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sabato 16 aprile 2011

Vivere per una notte da senzatetto


E’ vero che si fa fatica a orientarsi nelle innumerevoli commemorazioni che ci vengono continuamente proposte per richiamare alla nostra memoria gli innumerevoli problemi che il mondo deve affrontare; è tanto vero che un pubblicitario francese, Vincent Tondeux, ne ha creato un elenco davvero impressionante, con circa 200 giorni impegnati su 365; ci sono le giornate mondiali per la pace e quella dello scoutismo, quella dedicata al giorno senza facebook e quella della cortesia al volante, quella dedicata al sole e quella dedicata all’ipertensione.
Insomma un elenco disparato e, a leggerlo con un po’ di distacco, con un effetto vagamente comico. (1)

Comunque, chi è interessato a proporne qualcun’altra deve sbrigarsi, perché i giorni disponibili stanno finendo.

Fuori dal fastidio per un affollamento necessariamente caotico, nelle “giornate mondiali” vi sono però eventi estremamente significativi, per i soggetti che lo propongono e per gli oggetti portati all’attenzione di tutti. Tra questi vi è sicuramente quella che si è celebrata qualche settimana fa, la Giornata Mondiale ONU contro la povertà (17 ottobre).

In genere, per richiamare l’attenzione su qualche problema si ricorre all’uso di numeri, di statistiche, di confronti storici, di comparazioni tra legislazioni e sistemi sociali differenti. Più raramente, invece, si ricorre alle storie individuali, alle concrete esperienze di coloro che ne sono coinvolti in prima persona.
Va in questa direzione un’esperienza che si è tenuta in varie città d’Italia, e a Roma in particolare, qualche settimana fa.
In occasione di questa Giornata Mondiale si è deciso di ricordare, per il decimo anno consecutivo, i senzatetto, coloro che dormono per strada, con la manifestazione “La Notte dei Senza Dimora”.(2)

Si tratta del tentativo di offrire spunti di riflessione che vadano oltre i consueti canali di divulgazione di contenuti per mezzo dei convegni e delle raccolte di dati, nel tentativo di offrire un’opportunità di avvicinarsi ad alcuni problemi con una trasmissione di contenuti per mezzo delle emozioni suscitate e della immedesimazione empatica nelle situazioni di disagio.

Tra le tante iniziative correlate alla manifestazione “Portami a fare un giro”, un’esplorazione dei luoghi della città con gli occhi dei senza dimora. Da segnalare anche la premiazione de “La vita di un senza dimora”, un vero e proprio concorso letterario con le poesie e i racconti ispirati dall’esperienza di vivere in strada. Ma, soprattutto, a mezzanotte con il sacco a pelo si è dormito in piazza.
Secondo le associazioni che hanno organizzato l’evento, sono state molte le persone coinvolte dalle varie iniziative, mentre in 60 hanno deciso di aspettare l’alba insieme ai senza dimora dormendo a Piazza dell’Immacolata a San Lorenzo.

Riportiamo, per concludere, le parole di uno degli organizzatori: “Ha rappresentato un momento di riflessione e di denuncia, un momento per i senza dimora ma soprattutto per i cittadini … È a loro che spero sia arrivato il nostro messaggio: aprite gli occhi e guardate ciò che avete intorno a voi.”



NOTE

1)Vedi http://www.journee-mondiale.com/plan.php.
2)Vedi il sito che raccoglie racconti e fotografie di quest’esperienza: http://www.lanottedeisenzadimora.it:80/.



Tratto da Lavoro e Post mercato n. 100

domenica 12 settembre 2010

Le rotte dei nuovi schiavi. Il caso Rosarno


Nei due interventi precedenti (n° 81 e 83 di LPM) abbiamo cercato di richiamare l'attenzione sulla mancanza di scrupoli di un sistema economico che agisce e prospera nella completa illegalità.
Ma non vi è solo un sistema economico che rifiuta ogni regolazione di carattere legale, in spregio ad ogni norma, giuridica ed etica.
Come ha mostrato il caso Rosarno, il mancato riconoscimento dei più elementari diritti umanitari, oltre a saldarsi strettamente a quei settori dell'economia che operano nella più totale illegalità sfruttando il lavoro dei diseredati immigrati, diventa ulteriore fonte di guadagno anche per la criminalità organizzata.
Gli allarmi lanciati dagli osservatori più attenti sulla potenza economica della 'ndrangheta, oltre che sulla sua pericolosità e capacità di infiltrazione nelle iniziative economiche legali sono spesso caduti nel vuoto, tacciati di allarmismo e di sterile professionismo antimafioso. (6)

Possiamo introdurre a questo proposito un invito ad una maggiore attenzione?
In fondo, possiamo considerare l'esemplarità della situazione di Rosarno come una sorta di laboratorio sociale in cui si vedono alcune dinamiche che molto spesso l'opinione pubblica non vuole o non sa cogliere.
La prima, l'abbiamo detto, è quella di una funzionalità di fatto del mercato delle braccia di molti immigrati, soprattutto nei settori in cui lo sfruttamento del fattore della forza lavoro è preponderante rispetto all'impiego di capitale o di macchine, come nell'agricoltura o nell'edilizia o nella manifattura.

La questione di questa sorta di neo schiavitù sembra ben accetta da molti e rubricata spesso come questione di mero ordine pubblico, quando i fenomeni di sfruttamento, di rifiuto dell'estensione dei diritti elementari e di mancata integrazione rendono evidente il problema.

La seconda dinamica, in un cerchio più largo, riguarda la cosiddetta società civile, che non ignora del tutto il problema ma ne trae un qualche beneficio, vendendo beni e servizi ai poveri sventurati che ne hanno bisogno, salvo poi invocare la mano di ferro o attribuire loro tutte le malefatte possibili.

La terza dimensione riguarda diversi settori della Pubblica amministrazione e organi istituzionali che invece di intervenire per attenuare o contrastare lo sfruttamento, dimostrano il loro disinteresse nei confronti di soggetti che evidentemente non hanno alcun santo protettore.

Una quarta dinamica, del tutto sconosciuta ai più, riguarda il ruolo della criminalità organizzata.
La 'ndrangheta all'opera in quel di Rosarno non solo taglieggia, traffica, uccide, minaccia, ricatta, inquina ma estrae valore anche dalla necessità di una massa di disperati che cerca di procacciarsi in qualche modo di sopravvivenza.

Vogliamo provare a disegnare il circuito del valore aggiunto estratto dalle 'ndrine, a riprova dello spirito di intrapresa delle cosche?
Il primo passaggio è quello del possesso della terra. Gli agrumeti e gli uliveti della zona, nelle poche zone fertili per un'agricoltura redditizia, sono passati di mano alle cosche più agguerrite, con i consueti metodi delle minacce e delle compravendite forzate.

Il secondo passaggio è quello degli introiti derivanti dai contributi della Ue all'agricoltura. Come forse non è noto, si è passati dai contributi versati in base ai raccolti effettuati a quelli legati al possesso della terra e al numero di ettari di coltura posseduti. Facile immaginare chi rastrella questi contributi.

Il terzo passaggio è far figurare come braccianti agricoli migliaia di persone che fanno finta di lavorare nella terra e versano da sé i contributi per poi recuperarli ad abundantiam con un welfare piegato all'illegalità e guadagnandoci i sussidi di disoccupazione e gli assegni di maternità e quant'altro.

Il quarto passaggio riguarda gli immigrati, impiegati davvero nella raccolta ma del tutto assenti nelle statistiche ufficiali. In cambio di turni di lavoro massacranti e di pochi euro l'ora, si offre loro, facendoseli pagare a caro prezzo, alloggi fatiscenti, servizi di trasporto per i luoghi di raccolta e taglieggiamenti da parte dei caporali che ingaggiano le braccia. Il risultato è ampiamente positivo per un network di criminali che non esitano a passare a vie di fatto per far abbassare la testa a tutti coloro che cercano di ribellarsi a questo stato di cose.
Alle solite categorie che individuano i proventi delle cosche, oltre al traffico di droga e di armi, di gran lunga le voci più importanti, insieme ai racket, al gioco illegale, al traffico di esseri umani per la prostituzione e al riciclaggio di enormi quantità di denaro, va aggiunta anche la categoria dello sfruttamento al limite dello schiavismo di migliaia di immigrati che vendono l'unica cosa che possiedono: le braccia per lavorare.

Si tratta di una voce che comparata alle altre non offre molti introiti, ma non mettiamo limite all'inventiva delle 'ndrine. I “piccioli” non hanno odore e non hanno confine, come hanno imparato a loro spese i tedeschi dopo la strage di Duisburg.
E infine l'ultimo e più pericoloso aspetto, meno visibile e meno misurabile: fare percepire alle popolazioni residenti la propria forza e la propria impunità nel controllo del territorio.

NOTE

6)Vedi ad es. http://www.crimelist.it/index.php?option=com_content&task=view&id=686&Itemid=371. La fonte principale di riferimento rimane la Relazione finale della Commissione Parlamentare Antimafia del marzo 2008.



Tratto da Rivista Lavoro e PostMercato n° 84

domenica 23 maggio 2010

Le rotte dei nuovi schiavi. Gli invisibili al lavoro


Nell'intervento precedente (vedi n° 81 di LPM dell'1/3/10) abbiamo richiamato la triste vicenda storica delle navi negriere per afferrarne analogie e differenze con il presente.

Quello che è emerso con forza, con lo shock della rivolta degli schiavi, è che i nuovi forzati sono passati dal cono d'ombra che li avvolge normalmente alla piena luce dei riflettori.
Questi che fino a poco tempo fa erano invisibili, dopo essere stati oggetto di sfruttamento, diventano oggetto d'interesse ma non soggetti riconosciuti.

Perché questo sembrerebbe il punto che molti autorevoli editorialisti sembrano dimenticare, concentrandosi più sull'esistenza di fenomeni di razzismo in Italia che sulla funzionalità garantita ad un mercato delle braccia da una massa di immigrati ricattabili, senza alcuna tutela, sfruttati e magari accusati, per il semplice fatto di essere irregolari, di contribuire ad aumentare la criminalità.

Ad un osservatore anche disattento non dovrebbe sfuggire la realtà che milioni di persone, nelle varie forme che prende il lavoro sottopagato e sfruttato, sono funzionali ad un'economia sommersa fatta di illegalità, di soprusi e di abuso.
La nuova schiavitù funziona così: masse di disperati arrivano nel mondo ricco e vengono subito messi a profitto nei lavori più umili e sottopagati, in condizioni abitative precarie, nella paura di un permesso di soggiorno negato o scaduto, nella convinzione e nella certezza che i caporali che fanno incetta di nuovi schiavi, dai più bassi livelli fino a quelli dei colletti bianchi, non saranno scoperti e puniti per le loro malefatte e per le loro operazioni di bieco sfruttamento.

Che dire, poi, come nel caso di Rosarno, dell' incredibile cecità delle istituzioni: ASL, Ispettorati del Lavoro, Polizia, ecc, che non si accorgono di avere su quel territorio, con una popolazione di circa 8000 persone, circa 1500 immigrati che lavorano nelle campagne senza diritti e senza abitazione, con un presidio di Medici senza frontiere che offre loro assistenza sanitaria, come si farebbe in un qualche campo di rifugiati?

Viene quasi da pensare che sulla pelle degli immigrati si stia conducendo un esperimento che presto potrebbe riguardare tutti. Visto che è il mercato a “programmare”, sono solo gli accordi informali tra datore di lavoro e lavoratore e la concorrenza tra lavoratori a stabilire il salario effettivamente percepito. Si può immaginare, con rapporti di forza simili, quale sia il potere contrattuale di un extracomunitario che ha bisogno di un lavoro per vivere, braccia da sfruttare in quei settori economici che si alimentano di lavoro privo di tutele, lucrando sulla loro condizione di precarietà esistenziale, abitativa, sociale, giuridica.

Sulla specificità del caso di Rosarno, sul suo presentarsi come laboratorio avanzato di una economia criminale che si arricchisce sfruttando senza alcuno scrupolo e senza paura di essere scoperti, ritorneremo più avanti.
Seguiamo invece per un momento i risultati di uno studio presentato pochi giorni fa, che sgombra il campo da diversi luoghi comuni.

Sugli irregolari come massa di manodopera a basso costo, funzionale ad un'economia sommersa e del tutto illegale, è stato presentato uno studio condotto alla fine dello scorso anno commissionato dalla Fondazione Rodolfo De Benedetti e presentato a Bologna. (4)
Come ha spiegato l'economista Tito Boeri, Ordinario di Economia del Lavoro, presentando i dati, c'è una decisa smentita della relazione diretta tra aumento dell'immigrazione e aumento della criminalità.
Gli “irregolari” lavorano di più e guadagnano di meno rispetto a chi ha i documenti in regola. Sono una risorsa per molti imprenditori che agiscono nella completa illegalità.
Il 66% degli immigrati privi di permesso di soggiorno, infatti, ha un lavoro, nonostante sia privo di un titolo legale per rimanere in Italia. È impiegato in nero e fa turni molto pesanti: l'80% non si ferma neppure il sabato, il 31,8% lavora di domenica e il 38% fa anche turni notturni (contro il 22% degli immigrati regolari).
Lavorano tanto, ma la loro retribuzione è inferiore ad ogni soglia possibile, in comparazione alle retribuzioni legali.. Il 40% di chi non ha il permesso di soggiorno, infatti, guadagna meno di 5 euro l'ora. E ancora peggio va alle donne prive di permesso di soggiorno.

Questi risultati - conclude Boeri - spiegano perché gli immigrati irregolari continuano a venire in Italia: trovano facilmente lavoro, anche senza permesso di soggiorno. E i datori di lavoro possono pagarli ancor meno di quanto pagherebbero i regolari".

Un indizio indiretto ma assolutamente cogente di questo impiego senza scrupoli di forza lavoro, per un'economia che vive anche di sfruttamento, è l'aumento crescente di infortuni sul lavoro che riguardano i lavoratori stranieri. (5)

NOTE

4)Questi risultati sono stati presentati nel corso del "Forum sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro", organizzato dalla fondazione Alma Mater.Vedi http://www.fondazionealmamater.unibo.it/FAM/consulenzaericercaapplicata/OsservatoriCentriTematici/29_GENNAIO_SALUTE_E_SICUREZZA_NEI_LUOGHI_DI_LAVORO.htm.
5)Vedi http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SICUREZZA. Come ha spiegato Il Presidente dell'INAIL, Sartori, nel presentare il consuntivo dei dati sugli infortuni nell'anno 2009, “in termini relativi, l'incidenza infortunistica risulta più elevata per gli stranieri: 44 casi denunciati ogni 1000 occupati, contro i 39 degli italiani. I motivi sono spesso riconducibili all'impiego di questi lavoratori in attività più a rischio, connotate da una forte componente manuale e in assenza di un'adeguata formazione professionale".

martedì 23 dicembre 2008

Rapporto Caritas sulla povertà e sull'esclusione sociale in Italia


Lo scorso 17 ottobre, come si fa da ormai 16 anni, si è celebrata la Giornata Mondiale della Povertà.
L'origine di questa ricorrenza risale a qualche anno prima, al 1987. In quell'anno, migliaia di persone si riunirono in un locale parigino – la città della Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo - per ricordare al mondo le persone che soffrono la fame e che sono in condizioni di povertà.
Qualche anno dopo, nel dicembre del 1992, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, proclamò il 17 ottobre come la la ricorrenza dedicata alla Giornata Mondiale di lotta alla povertà.
E' importante sottolineare che l'organismo promotore sia l'ONU, perché solo con una visione globale, planetaria, si può comprendere il fenomeno della povertà e della sua estensione.

Pensare globalmente ed agire localmente, si è detto spesso in passato; questa ricorrenza, se non vuole rischiare di essere la solita celebrazione un po' retorica, va concepita non solo come la somma delle pur lodevoli azioni tese al contrasto delle situazioni che emergono come le più gravi e problematiche ma come l'occasione preziosa per operare un serio ripensamento della distribuzione delle risorse, anche in relazione alla considerevole diminuzione dei flussi di donazioni che provengono dal settore privato. (1)

In occasione della giornata mondiale della povertà, è stato presentato dalla Caritas italiana e dalla Fondazione Zancan anche il nuovo Rapporto sulla povertà e l'esclusione sociale in Italia.
Si tratta di un appuntamento ormai ricorrente e riguarda uno dei pochi osservatori privilegiati nel nostro paese sulla distribuzione delle risorse di assistenza per le fasce più a rischio della popolazione italiana.
Le cifre sono impressionanti e testimoniano una persistenza del fenomeno della povertà nel nostro paese e il sostanziale fallimento delle politiche di intervento assistenziale. Secondo questo nuovo Rapporto, è da considerarsi povero il 13% della popolazione italiana (7,5 milioni di persone), dovendo sopravvivere con meno della metà del reddito medio italiano, vale a dire con meno di 500-600 euro al mese. Ma ci sono almeno altrettante persone che sopravvivono con poco di più e che superano la soglia di povertà di una cifra compresa tra 10 e 50 euro al mese. Quindici milioni in tutto. E l’Italia, ci dice questo Rapporto, è diventato un paese dove le disuguaglianze si approfondiscono progressivamente e dove la «mobilità sociale» non esiste.
A tal punto che è il cosiddetto working poor ad essere diventato una realtà nel nostro paese; in una grossa ricerca commissionata dalla CGIL, e che ha coinvolto circa 100 mila lavoratori, oltre il 40% degli intervistati è sulla soglia della “povertà relativa” , soglia che l'ISTAT posiziona intorno ad un reddito disponibile di 1200 euro per un nucleo familiare di tre persone.
Le fasce di popolazione a maggior rischio sono oggi le persone non autosufficienti e le famiglie con più figli.
Avere più figli, in Italia, espone ad un maggior rischio di povertà, visto che nel nostro Paese è da considerarsi ufficialmente povero circa il 30% delle famiglie con 3 o più figli. La metà delle famiglie che si trova in questa situazione, peraltro, è concentrata al Sud. Se pensiamo alle scarse opportunità offerte a questi bambini e ragazzi, si vedrà che la situazione rischia di diventare drammatica. (2)

Operando un semplice raffronto con altri Stati europei, si vede che altrove accade esattamente il contrario, dato che la mano pubblica provvede alle famiglie numerose: più figli si hanno, minore è il tasso di povertà.
La situazione degli anziani non autosufficienti è più difficile soprattutto al Nord. Secondo gli ultimi dati disponibili, dal 2005 al 2006 la percentuale di poveri con 65 anni e più sul totale dei residenti (povertà cosiddetta relativa) è passata da un valore di 5,8 a 8,2.

Perché non si riesce a incidere su questi fenomeni, nonostante la conoscenza dei dati e degli studi sull'argomento? Secondo questo rapporto, ciò è dovuto a due cause principali, oltre all'insipienza degli interventi: la scarsità delle risorse e il loro cattivo utilizzo.
Presa nel suo complesso, la spesa per la protezione sociale in Italia è sotto la media Ue sia in termini di incidenza sul PIL ,sia in termini di spesa pro capite.
Nel complesso dei Paesi Europei, prendendo a riferimento l'Europa a 15, l'Italia è il paese europeo in cui i trasferimenti di risorse hanno il minor impatto nel ridurre il fenomeno della povertà, mentre altri paesi sono in grado di abbatterla della metà.
Poiché i trasferimenti monetari costituiscono la voce principale di spesa, il Rapporto suggerisce di percorrere una strada alternativa a quella praticata finora. Invece di affidare ai trasferimenti monetari il compito di intervenire sulle situazioni di bisogno, occorrerebbe invece aumentare le forme di aiuto attraverso i servizi, oltre che a decentrare la spesa sociale.(3)

Un elemento di particolare interesse del Rapporto che stiamo qui presentando sinteticamente, riguarda l'uso di indicatori per il confronto sulle diverse dimensioni della povertà e sulla comparazione operata tra diverse regioni. (4)
L'analisi comparativa ha mostrato con sufficiente precisione la conferma del divario tra Nord e Sud, pur in presenza di una certa eterogeneità all'interno delle diverse aree. In Sicilia, ad es., ha inciso favorevolmente la spesa per assistenza domiciliare, mentre in Sardegna lo sviluppo dei servizi sociali ha posizionato la Regione in alto nella graduatoria.

Nel caso della povertà infantile, troviamo la consueta polarizzazione Nord-Sud, con lo svantaggio maggiore del Sud rispetto a tutti gli indicatori, e in particolare rispetto alla disoccupazione femminile di lunga durata, alla condizione abitativa e alla mortalità infantile. Complessivamente, solo il Lazio ha avuto significativi miglioramenti nell'affrontare le situazioni di maggior disagio.

Le politiche di lotta al rischio di esclusione e le misure anti-povertà non sono un ambito di esclusiva pertinenza del governo centrale e per questo si è provveduto ad un monitoraggio sulla pianificazione sociale decentrata. Le strategie messe in atto dai sistemi amministrativi locali, relativamente a questo aspetto così in sofferenza del nostro welfare, vedono in prospettiva l'integrazione tra sistemi locali e una diminuzione di trasferimenti alla persona.
Tuttavia, ci sono territori in cui resta fuori da questa cornice di programmazione una discreta parte dei finanziamenti finalizzati alla gestione di azioni di welfare ed altri invece in cui il piano riveste una effettiva centralità e capacità di catalizzazione delle dotazioni finalizzate alle politiche sociali.

Le tipologie di servizio che più immediatamente possono riferirsi alla lotta all’esclusione possono identificarsi con i sussidi economici e con gli interventi volti a contrastare le emergenze sociali più acute, entrambi presenti in più di sei piani su dieci. (5)

Dalla varietà delle situazioni e delle strategie di intervento emerge la necessità di rivedere il nostro sistema di Welfare anche relativamente a questo settore, mentre si è sempre privilegiato, e più volte si è intervenuti, sul sistema previdenziale.

Se a questi dati si aggiunge la radicale trasformazione dei bisogni sociali negli ultimi decenni relativamente alla composizione demografica della popolazione, al suo invecchiamento progressivo, alle politiche di riduzione dei deficit pubblici anche con i tagli draconiani agli interventi, si vede quanto sia necessario immaginare un nuovo sistema di protezione sociale per le persone più in difficoltà e quanto sia indispensabile un riorientamento generale nell'acquisizione e nella distribuzione delle risorse.

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NOTE

(1)Qualche tempo fa il New York Times ha riportato la notizia, apparsa sul sito di Givin Usa Foundation, che riportava alcune stime su una drastica contrazione delle donazioni da parte dei privati. V. http://www.givingusa.org/gusa/mission.cfm.
Il 2010, su decisione del Consiglio dell'Unione Europea, sarà l'anno della lotta alla povertà e all'esclusione sociale, con l'obiettivo di riconoscere i diritti e la capacità delle persone escluse di svolgere un ruolo attivo nella società, di ribadire la responsabilità di tutti gli attori sociali nella lotta contro la povertà, di promuovere la coesione sociale e diffondere le buone pratiche in materia di inclusione.
(2)Vedi il nostro intervento sul n° 42 di Lavoro e Post Mercato del 16/7/08, “La condizione dei minori in Italia – Pubblicato il 4° rapporto del gruppo CRC.: http://www.lavoropostmercato.org/rivista.php?arg=3&art=383
(3)Per servizi si possono intendere forme strutturate di aiuto che vanno dagli interventi domiciliari a interventi intermedi o territoriali, come i centri diurni o i servizi educativi, a interventi residenziali, come le case famiglia, le residenze per persone non autosufficienti ecc. Per un esame più dettagliato delle proposte concrete, invitiamo a leggere direttamente il Rapporto, soprattutto in relazione alla possibilità di riallocare le risorse senza per questo aumentare la spesa pubblica.
(4)Questo confronto è stato reso possibile dall'uso degli indicatori elaborato dal Consiglio Europeo di Laeken-Bruxelles nel dicembre 2001 e poi diventati il punto di riferimento nell'analisi e nelle ricerche sull'esclusione sociale. Sono 18 indicatori statistici, suddivisi in primari e secondari, e prendono in esame, per citarne alcuni, i redditi disponibili dopo i trasferimenti pubblici, la loro distribuzione, il tasso di disoccupazione, la speranza di vita alla nascita, l'auto percezione dello stato di salute, ecc. Le definizioni esatte di questi 18 indicatori sono riprese in allegato al rapporto del Comitato della protezione sociale: http://europa.eu.int/comm/employment_social /soc-prot/soc-incl/indicator_fr.htm. Due "statistiche in breve" (8/2003 et 9/2003) recentemente publicate da Eurostat, l’ufficio statistico dell’UE.
(5)Per quanto concerne i trasferimenti monetari, il primato di una maggiore diffusione è detenuto dalle zone del Veneto (82,4%), dell’Emilia Romagna (80,8%) e della Liguria (77,8%). Superiore al dato medio anche la situazione degli ambiti lombardi (72,7%), abruzzesi (72%), e toscani (71,4%). Tra i dati disponibili per le aree meridionali, si può cogliere la netta diversificazione tra il dato pugliese, in linea con la media nazionale, e quello lucano, che fa registrare la percentuale più bassa (16,7%).