno per chi viva in Occidente ed abbia accesso ai media più sofisticati ed ad un numero impress...
La Redazione (R.S.)
Argomento: Evoluzione normativa
Abilitazione di insegnanti ed istruttori di autoscuola: ridisciplinati i corsi di formazione e le procedure abilitative.
E' stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.57 del 10 Marzo 2011 il Decreto 26 gennaio 2011, n. 17 rubricato "Regolamento recante la disciplina dei corsi di formazione e procedure per l'abili...
Giuseppe Formichella
Argomento: Evoluzione normativa
Raccordi tra i percorsi degli istituti professionali e i percorsi di istruzione e formazione professionale: pubblicate le linee guida.
Importanti novità nel comparto Scuola il Decreto 18 gennaio 2011 contenente le "Linee guida, ai sensi dell'articolo 13, comma 1-quinquies del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito, con...
Pierfrancesco Viola
sabato 16 aprile 2011
Vivere per una notte da senzatetto
E’ vero che si fa fatica a orientarsi nelle innumerevoli commemorazioni che ci vengono continuamente proposte per richiamare alla nostra memoria gli innumerevoli problemi che il mondo deve affrontare; è tanto vero che un pubblicitario francese, Vincent Tondeux, ne ha creato un elenco davvero impressionante, con circa 200 giorni impegnati su 365; ci sono le giornate mondiali per la pace e quella dello scoutismo, quella dedicata al giorno senza facebook e quella della cortesia al volante, quella dedicata al sole e quella dedicata all’ipertensione.
Insomma un elenco disparato e, a leggerlo con un po’ di distacco, con un effetto vagamente comico. (1)
Comunque, chi è interessato a proporne qualcun’altra deve sbrigarsi, perché i giorni disponibili stanno finendo.
Fuori dal fastidio per un affollamento necessariamente caotico, nelle “giornate mondiali” vi sono però eventi estremamente significativi, per i soggetti che lo propongono e per gli oggetti portati all’attenzione di tutti. Tra questi vi è sicuramente quella che si è celebrata qualche settimana fa, la Giornata Mondiale ONU contro la povertà (17 ottobre).
In genere, per richiamare l’attenzione su qualche problema si ricorre all’uso di numeri, di statistiche, di confronti storici, di comparazioni tra legislazioni e sistemi sociali differenti. Più raramente, invece, si ricorre alle storie individuali, alle concrete esperienze di coloro che ne sono coinvolti in prima persona.
Va in questa direzione un’esperienza che si è tenuta in varie città d’Italia, e a Roma in particolare, qualche settimana fa.
In occasione di questa Giornata Mondiale si è deciso di ricordare, per il decimo anno consecutivo, i senzatetto, coloro che dormono per strada, con la manifestazione “La Notte dei Senza Dimora”.(2)
Si tratta del tentativo di offrire spunti di riflessione che vadano oltre i consueti canali di divulgazione di contenuti per mezzo dei convegni e delle raccolte di dati, nel tentativo di offrire un’opportunità di avvicinarsi ad alcuni problemi con una trasmissione di contenuti per mezzo delle emozioni suscitate e della immedesimazione empatica nelle situazioni di disagio.
Tra le tante iniziative correlate alla manifestazione “Portami a fare un giro”, un’esplorazione dei luoghi della città con gli occhi dei senza dimora. Da segnalare anche la premiazione de “La vita di un senza dimora”, un vero e proprio concorso letterario con le poesie e i racconti ispirati dall’esperienza di vivere in strada. Ma, soprattutto, a mezzanotte con il sacco a pelo si è dormito in piazza.
Secondo le associazioni che hanno organizzato l’evento, sono state molte le persone coinvolte dalle varie iniziative, mentre in 60 hanno deciso di aspettare l’alba insieme ai senza dimora dormendo a Piazza dell’Immacolata a San Lorenzo.
Riportiamo, per concludere, le parole di uno degli organizzatori: “Ha rappresentato un momento di riflessione e di denuncia, un momento per i senza dimora ma soprattutto per i cittadini … È a loro che spero sia arrivato il nostro messaggio: aprite gli occhi e guardate ciò che avete intorno a voi.”
NOTE
1)Vedi http://www.journee-mondiale.com/plan.php.
2)Vedi il sito che raccoglie racconti e fotografie di quest’esperienza: http://www.lanottedeisenzadimora.it:80/.
Tratto da Lavoro e Post mercato n. 100
giovedì 31 marzo 2011
Togliersi la vita per mancanza di lavoro. Centralità del lavoro (seconda ed ultima parte)
Nella prima parte di questo intervento abbiamo sottolineato (V. LPM n°94) come sia ancora difficile collocare concettualmente il fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro e ci siamo rivolti per così dire ai classici sull’argomento per tentare una ricognizione generale e per cercare qualche elemento di comprensione e la presenza di aspetti inediti nell’emergere di questo fenomeno.
Quanto a Durkheim, che abbiamo citato nella prima parte di questo intervento, per il sociologo francese ci sono tre tipi fondamentali di suicidio.
Il primo tipo, il suicidio cosiddetto egoistico, si manifesta quando le persone che lo compiono sono così autocentrate da non poter ammettere di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che si sono posti. Più elevati sono gli obiettivi, maggiori sono i rischi.
Il secondo tipo, diverso dal precedente, è riferibile alle personalità ben inserite nel contesto sociale e che possono arrivare a compiere questo tipo di gesti per soddisfare una qualche specie di imperativo sociale, superiore al principio di conservazione, come ad es. per i capitani delle navi che affondano insieme alle imbarcazioni.
Il terzo tipo, quello che ha dato giustamente celebrità al pensatore francese, vero punto di riferimento imprescindibile per tutti gli studi sull’argomento, è il cosiddetto suicidio anomico, tipico delle società moderne, che statisticamente collega il fenomeno dei suicidi con i cicli economici e con le condizioni familiari e professionali degli individui. Le prove empiriche dimostrano con le dovute evidenze statistiche che ad es. ci si toglie meno la vita fra le persone sposate rispetto ai celibi, perché la famiglia, la religione, così come l’ appartenenza professionale, fa si che gli individui facciano parte di gruppi la cui coesione e il senso di appartenenza rinforza in ognuno le ragioni per vivere, offrendogli un indispensabile ambiente umano più di quanto non neghi la sua espansione e non ne limiti le capacità.
Per l’autore, che ha in gran conto la coesione e la persistenza dei sistemi sociali, questi fenomeni dipendono dalle fasi di trasformazione e di frantumazione dell’equilibrio sociale. E’ ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori.
E’ vero che il determinismo sociale pensato dall’autore stride con la sensibilità corrente che attribuisce alla volontà individuale l’ultima voce in capitolo per ogni evento. Ma anche in questo caso si tratta di un determinismo (e di un’ideologia) a parti rovesciate.
Per uscire da questa sterile contrapposizione, e forse cogliere qualche aspetto delle novità che presentano questi eventi tragici, va avanzata l’idea che se è vero che i legami sociali sono determinanti per spiegare scelte così estreme, è anche vero che entro certi limiti gli individui “scelgono” in un repertorio che muta secondo i tempi e le prospettive dei particolari contesti sociali.
In fondo è quello che i vari social network portano alla luce: gli individui condividono con altri rappresentazioni collettive, micro-ideologie, credenze e stili di vita che creano la fisionomia di una forma di vita specifica nella quale ci si sente a casa propria, a volte ben più che nel proprio ambiente familiare, perché in quest’attività si esercita la socializzazione e la realizzazione dell’identità, frutto di una più o meno faticosa autocostruzione.
Quindi bisogna sfuggire anzitutto all’idea che vi sia una sorta di automatismo economicista, per cui nei momenti di crisi come quello attuale gli anelli più deboli, la forza lavoro più marginale e meno ricollocabile, sia espulsa dai cicli produttivi e abbandonata a sé stessa. Questa marginalizzazione sarebbe la causa principale del fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro. Che vi sia anche questo aspetto non ci possono essere dubbi. Qualche dubbio rimane se esso sia da considerarsi come unico.
Come abbiamo cercato di dimostrare, l’attività lavorativa coinvolge l’intera esistenza degli individui, ne modella la fisionomia e le aspettative, aiuta a sostenere psicologicamente e socialmente legami profondi con le altre persone, oltre a procurare un reddito per vivere. Accanto alla sfera della riproduzione (reddito) c’ è una sfera della produzione di senso (simbolica) che è altrettanto importante. La perdita del lavoro, insomma, non è solo perdita del reddito. E’ perdita d’identità e di reputazione sociale, perdita di senso e mancanza di futuro e di progettualità. Quando si perde il lavoro, si perde tutto questo, non solo il reddito.
E veniamo ad un ultimo punto, cui dedicheremo solo poche battute e che avrebbe bisogno di un più ampio spazio per essere sviluppato ed approfondito. Il tema è quello della politica economica, vale a dire quella branca del sapere caduta ormai in gran sospetto e sempre più osteggiata dai cultori del pensiero unico del mercato e della competizione riequilibratrice a lungo termine. Citiamo, per sgombrare il campo da equivoci, la celebre frase keynesiana: “a lungo termine saremo tutti morti”.
La domanda con la quale chiudiamo questo intervento è la seguente: può una politica economica degna di questo nome, non quella surrettiziamente condotta dalle agenzie di rating e dalle insindacabili scelte dei mercati (1) , ma una seria attività di analisi e di correzione delle storture degli automatismi economici, fare propri ed includere nei suoi strumenti analitici la centralità del lavoro come elemento prioritario rispetto al profitto e alla logica degli investimenti redditizi?
NOTE
1) Basti pensare che è invalsa ormai l’abitudine di valutare la redditività di un’impresa e degli investimenti ogni trimestre (!). Se vi sono forti oscillazioni dei mercati o difficoltà di approvvigionamento, per salvaguardare la remunerazione degli azionisti, si procede sempre più frequentemente con l’espulsione della forza lavoro, in modo da riequilibrare i conti e assicurare gli utili.
Tratto da Rivista Lavoro Post mercato n° 96
Quanto a Durkheim, che abbiamo citato nella prima parte di questo intervento, per il sociologo francese ci sono tre tipi fondamentali di suicidio.
Il primo tipo, il suicidio cosiddetto egoistico, si manifesta quando le persone che lo compiono sono così autocentrate da non poter ammettere di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che si sono posti. Più elevati sono gli obiettivi, maggiori sono i rischi.
Il secondo tipo, diverso dal precedente, è riferibile alle personalità ben inserite nel contesto sociale e che possono arrivare a compiere questo tipo di gesti per soddisfare una qualche specie di imperativo sociale, superiore al principio di conservazione, come ad es. per i capitani delle navi che affondano insieme alle imbarcazioni.
Il terzo tipo, quello che ha dato giustamente celebrità al pensatore francese, vero punto di riferimento imprescindibile per tutti gli studi sull’argomento, è il cosiddetto suicidio anomico, tipico delle società moderne, che statisticamente collega il fenomeno dei suicidi con i cicli economici e con le condizioni familiari e professionali degli individui. Le prove empiriche dimostrano con le dovute evidenze statistiche che ad es. ci si toglie meno la vita fra le persone sposate rispetto ai celibi, perché la famiglia, la religione, così come l’ appartenenza professionale, fa si che gli individui facciano parte di gruppi la cui coesione e il senso di appartenenza rinforza in ognuno le ragioni per vivere, offrendogli un indispensabile ambiente umano più di quanto non neghi la sua espansione e non ne limiti le capacità.
Per l’autore, che ha in gran conto la coesione e la persistenza dei sistemi sociali, questi fenomeni dipendono dalle fasi di trasformazione e di frantumazione dell’equilibrio sociale. E’ ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori.
E’ vero che il determinismo sociale pensato dall’autore stride con la sensibilità corrente che attribuisce alla volontà individuale l’ultima voce in capitolo per ogni evento. Ma anche in questo caso si tratta di un determinismo (e di un’ideologia) a parti rovesciate.
Per uscire da questa sterile contrapposizione, e forse cogliere qualche aspetto delle novità che presentano questi eventi tragici, va avanzata l’idea che se è vero che i legami sociali sono determinanti per spiegare scelte così estreme, è anche vero che entro certi limiti gli individui “scelgono” in un repertorio che muta secondo i tempi e le prospettive dei particolari contesti sociali.
In fondo è quello che i vari social network portano alla luce: gli individui condividono con altri rappresentazioni collettive, micro-ideologie, credenze e stili di vita che creano la fisionomia di una forma di vita specifica nella quale ci si sente a casa propria, a volte ben più che nel proprio ambiente familiare, perché in quest’attività si esercita la socializzazione e la realizzazione dell’identità, frutto di una più o meno faticosa autocostruzione.
Quindi bisogna sfuggire anzitutto all’idea che vi sia una sorta di automatismo economicista, per cui nei momenti di crisi come quello attuale gli anelli più deboli, la forza lavoro più marginale e meno ricollocabile, sia espulsa dai cicli produttivi e abbandonata a sé stessa. Questa marginalizzazione sarebbe la causa principale del fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro. Che vi sia anche questo aspetto non ci possono essere dubbi. Qualche dubbio rimane se esso sia da considerarsi come unico.
Come abbiamo cercato di dimostrare, l’attività lavorativa coinvolge l’intera esistenza degli individui, ne modella la fisionomia e le aspettative, aiuta a sostenere psicologicamente e socialmente legami profondi con le altre persone, oltre a procurare un reddito per vivere. Accanto alla sfera della riproduzione (reddito) c’ è una sfera della produzione di senso (simbolica) che è altrettanto importante. La perdita del lavoro, insomma, non è solo perdita del reddito. E’ perdita d’identità e di reputazione sociale, perdita di senso e mancanza di futuro e di progettualità. Quando si perde il lavoro, si perde tutto questo, non solo il reddito.
E veniamo ad un ultimo punto, cui dedicheremo solo poche battute e che avrebbe bisogno di un più ampio spazio per essere sviluppato ed approfondito. Il tema è quello della politica economica, vale a dire quella branca del sapere caduta ormai in gran sospetto e sempre più osteggiata dai cultori del pensiero unico del mercato e della competizione riequilibratrice a lungo termine. Citiamo, per sgombrare il campo da equivoci, la celebre frase keynesiana: “a lungo termine saremo tutti morti”.
La domanda con la quale chiudiamo questo intervento è la seguente: può una politica economica degna di questo nome, non quella surrettiziamente condotta dalle agenzie di rating e dalle insindacabili scelte dei mercati (1) , ma una seria attività di analisi e di correzione delle storture degli automatismi economici, fare propri ed includere nei suoi strumenti analitici la centralità del lavoro come elemento prioritario rispetto al profitto e alla logica degli investimenti redditizi?
NOTE
1) Basti pensare che è invalsa ormai l’abitudine di valutare la redditività di un’impresa e degli investimenti ogni trimestre (!). Se vi sono forti oscillazioni dei mercati o difficoltà di approvvigionamento, per salvaguardare la remunerazione degli azionisti, si procede sempre più frequentemente con l’espulsione della forza lavoro, in modo da riequilibrare i conti e assicurare gli utili.
Tratto da Rivista Lavoro Post mercato n° 96
sabato 5 marzo 2011
Summertime
Sarà perchè ho voglia di estate e, d'accordo con Proust coi ricordi a catena, ho seguito l'associazione mentale di Summertime, Porgy and Bess e poi di Ella Fitzgerald.
E allora per condividere con chiunque visiti questo blogghetto, ci metto il testo della canzone
Summertime,
And the livin' is easy
Fish are jumpin'
And the cotton is high
Your daddy's rich
And your mamma's good lookin'
So hush little baby
Don't you cry
One of these mornings
You're going to rise up singing
Then you'll spread your wings
And you'll take to the sky
But till that morning
There's a'nothing can harm you
With daddy and mamma standing by
e il video
Buon ascolto
E allora per condividere con chiunque visiti questo blogghetto, ci metto il testo della canzone
Summertime,
And the livin' is easy
Fish are jumpin'
And the cotton is high
Your daddy's rich
And your mamma's good lookin'
So hush little baby
Don't you cry
One of these mornings
You're going to rise up singing
Then you'll spread your wings
And you'll take to the sky
But till that morning
There's a'nothing can harm you
With daddy and mamma standing by
e il video
Buon ascolto
martedì 22 febbraio 2011
Sommario Rivista Lavoro e Post Mercato n° 96
Lavoro e Post Mercato
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro
vedi la rivista completa
Rivista n. 96 - del 16-10-10
Sommario
*
Argomento: Laboratorio sociale
Semplificata la disciplina degli sportelli unici per le attività produttive
Con il Dpr n.160 del 7 settembre 2010, pubblicato nella G.U. del 30 settembre 2010, viene riordinata e semplificata la disciplina degli Sportelli unici per le attività produttive.
Lo Spo...
Diego Piergrossi
*
Argomento: Info lavoro
Incentivi per le assunzioni di lavoratori con indennità di disoccupazione
La Legge Finanziaria 2010 (L. del 23/12/2009 n. 191) assegna un beneficio, in forma di riduzione contributiva o di incentivi, ai datori di lavoro che assumono lavoratori titolari dell’indennità di dis...
Rita Schiarea
Argomento: Formazione
Programmazione economico finanziaria: dal DPEF alla Decisione di Finanza Pubblica (DFP)
Lo schema di Dfp per gli anni 2011-2013 viene quest’anno presentato per la prima volta in sostituzione del Documento di programmazione economico e finanziaria ai sensi della nuova normativa in tema di...
Pierfrancesco Viola
*
Argomento: Disagio lavorativo
Lavoro nero: firmata la convenzione per una intensificazione dei controlli
Non ci saranno più solo i nuclei specializzati dei carabinieri in prima linea contro il lavoro nero, ma tutti i reparti dell'Arma territoriale, per rendere più capillare l'azione di contrasto ai fenom...
Giuseppe Formichella
*
Argomento: Approfondimento
Disciplina relativa alle controlled foreign companies (CFC)
Nell’ambito della strategia di contrasto agli arbitraggi fiscali internazionali, l’articolo 13 del decreto legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito (con modificazioni) con legge 3 agosto 2009, n. 102, ...
La Redazione (R.S.)
*
Argomento: Approfondimento
Togliersi la vita per mancanza di lavoro. Centralità del lavoro (seconda ed ultima parte)
Nella prima parte di questo intervento abbiamo sottolineato (V. LPM n°94) come sia ancora difficile collocare concettualmente il fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro e ci siamo rivolti per così...
Antonio M. Adobbato
continua..
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro
vedi la rivista completa
Rivista n. 96 - del 16-10-10
Sommario
*
Argomento: Laboratorio sociale
Semplificata la disciplina degli sportelli unici per le attività produttive
Con il Dpr n.160 del 7 settembre 2010, pubblicato nella G.U. del 30 settembre 2010, viene riordinata e semplificata la disciplina degli Sportelli unici per le attività produttive.
Lo Spo...
Diego Piergrossi
*
Argomento: Info lavoro
Incentivi per le assunzioni di lavoratori con indennità di disoccupazione
La Legge Finanziaria 2010 (L. del 23/12/2009 n. 191) assegna un beneficio, in forma di riduzione contributiva o di incentivi, ai datori di lavoro che assumono lavoratori titolari dell’indennità di dis...
Rita Schiarea
Argomento: Formazione
Programmazione economico finanziaria: dal DPEF alla Decisione di Finanza Pubblica (DFP)
Lo schema di Dfp per gli anni 2011-2013 viene quest’anno presentato per la prima volta in sostituzione del Documento di programmazione economico e finanziaria ai sensi della nuova normativa in tema di...
Pierfrancesco Viola
*
Argomento: Disagio lavorativo
Lavoro nero: firmata la convenzione per una intensificazione dei controlli
Non ci saranno più solo i nuclei specializzati dei carabinieri in prima linea contro il lavoro nero, ma tutti i reparti dell'Arma territoriale, per rendere più capillare l'azione di contrasto ai fenom...
Giuseppe Formichella
*
Argomento: Approfondimento
Disciplina relativa alle controlled foreign companies (CFC)
Nell’ambito della strategia di contrasto agli arbitraggi fiscali internazionali, l’articolo 13 del decreto legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito (con modificazioni) con legge 3 agosto 2009, n. 102, ...
La Redazione (R.S.)
*
Argomento: Approfondimento
Togliersi la vita per mancanza di lavoro. Centralità del lavoro (seconda ed ultima parte)
Nella prima parte di questo intervento abbiamo sottolineato (V. LPM n°94) come sia ancora difficile collocare concettualmente il fenomeno dei suicidi per mancanza di lavoro e ci siamo rivolti per così...
Antonio M. Adobbato
continua..
Togliersi la vita per mancanza di lavoro
L’universo del lavoro, come è ovvio che sia, è continuamente studiato e vivisezionato in tutte le sue sfaccettature e implicazioni.
Suscita qualche riflessione il fatto che al di la della registrazione delle cronache giornalistiche, non si sia posta sufficiente attenzione ai diversi casi – nel’ordine delle decine – di lavoratori suicidatisi per mancanza di lavoro.(1)
Come avevamo notato in altri interventi, la questione del lavoro coinvolge in modo profondo l’identità personale e sociale, tanto da sovrapporsi ad esse in molti casi.(2)
Molto sbrigativamente, le cronache che leggiamo sulle pagine dei giornali ci raccontano i contorni di una terribile scelta: i luoghi, la famiglia e le persone coinvolte, le difficoltà economiche, il cordoglio di tutti e l’inspiegabilità del gesto estremo.
E’ sempre difficile comprendere le ragioni di un gesto così disperato e risulta stridente e ancor più incomprensibile associare un suicidio a motivi di lavoro. Quelle che seguono sono alcune riflessioni suscitate da questi tragici eventi.
La prima, immediata, riguarda un aspetto per così dire politico e sindacale. A riprova che il conflitto sui luoghi di lavoro non è stato cancellato, ma solo espunto come un fastidioso elemento di disturbo nella convinzione che le magnifiche sorti e progressive del mercato avrebbero trovato una soluzione anche per i disturbatori della pace sociale, ci troviamo di fronte ad un’azione individuale, portata all’estremo sacrificio, di rifiuto di una realtà nient’affatto pacificata e segnata da profonde crepe di malessere.
Per tutto il tempo in cui sono state istituite e hanno operato le rappresentanze dei produttori e dei salariati – un tempo che coincide con la rivoluzione industriale e la fabbrica fordista – la gestione del conflitto e del malessere causato dal lavoro ha avuto una dimensione collettiva e ad ogni passaggio di crisi si è risposto con la creazione di adeguati sistemi di protezione e di tutela. La globalizzazione dei mercati, la feroce competizione sui costi del lavoro, l’anonimato imperscrutabile dei mercati finanziari, la crisi strutturale di un sistema che è capace di alimentarsi e crescere solo nel breve termine, scaricando sulle future generazioni problemi economici, finanziari e ambientali sempre più gravi, hanno provocato un indebolimento sempre più marcato delle istituzioni collettive, statuali e sociali.
A questa incapacità istituzionale di gestione delle crisi e dei conflitti, segue come un indicatore tragico l’impossibilità individuale di sostenere da soli un sistema che stritola e annienta ciò che è disutile, obsoleto. La novità vera di questi fenomeni risiede in questo punto: i singoli sono stati lasciati soli a fronteggiare le fluttuazioni del mercato e i saliscendi delle crisi economiche, strappando ogni legame di solidarietà e di unità con gli altri, ritenendolo inutile e diseconomico.
Un’altra riflessione riguarda la capacità da parte delle scienze sociali di rispondere con categorie adeguate alle sfide che simili eventi portano alle consuete discussioni sui legami sociali, sulla rappresentatività delle istituzioni, sulla capacità di gestione dei conflitti; in presenza di un aumento di scala dei conflitti e delle crisi, ed anche, a nostro avviso, di una loro presentazione in nuove forme, stante l’incapacità ormai acclarata degli Stati-Nazione e delle forze sociali organizzate, quali sono i possibili correttivi di un sistema che in alcuni suoi automatismi di funzionamento ormai giunge a mettere a rischio le vite individuali?
Quanto al fenomeno dei suicidi, nell’ambito delle scienze sociali, si è cercato di andare oltre il senso comune che interpreta il suicidio come un fatto patologico individuale, dovuto alla depressione o all’angoscia.
Già E. Durkheim, nel suo celebre saggio sul suicidio (3) , aveva efficacemente dimostrato che esso trova la sua spiegazione in un disadattamento dell’individuo rispetto alla società. In quest’ottica, il problema nervoso individuale, è un effetto e non la causa; la predisposizione è, insomma, solo l’evento che separa il singolo dalla comunità ma a rendere conto del suicidio è in realtà il sentimento del vuoto sociale. Durkheim, in sostanza, mette sullo sfondo le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico, pur ammettendo che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la causa principale e determinante del suicidio non è psicologica, bensì sociale. (fine prima parte)
NOTE
1)Analogo fenomeno riguarda anche alcuni imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano a far fronte ai loro impegni verso i fornitori e i dipendenti. La novità del fenomeno è tale che non si è ancora trovata una categoria per definire questi fenomeni, né esistono ancora statistiche affidabili e certe. La casistica dovrebbe includere anche i piccoli imprenditori che, per le caratteristiche del tessuto produttivo italiano, presentano delle similitudini con il lavoro dipendente.
2) Vedi nostri interventi su LPM n°50 e n°77.
3) Émile Durkheim, Le Suicidie. Étude de Sociologie”, 1897.Trad. “Sociologia del suicidio”, Newton Compton, Roma,1974. Vedi anche M. Halbwachs, Les causes du suicide, Paris, PUF, 2002. Diverso è il caso della “fabbrica dei suicidi” in Cina. In quella fabbrica si ricorreva al suicidio per l’impossibilità di sostenere i ritmi di produzione. Vedi http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml.
Tratto da Rivista Lavoro e Post Mercato n° 94
Suscita qualche riflessione il fatto che al di la della registrazione delle cronache giornalistiche, non si sia posta sufficiente attenzione ai diversi casi – nel’ordine delle decine – di lavoratori suicidatisi per mancanza di lavoro.(1)
Come avevamo notato in altri interventi, la questione del lavoro coinvolge in modo profondo l’identità personale e sociale, tanto da sovrapporsi ad esse in molti casi.(2)
Molto sbrigativamente, le cronache che leggiamo sulle pagine dei giornali ci raccontano i contorni di una terribile scelta: i luoghi, la famiglia e le persone coinvolte, le difficoltà economiche, il cordoglio di tutti e l’inspiegabilità del gesto estremo.
E’ sempre difficile comprendere le ragioni di un gesto così disperato e risulta stridente e ancor più incomprensibile associare un suicidio a motivi di lavoro. Quelle che seguono sono alcune riflessioni suscitate da questi tragici eventi.
La prima, immediata, riguarda un aspetto per così dire politico e sindacale. A riprova che il conflitto sui luoghi di lavoro non è stato cancellato, ma solo espunto come un fastidioso elemento di disturbo nella convinzione che le magnifiche sorti e progressive del mercato avrebbero trovato una soluzione anche per i disturbatori della pace sociale, ci troviamo di fronte ad un’azione individuale, portata all’estremo sacrificio, di rifiuto di una realtà nient’affatto pacificata e segnata da profonde crepe di malessere.
Per tutto il tempo in cui sono state istituite e hanno operato le rappresentanze dei produttori e dei salariati – un tempo che coincide con la rivoluzione industriale e la fabbrica fordista – la gestione del conflitto e del malessere causato dal lavoro ha avuto una dimensione collettiva e ad ogni passaggio di crisi si è risposto con la creazione di adeguati sistemi di protezione e di tutela. La globalizzazione dei mercati, la feroce competizione sui costi del lavoro, l’anonimato imperscrutabile dei mercati finanziari, la crisi strutturale di un sistema che è capace di alimentarsi e crescere solo nel breve termine, scaricando sulle future generazioni problemi economici, finanziari e ambientali sempre più gravi, hanno provocato un indebolimento sempre più marcato delle istituzioni collettive, statuali e sociali.
A questa incapacità istituzionale di gestione delle crisi e dei conflitti, segue come un indicatore tragico l’impossibilità individuale di sostenere da soli un sistema che stritola e annienta ciò che è disutile, obsoleto. La novità vera di questi fenomeni risiede in questo punto: i singoli sono stati lasciati soli a fronteggiare le fluttuazioni del mercato e i saliscendi delle crisi economiche, strappando ogni legame di solidarietà e di unità con gli altri, ritenendolo inutile e diseconomico.
Un’altra riflessione riguarda la capacità da parte delle scienze sociali di rispondere con categorie adeguate alle sfide che simili eventi portano alle consuete discussioni sui legami sociali, sulla rappresentatività delle istituzioni, sulla capacità di gestione dei conflitti; in presenza di un aumento di scala dei conflitti e delle crisi, ed anche, a nostro avviso, di una loro presentazione in nuove forme, stante l’incapacità ormai acclarata degli Stati-Nazione e delle forze sociali organizzate, quali sono i possibili correttivi di un sistema che in alcuni suoi automatismi di funzionamento ormai giunge a mettere a rischio le vite individuali?
Quanto al fenomeno dei suicidi, nell’ambito delle scienze sociali, si è cercato di andare oltre il senso comune che interpreta il suicidio come un fatto patologico individuale, dovuto alla depressione o all’angoscia.
Già E. Durkheim, nel suo celebre saggio sul suicidio (3) , aveva efficacemente dimostrato che esso trova la sua spiegazione in un disadattamento dell’individuo rispetto alla società. In quest’ottica, il problema nervoso individuale, è un effetto e non la causa; la predisposizione è, insomma, solo l’evento che separa il singolo dalla comunità ma a rendere conto del suicidio è in realtà il sentimento del vuoto sociale. Durkheim, in sostanza, mette sullo sfondo le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico, pur ammettendo che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la causa principale e determinante del suicidio non è psicologica, bensì sociale. (fine prima parte)
NOTE
1)Analogo fenomeno riguarda anche alcuni imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano a far fronte ai loro impegni verso i fornitori e i dipendenti. La novità del fenomeno è tale che non si è ancora trovata una categoria per definire questi fenomeni, né esistono ancora statistiche affidabili e certe. La casistica dovrebbe includere anche i piccoli imprenditori che, per le caratteristiche del tessuto produttivo italiano, presentano delle similitudini con il lavoro dipendente.
2) Vedi nostri interventi su LPM n°50 e n°77.
3) Émile Durkheim, Le Suicidie. Étude de Sociologie”, 1897.Trad. “Sociologia del suicidio”, Newton Compton, Roma,1974. Vedi anche M. Halbwachs, Les causes du suicide, Paris, PUF, 2002. Diverso è il caso della “fabbrica dei suicidi” in Cina. In quella fabbrica si ricorreva al suicidio per l’impossibilità di sostenere i ritmi di produzione. Vedi http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml.
Tratto da Rivista Lavoro e Post Mercato n° 94
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