sabato 26 dicembre 2009

Un nuovo Rapporto sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza


E' stato presentato a Roma il nono Rapporto nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza realizzato dall'Eurispes e da Telefono Azzurro.(1)

Sono dunque dieci anni che l'Istituto di ricerca sociale e l'ente che si occupa della protezione dell'infanzia si pongono nella posizione di osservatori qualificati dei fenomeni più rilevanti che interessano il mondo dell'infanzia e dell'adolescenza.

Si tratta di una raccolta di istantanee che cercano di individuare, nel rimescolarsi continuo di temi e di nuclei critici, quelli che sono gli aspetti più significativi di un mondo che spesso è trattato con forme ansiose o con superiore disinteresse.
Stupisce, infatti, che per quanto si tratti di ricerche metodologicamente rigorose, con campioni significativi, i risultati, per quanto parziali ed ipotetici, sembrano interessare poco o punto la pubblica opinione e coloro che sono chiamati a elaborare adeguate politiche sociali. Al più si strappa qualche titoletto di giornale, un richiamo in qualche notiziario e poi tutto scorre verso l'oblio.(2)

La questione risulta ancora più significativa se si pone attenzione al fatto che nonostante le roboanti prese di posizione e gli alti lamenti intorno alla crisi dei valori, l'attenzione verso i bambini e gli adolescenti in carne ed ossa è assai carente. Si preferisce attenersi ai saperi consolidati e, con una certa aria di superiorità, trattare con sufficienza le nuove generazioni. Non sembra, in sostanza, che le istituzioni, la politica, la collettività nel suo complesso vogliano appropriarsi di conoscenze realistiche e di strumenti adeguati d'intervento.
Le politiche formative, quelle del lavoro, le scelte di orientamento del welfare dovrebbero tener conto di queste conoscenze, ma in linea di massima ciò non avviene.

Le 40 schede che compongono il Rapporto approfondiscono macro-tematiche che vanno dall’abuso al disagio,dal bullismo al lavoro minorile, dal consumo di sostanze stupefacenti all'obesità. E ancora i temi dell'affido familiare, il rapporto tra i più giovani e la politica, le tutele dei bambini rom, ecc.

Vediamo alcuni temi generali che emergono da questo interessante rapporto.

Ricerca di identità. Si tratta di uno dei temi tipici, costitutivi delle giovani generazioni e degli adolescenti in particolare. Il contesto in cui vivono i ragazzi e gli adolescenti è quello di una “crisi” di certezze e di difficoltà nel reperire modelli positivi di sviluppo. Le famiglie, la scuola, i gruppi di pari, le realtà associative sono i luoghi in cui ragazzi ed adolescenti cercano la propria identità e in cui, però, gli adulti sembrano incapaci di fornire adeguate risposte.
Lo scarto tecnologico sembra essere uno dei punti di crisi del rapporto tra i cosiddetti “nativi digitali” e il mondo degli adulti o dei genitori.
Le apparecchiature tecnologiche sempre più complesse, la possibilità di vivere la propria esistenza attraverso percorsi e realtà virtuali, l’accesso ad una mole enorme di informazioni, fanno dei bambini e degli adolescenti una sorta di “tecno-formatori” per i propri genitori e per gli adulti in preda ai dubbi, per un gap che è insieme generazionale e tecnologico.
I genitori in primis, e gli adulti nel loro complesso, sono percepiti come non aggiornati, in genere incapaci di fornire risposte certe e plausibili.
Come è spesso accaduto in passato, per avere risposte adeguate ci si rivolge al gruppo dei pari, anche se in forme inedite e ancora non del tutto esplorate, dato che siamo alla presenza di una appropriazione naturale di strumenti relazionali complessi come le chat o i social network.
Ma le caratteristiche della Rete sono, come sappiamo, ambivalenti.. Se da un lato è lo spazio dello scambio, della conoscenza, dell’incontro, dall’altro rischia di essere un luogo di solitudine, di persone che sole stanno davanti al proprio pc o al display del telefonino. (continua)

NOTE
1)Il 20 novembre di ogni anno ricorre la Giornata internazionale dei Diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Si tratta del giorno in cui nel 1989 l'Onu ha ratificato "La Convenzione sui diritti dell'infanzia"). Vedi http://www.eurispes.it/index.php e http://www.eurispes.it/index.php/Rapporto-Nazionale-sulla-Condizione-dell-Infanzia-e-dell-Adolescenza/sintesi-10d-rapporto-nazionale-sulla-condizione-dellinfanzia-e-delladolescenza.html.
2)L'indagine è stata condotta nelle scuole, su un campione di quasi 6.000 bambini e ragazzi di età compresa tra i 7 e i 19 anni.Più nel dettaglio, i dati dell’indagine sono stati elaborati a partire dalle informazioni fornite, per mezzo di questionari, compilati da 2.812 bambini tra i 7 e gli 11 anni, e da 2.991 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 19 anni. 41 le scuole interessate, di ogni ordine e grado, dalle elementari alla scuola secondaria di II grado, telefono azzurro

domenica 20 dicembre 2009

Il lavoro adesso è wiki. E’ on line il portale tematico sul lavoro Wikilabour


Nonostante nel nostro Paese la diffusione della banda larga stenti ad allinearsi agli standard di uso e di accesso di altri paesi europei, l’uso della Rete come strumento di informazione e di aggiornamento si consolida sempre di più.

Un interessante esperimento è stato presentato recentemente a Milano e si chiama Wikilabour (http://www.wikilabour.it/Default.aspx?AspxAutoDetectCookieSupport=1), un portale sindacale (CGIL) che mette a disposizione di tutti coloro che vogliono rimanere aggiornati in ambito giuslavoristico una grande quantità di informazioni, di commenti e di approfondimenti.

L’attività politica e sindacale, si sa, vive di circolazione di informazioni e di analisi; l’idea di usare il web per affermare la propria identità politica e sindacale è alla base della diffusione della Rete sin dai suoi esordi.

L’esperimento che viene presentato a Milano ha come novità principale lo spirito wiki, quello della collaborazione degli utenti esperti che commentano, segnalano e integrano i contenuti “di servizio” offerti dal portale. (1)

L’attivismo sindacale oggi si propone anche così, soprattutto nei confronti di quei soggetti e di quelle realtà lavorative che non vogliono o non possono organizzarsi a tutela dei propri diritti con una presenza fisica o con l’accesso a qualche sede sindacale.
E’ chiaro, tuttavia, che un portale, per quanto ben fatto e ben documentato, non può sostituire integralmente il contatto diretto tra attivisti sindacali e lavoratori. Si tratta, quindi, di un utilissimo strumento di lavoro, una fonte di riferimento per orientarsi in un mare magno di norme o di provvedimenti, di opportunità e di adempimenti che spesso risultano difficili da reperire e da interpretare.

Con questa avvertenza, tutti coloro che hanno necessità di avere informazioni o di aggiornarsi sulle novità legislative possono quindi accedere al portale per conoscere i propri diritti, le varie tipologie contrattuali, le informazioni sulle retribuzioni e sui contributi da versare.

Con la creazione di un profilo individuale, poi, si può accedere a pareri tecnici o a consulenze legali più dettagliate, oltre ad essere abilitati come utenti esperti per offrire eventuali contributi personali.
I contributi degli utenti esperti, infatti, come è nello spirito wiki, fanno parte integrante dei contenuti del sito, in modo che l’offerta sia orientata alla massima chiarezza, completezza e competenza.

Per assicurare il costante aggiornamento dei contenuti, infine, un Comitato dei Garanti composto da docenti universitari ed esperti di diritto, consente sia di mantenere aggiornata l'informazione, sia di controllarne l’autorevolezza scientifica e tecnica.

NOTE
1) Com’è noto, il più importante esempio di collaborazione in Rete e fonte sempre più consultata per gli internauti, è wikipedia, l’enciclopedia gestita e aggiornata dagli utenti (http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale.) L’esperimento, lanciato qualche anno fa tra le perplessità di molti, si è invece rivelato un grande successo.

Tratto da Rivista Lavoro e Post mercato n° 75.

sabato 19 dicembre 2009

Il concetto di salute integrale per la sicurezza sul lavoro. (ultima parte)


Anche il profilo psichico rientra nel novero dei beni da proteggere; anche qui non si sceglie la via della semplice mancanza di patologie psichiche o psichiatriche per definire il raggiungimento della tutela; alla ovvia assenza di malattie psichiche va aggiunto anche l’aspetto positivo, dell’auspicabile pieno soddisfacimento, di quello che si chiama, con una locuzione entrata nel lessico delle organizzazioni lavorative, benessere organizzativo.

Non solo. Alle dimensioni sin qui richiamate, quella fisica e quella psichica, va aggiunta anche quella sociale, la più impalpabile ed indefinibile.

Man mano che ci si sposta dal lato fisico verso quello delle relazioni sociali, la tutela del benessere integrale del lavoratore include il rapporto dell’individuo-lavoratore con altri individui e con i gruppi. Si tratta di una dimensione della tutela più complessa da chiarire e da operativizzare, ma si tratta di una vera e significativa novità concettuale, giuridicamente rilevante.

L’ampliamento del concetto della salute, tradotto nelle sue componenti fisiche, psichiche e sociali, implica un mutamento anche delle relazioni tra datore di lavoro e lavoratori.

Nell’analisi e nella valutazione dei rischi che il datore di lavoro deve compiere, sotto questo profilo acquista maggiore importanza il coinvolgimento dei lavoratori nell’individuazione dei fattori di rischio. Vanno analizzati con sempre maggiore cura quei rischi meno semplici da individuare e da verificare, in particolare quelli relativi agli aspetti di organizzazione e gestione del lavoro, nonché dei contesti ambientali e sociali informali in cui si effettua l’attività lavorativa.

Last but no least, oltre all’ampliamento del concetto di salute sui luoghi di lavoro, va sottolineata l’intrinseca natura di processualità per le analisi dei rischi.
Un documento di valutazione dei rischi non è un adempimento e basta. Non è solo un elenco dei rischi, magari circostanziato ed esauriente. Deve essere soprattutto un documento condiviso e continuamente revisionato ed adeguato alle realtà concrete.
Così come la salute è da intendere come una condizione dinamica e complessa del benessere individuale e collettivo, allo stesso modo le analisi e le prescrizioni presenti in questi documenti di valutazione devono tener conto delle evoluzioni e delle specificità di ogni contesto lavorativo

martedì 8 dicembre 2009

Il concetto integrale di salute nella sicurezza sui luoghi di lavoro. (prima parte)


Come ci ricorda spesso la cronaca, con il continuo riproporsi di tragici incidenti sul lavoro, Il tema della salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro è uno di quelli che occorrerebbe affrontare, oltre che con il doveroso impegno della denuncia, sempre più in termini di prevenzione e di misure organizzative adeguate.

Numerose discipline e studi specialistici, come l’ergonomia, lo studio dei sistemi organizzativi, la psicologia del lavoro, ecc. si sono negli ultimi tempi sempre più affiancate al legislatore nel proporre un adeguamento della nozione di salute, ampliando e precisando in modo considerevole la definizione del bene giuridico da proteggere nella fattispecie della sicurezza sul lavoro.

Come previsto dal Decr. Leg.vo 81/08, Il datore di lavoro è responsabile, oltre che della sicurezza fisica di base dei propri dipendenti, anche della salute mentale e sociale dei propri dipendenti e deve adeguare la propria competenza, accrescendo le proprie conoscenze in materia, alla luce del nuovo “bene giuridico da proteggere”. (1)

Egli dovrà gestire il suo potere decisionale, peraltro, con una mutata e specifica definizione di “salute” (art. 2, c.1, lett. o), alla quale il datore di lavoro dovrà prestare interesse particolare poiché essa è da intendere come uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.

Il nuovo dettato legislativo, ampliando in modo significativo la nozione di salute, ci offre una interessante e preziosa opportunità di stabilire con precisione il bene giuridico da proteggere. (2)

La nuova formulazione, peraltro, ci conduce a riflettere su alcune conseguenze significative.

In primo luogo, la salute, presa in considerazione nella recente formula, è, infatti, una condizione, vale a dire una situazione personale e collettiva sul lavoro che deve permanere nel tempo.
Questa condizione, come ci chiarisce la definizione in esame, non consiste, secondo un’interpretazione minimalista sin qui prevalente, “solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.

In secondo luogo, se sospendiamo per un momento la disquisizione in punta di diritto sui profili di responsabilità del datore di lavoro in ordine alla sicurezza lavorativa,
Il mantenimento di tale condizione è, evidentemente, pur sempre rilevante, ma non
sufficiente a rendere il datore di lavoro esente da eventuali responsabilità;

Infatti, lo stato di salute considerato degno di protezione è quello del “completo benessere”.
Il grado della salute, la condizione di benessere, che il legislatore chiede che sia perseguito, corrispondono all’appagamento e alla soddisfazione, beninteso relativamente alla sola vita lavorativa;

La dimensione della salute nel suo dato più elementare, vale a dire nel suo aspetto fisico, continua a rappresentare una categoria essenziale da proteggere. Ma la tutela innanzitutto fisica è da perseguire, secondo la nuova nozione, ad un livello elevato, rappresentato, come si è detto prima, da “pieno appagamento”.

(continua)

NOTE
1) Secondo il DLgs 81/08, all’art. 2, c. 1, lett. b), infatti, il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.
2) Come esplicitato nello stesso Decr. Leg.vo n. 81/08: “l’oggetto” da proteggere con la disciplina citata è rappresentato, proprio da quanto espresso nell’art. 2, c. 1, lett. o), la “salute”. Questo concetto di salute è frutto delle oramai celebre definizione data dall’OMS nel 1948 nel suo Statuto. Da notare che ci sono voluti sessant’anni per accoglierlo come criterio guida, nonostante i dibattiti che da diversi anni esistono intorno a questa definizione. Riandando alla storia, è solo dal ‘700 che abbiamo una medicina scientifica, che richiama il metodo di Ippocrate dell’osservazione. Il modello bio-medico, nato insieme alla società industriale, si occupa più della patologia, delle malattie, che non della salute e delle condizioni materiali e lavorative delle popolazioni. E’ solo negli ultimi decenni che si è affacciato il concetto di salute globale, che porta con sé un modello di salute abbastanza diverso da quello conosciuto sin qui e che intende l’individuo come unità psicofisica e non come portatore di singoli organi. Inoltre, acquista rilevanza maggiore l’interazione con l’ambiente circostante, anche nell’eventualità di un ricorso sempre più intenso alle cure genetiche e agli interventi sul DNA. E’ dal rapporto dinamico tra codici genetici ed ambiente che si profila l’esigenza di un nuovo modello di salute.

domenica 6 dicembre 2009

10 buoni motivi per il no B Day

Ieri c'è stato il no B Day.
Tra le cose migliori che ho visto c'è questo.
Fonte:www.antoniodipietro.com

Un laboratorio di cittadinanza digitale a Venezia.




Nello scorso mese di luglio ha avuto inizio a Venezia un importante progetto per innovare le comunicazioni tra cittadini e pubblica amministrazione.

La città di Venezia, sulla scia di altre esperienze già avviate a macchia di leopardo in tutta Italia, con uno stanziamento di circa 10 milioni di euro ha deciso di investire vigorosamente nella copertura con rete wi-fi di gran parte del territorio cittadino, iniziando da Canal Grande per poi estenderlo ad altri luoghi strategici del capoluogo lagunare.

Si tratta, peraltro, di un progetto che fa parte di una strategia di digitalizzazione e di innovazione nell'organizzazione delle città che ha preso il via qualche mese prima con la piattaforma Venice connected (1 ), con la quale si garantisce con un portale multilingue la possibilità di accesso ai servizi turistici della città in modo semplificato.
Poco dopo, ha preso il via un altro portale, Cittadinanza digitale, che ha reso disponibile le procedure per ottenere le credenziali per l'accesso alla Rete tramite ripetitori pubblici. (2)

La novità significativa, rispetto ad altre esperienze analoghe, è che si tratta anzitutto di una strategia di medio-lungo termine, in cui la facilità dell'offerta di accesso si coniuga alla erogazione di servizi innovativi offerti ai cittadini e ai turisti.
In secondo luogo, il tentativo è da considerarsi importante perché con la copertura di tutto il territorio, superando di gran lunga le esperienze di “illuminazione” col wi-fi di piccole porzioni del territorio, la strada scelta è quella della costruzione di una Rete proprietaria pubblica, alternativa alle infrastrutture già esistenti
I circa 10.000 chilometri di fibra ottica ad alta velocità già posati in laguna, insieme ai ripetitori wi fi, sono insieme una infrastruttura e un patrimonio strategico. Consentono di disporre di una rete ad alta velocità che acquisisce valore col tempo e che garantisce, per definizione, la neutralità della rete (3).
Tutti i cittadini veneziani hanno il diritto di connettersi gratuitamente, registrandosi sul portale di Cittadinanza digitale. La rete veneziana sarà aperta, a pagamento, anche ai turisti, con tariffe di gran lunga inferiori alle offerte commerciali.

Visto dalla prospettiva dell'amministrazione, la scommessa è quella di rendere meno fumosi i richiami all'innovazione. Essa sarà più legata ai territori, ai cittadini e alle persone in movimento, cambiando e semplificando la vita quotidiana del maggior numero di persone possibili.

Questo investimento sulle infrastrutture è decisivo per molte città che faticano nel passaggio dall'età industriale al settore dei servizi e dell'informazione.
Il tentativo è quindi duplice: si tratta in primo luogo di ripensare la cittadinanza, il rapporto tra amministrazione e cittadini. In un altro senso, si tratta di ripensare l'idea stessa di città, intesa come organismo produttivo oltre che di beni anche di servizi e di conoscenza.

Note

1)http://www.veniceconnected.com/it.
2)http://www.cittadinanzadigitale.it/.
3)Vedi ns. intervento su Lavoro e Postmercato n° 59 “ Il World wide web ha compiuto venti anni. Quali rischi e prospettive per il futuro della Rete”.

Un rapporto Eurostat sulle condizioni materiali di lavoro.


Le statistiche intorno agli incidenti sul lavoro o, come sarebbe meglio dire, in occasione di lavoro, sono abbastanza note anche al grande pubblico.

Sono meno conosciute, invece, quelle sui problemi generici di salute, legati al benessere generale, alle condizioni psicofisiche o allo stress.

Secondo uno studio di Eurostat pubblicato di recente (1), e che mette a confronto le condizioni materiali di lavoro degli europei, le cifre che emergono intorno al disagio o ai problemi di salute sui luoghi di lavoro sono abbastanza significative, visto che interessano un numero molto ampio di cittadini europei.

Molti lavoratori europei, infatti, si ritrovano a fare i conti con problemi di salute collegati alle attività quotidiane sul lavoro. Nel complesso, queste problematiche parrebbero coinvolgere più di un europeo su dieci. Sono infatti venti milioni quelli che hanno avuto problemi di salute negli ultimi dodici mesi e quasi sette milioni quelli che hanno avuto un incidente. I dati, come si diceva, sono quelli del monitoraggio effettuato dalla divisione di Eurostat che si occupa dei temi legati alle popolazioni e alle condizioni sociali.

La sofferenza psicofisica prevalente, riguarda le ossa, le articolazioni e i muscoli. In testa a questa particolare classifica dei dolori, ci sono quelli alla schiena. Altrettanto diffusi sono i problemi relativi a collo, spalle, braccia e mani.

Lo stress, la depressione e gli stati di ansia pare che colpiscano soprattutto le donne: più del 15 per cento. I problemi agli arti inferiori colpiscono circa il 10% dei lavoratori. Quelli cardiaci e al sistema circolatorio riguardano circa il 5 per cento dei lavoratori e sembrano coinvolgere di più gli uomini.

Dai dati di Eurostat, poi, risulta abbastanza evidente che l’insorgenza di questo tipo di problemi aumenta al crescere dell’età. E questo dovrebbe far riflettere anche tutti i difensori dell’allungamento dell’attività lavorativa.
Nella classe dei lavoratori tra 25 e 34 anni i casi sono tutti in una soglia da considerare fisiologica, al di sotto del 6 per cento.
I lavoratori e le lavoratrici che invece ricadono nella fascia d’età tra 55 e 64 anni la quota di chi fa i conti con queste problematiche di salute, raddoppia.
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Note

Vedi http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/health/documents/tables.pdf.

domenica 18 ottobre 2009

Altre foto dal Viet Nam

Rieccoci con altre foto.

Come succede in queste occasioni, si incontrano altre coppie e altri bambini, con i quali si instaura subito un rapporto particolare di amicizia e di vicinanza per la particolarita` della situazione che ha portato a quest incontri.

Le foto che seguono sono una piccola testimonianza di questo spirito di comunanza.



E a seguire qualche foto di Chiara Thu







Per finire, le foto di mamma e papa`, pericolosi comunisti ancora in liberta`, nei pressi del mausoleo di Ho chi Minh


mercoledì 14 ottobre 2009

Ecco le prime foto dal Viet Nam

Ecco le prime foto, alla rinfusa.

Da quando siamo con Chiara Thu, il tempo a nostra disposizione e` finito.
Adesso lei detta i tempi e le occupazioni da fare, quindi... rimane poco tempo per fare foto, elaborarle un po` e pubblicarle.

Per il momento accontentatevi di quelle che vedrete. Seguiranno aggiornamenti.


A parte la questione foto,noi stiamo bene e facciamo progressi linguistici e comunicativi sempre piu` importanti....
Chiara Thu,come ogni scarrafone bello a mamma soie, e` mooooooolto ma mooooooolto piu` bella che in foto.
Quanto alle cose che le stiamo cercando di insegnare, apprende alla velocita` della luce.(Per Alessandro: non so se studiera` lingue, vedremo)

La bambina, poi, mangia dinamite a colazione, pranzo e cena e sembra inesauribile. Noi no.

Bene. Per il momento e` tutto.
Alla prossima.

Antonio (Toni), Franca, Chiara Thu
(Garantisco sulla qualita` delle prime tre foto...)












domenica 4 ottobre 2009

Il libro e i bit. Il lettore degli ebook alla prova di maturità tecnologica.


Più volte siamo intervenuti su questa rivista per segnalare gli interessanti esperimenti di innovazione che si generano dall’incontro tra innovazione tecnologica e usi sociali della tecnica.
Un banco di prova particolarmente importante di questo intreccio è sicuramente dato dal numero crescente di vendita dei dispositivi elettronici portatili di lettura che imitano in modo sorprendente i libri o i giornali di carta.

Ci riferiamo, in particolare, alla seconda generazione dei “kindle”, devices elettronici ancora piuttosto costosi, ma che presentano una notevole vicinanza percettiva ai libri, cioè a quegli oggetti che dal’avvento della rivoluzione della stampa gutenberghiana sono stati il più formidabile strumento di diffusione della conoscenza che l’intera storia umana abbia conosciuto.(1)

Noi non possiamo sapere, adesso, se siamo in prossimità di una rivoluzione altrettanto profonda ed estesa di quella dell’invenzione della stampa. Sta di fatto che ne siamo piuttosto vicini e che le possibilità tecnologiche per sostituire la carta con i bit sono davvero già a nostra disposizione.

Per comprendere meglio questo passaggio che si annuncia da diversi anni come epocale, e che però viene sempre rinviato, dobbiamo però compiere un passo indietro e cercare di cogliere tutte le peculiarità dell’uso della carta e della stampa nella diffusione del sapere e delle conoscenze più disparate.

Anzitutto la carta. Pur essendo una tecnologia abbastanza conosciuta sin da tempi antichi, la lunghezza dei procedimenti per ottenerla e il costo elevato delle lavorazioni ne hanno impedito per secoli un uso diffuso per tutti. Senza contare gli spaventosi tassi di analfabetismo di gran parte delle popolazioni antiche, a riprova del fatto che come è spesso accaduto nella storia, il sapere è potere.
Da un punto di vista strettamente tecnologico, vale a dire come supporto fisico per la scrittura e la diffusione delle idee, però, la carta è davvero un piccolo portento.
Semplice, maneggevole, leggera, duttile nella lavorazione e nelle forme, di lunghissima durata – si pensi che noi ancora oggi conserviamo documenti cartacei millenari – facilmente conservabile e stivabile, la carta si presenta come un compagno di strada prezioso e servizievole per la conservazione e la diffusione della cultura e della conoscenza umana. Persino le sue proprietà fisiche più semplici, percepibili al tatto, all’olfatto e alla vista la rendono gradevole e amabile, come ben sanno i bibliofili più accaniti, spesso amanti dell’oggetto in sé stesso, oltre che dello strumento culturale vero e proprio.

Quanto alla stampa, la geniale invenzione gutenberghiana è troppo nota e celebrata per soffermarvisi a lungo. Basti dire, in questa sede, che dalla prima Bibbia tirata a stampa meccanica ad oggi, sono miliardi i testi stampati con le lettere mobili. Grazie ad essi, e grazie all’intuizione di un geniale artigiano, siamo stati in grado di compiere un prodigioso balzo in avanti nella diffusione della conoscenza e delle informazioni. Attraverso i libri, si sono create e consolidate le lingue e le istituzioni umane, le conoscenze sul mondo e sulla storia, sulla salute e sui pericoli, sulle scoperte e sulle tradizioni. Ogni aspetto della esperienza del mondo, come ha sottolineato il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, si è riflesso e si è depositato in una virtuale e infinita biblioteca che contiene in sé tutti gli aspetti del mondo.(2)

Come si diceva, forse siamo in prossimità di un ulteriore salto tecnologico, con la diffusione di dispositivi portatili – come nel caso dei kindle di 2° generazione - in grado non solo di emulare la percezione fisica del testo a stampa e di rendere l’esperienza di lettura su monitor del tutto assimilabile a quella di un testo scritto, ma addirittura di rendere possibile la portabilità di un numero enorme di testi, senza essere costretti a spostare voluminose e pesanti biblioteche.

Inoltre, con la possibilità di collegarsi alla Rete da qualsiasi parte, vi è la possibilità concreta di reperire ogni testo – libro, giornale, rivista, ecc.- in qualsiasi momento, senza doversi recare fisicamente nei luoghi di vendita come le librerie o le edicole.

Come si vede, un’innovazione di questo genere avrebbe un effetto dirompente oltre che sulla lettura del testo e sulla fruizione della cultura, anche sui livelli a monte della produzione e della distribuzione.
Se l’e-book, il libro in formato elettronico risulterà facilmente leggibile, se sarà sfogliabile come un libro tradizionale, se supererà i problemi di durata delle batterie e se il contenuto, come nel caso della carta, avrà una durata e un’accessibilità protratta a lungo nel tempo, allora può essere che in un futuro non troppo lontano i lettori digitali dei testi possano affiancare e parzialmente sostituire i cari, vecchi libri di carta.

A questa catena di condizioni bisogna anche aggiungere quelle della produzione e della distribuzione dei testi.(3)
Il rapporto tra editoria tradizionale su carta ed editoria digitale resta ancora tutto da decifrare, soprattutto per ciò che riguarda la questione dei diritti d’autore e dei rapporti con i distributori, considerando che le piattaforme telematiche per la diffusione delle opere e dei testi non sono ancora pronte o lo sono come mera riproduzione virtuale delle librerie fisiche.

Un ultimo punto riguarderà anche il destino delle biblioteche, soprattutto quelle pubbliche, il cui compito principale, sin qui, è stato quello di rendere accessibili al maggior numero di lettori possibile le opere ritenute più significative per la cultura universale.
La semplice innovazione tecnologica, come spesso accade, non basta a scardinare un sistema consolidato da secoli. Fin quando non sarà raggiunto un equilibrio abbastanza stabile tra possibilità tecnologiche e interessi materiali, sarà difficile che una interessante invenzione sostituisca in breve tempo ed integralmente un intero complesso di istituzioni e di pratiche consolidate.

E’ probabile che avvenga un’integrazione e una compresenza funzionale fra le peculiarità dei due formati. Avremo insieme la maggiore capacità di interattività, di comodità e d’indicizzazione fornita dai libri in formato digitale e la tenuta del libro cartaceo che si presenta come oggetto non solo intellettuale ma anche fisico a cui i lettori non rinunceranno sia per il suo valore estetico che per il carattere particolarmente comodo ed ergonomico della sua fruizione.
D’altro canto, un libro di carta, non ha bisogno di elettricità e di un sistema informatico per funzionare….

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NOTE

1) Meritoriamente, l’associazione Galassia Gutenberg, nata alla fine degli anni ’80 a Napoli, ci ricorda ogni anno questa meravigliosa scoperta e propone itinerari conoscitivi interessanti e stimolanti intorno alle vicende del libro e dell’editoria. V. http://www.galassia.org/web/default.asp. Quanto ai dispositivi elettronici per la lettura, Il Kindle 2 è un'evoluzione sensibilmente migliorata del suo predecessore, presentato nel novembre del 2007 e lanciato in grande stile da Jeff Bezos, proprietario della più importante libreria virtuale del mondo, Amazon, e accolto da un successo forse inatteso dalla stessa azienda produttrice. Il Kindle 2 si presenta come un dispositivo semplice e di dimensioni davvero interessanti: venti centimetri per dodici e un ampio schermo da 6 pollici con risoluzione 600x800 a 16 toni di grigio. Sotto lo schermo c'è una tastiera completa, utile per prendere appunti o per cercare parole specifiche all'interno di un testo o nel vocabolario integrato (da 250mila lemmi). Per controllare la navigazione tra le pagine ci sono 4 pulsanti laterali e un piccolo joystick, mentre sono state migliorate la capacità della batteria (fino a 2 settimane), la velocità di aggiornamento dello schermo e la memoria interna, arrivata ora a 2 giga. (Vedi http://www.amazon.com/dp/B00154JDAI)
2) Jorge Luis Borges, La Biblioteca di Babele, in Finzioni, Mondadori, 1985, vol. I.
3) Il dibattito è stato all’ordine del giorno alla recente edizione della Fiera Internazionale del Libro di Torino. Vedi ad es. http://www.salonelibro.it/it/news-e-multimedia/notizie/6866-2-il-futuro-del-libro-tra-stupidita-e-nuovi-media-conversazione-tra-umberto-eco-e-jean-claude-carriere.html.

domenica 27 settembre 2009

Il rapporto SVIMEZ 2009. I nuovi migranti dal Sud al Nord


In tutte le statistiche e gli studi sul nostro Paese, il Sud rimane sempre indietro.
Come a riprendere le famose tesi sulla “questione meridionale”, nata con parto gemellare insieme all'Unità d'Italia compiuta sotto la corona sabauda, non c'è ricerca, studio, comparazione che non veda il Sud arrancare dietro al Centronord.(1)

A conferma dello stato di difficoltà del mezzogiorno d'Italia, arriva puntuale anche il rapporto SVIMEZ, che a questo proposito assume particolare rilevanza, vista l'impronta tipicamente “meridionalista” delle indagini che l'autorevole istituto ci propone regolarmente. Secondo lo Svimez, leggendo in senso diacronico i voluminosi e dettagliati studi dell'Istituto, nonostante tutti gli interventi di politica economica decisi dalla Repubblica, l'Italia è ancora un paese dualistico.
Il ritratto dell'Italia che ne esce è quello di un sistema con due facce, due modi di produrre e consumare molto diversi tra di loro.

Secondo lo Svimez, negli ultimi sette anni tutto il Sud cresce meno del Centro Nord. Ed è aumentato in modo notevole e poco avvertito il flusso migratorio interno, come un fiume carsico che riemerge a tratti alla coscienza del nostro Paese.
Tra il 1997 e il 2008, infatti, circa 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Solo l'anno passato, sono stati oltre 122 mila i meridionali partiti verso il Centro-Nord a fronte di un rientro di circa 60 mila persone. Oltre l'87% delle partenze e' avvenuto da Puglia, Sicilia e Campania. In quest'ultima regione si e' registrata l'emorragia più forte (-25 mila), a seguire Puglia e Sicilia rispettivamente con 12.200 e 11.600 unita' in meno.

Ma la differenza di sistema più grande e più eclatante, su cui si sono soffermati alcuni organi d'informazione è però relativa all'emigrazione interna massiccia dei giovani laureati del Sud in direzione del Nord.
Non solo. Molti studenti si trasferiscono al Nord ancora prima del conseguimento della laurea e, soprattutto, ci rimangono una volta completato il ciclo d'istruzione. Come nel caso dei migranti che fuggono dalla guerra o dalla fame, e affrontano terribili viaggi della disperazione per afferrare una speranza di vita, così, con minor rischio e per altri scopi, ma con altrettanta determinazione, si spostano i più intraprendenti e i più capaci.
Per andare a utilizzare idee, capacità e competenze nel Nord del Paese o all'estero, un numero impressionante di giovani lascia la propria terra e affronta l'incognita di un nuovo inizio.
A questo proposito un indicatore utile è costituito dalla diminuzione dei laureati negli atenei meridionali. «Nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti - dice il Rapporto -; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%».
Da notare, dicono gli analisti Svimez, che «i laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-nord vanno incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. Il 50% dei giovani "immobili al Sud" non arriva a 1.000 euro al mese, mentre il 63% di chi è partito dopo la laurea guadagna tra 1.000 e 1.500 euro e oltre il 16% più di 1.500 euro».
Su quest'ultimo punto, sulla migrazione interna dei cervelli, proviamo ad avanzare almeno due considerazioni.
La prima di esse riguarda la questione del calo demografico del Mezzogiorno. Questo continuo deflusso di giovani altamente scolarizzati e di altri lavoratori attivi, condizionerà in modo fortemente negativo l'evoluzione complessiva delle Regioni del Sud, tradizionale serbatoio demografico in attivo, almeno fino a pochi anni fa. Una pessima e fallimentare gestione dei fondi europei, quando non ha portato ad ingrassare le cosche criminali, ha avuto come esito nefasto un calo economico e un calo della natalità.
Come non mancano di rilevare i ricercatori dello Svimez, questo decremento demografico, se proseguirà con questi ritmi, “ in poco più di un ventennio porterà al declino demografico; il Sud, dagli attuali 20,8 milioni di abitanti diminuirà a 19,3 milioni e vedrà crescere considerevolmente il peso delle classi di età anziane e vecchie: una persona su tre avrà più di 65 anni e una su dieci più di 80 anni. Soltanto poco più di un meridionale su tre (il 36,7 %) avrà meno di 40 anni, e i giovani sotto i vent'anni scenderanno al 17%.”
La seconda considerazione, doverosa, riguarda l'interrogativo da porsi sulle strutture Universitarie del Sud prese nel loro complesso. Dal tipo di scelte compiute dai giovani meridionali, sembrerebbe profilarsi una predilezione marcata per le Università del Centro e del Nord.
Quando invece si scelgono le Università del Sud – e ci sono anche strutture eccellenti, almeno stando a quanto riportato dalle varie classifiche annuali del “Sole 24 Ore” e di “La Repubblica”- la ricerca di un posizionamento migliore sul mercato del lavoro ha come conseguenza, come abbiamo detto, la migrazione verso il Nord.(2)
Rimane da chiedersi quanto il sistema dell'istruzione – e il sistema Italia nel suo complesso - possa sostenere questo “lusso” di formare un numero rilevante di giovani per poi vederli andare altrove, sia al Centro Nord sia all'estero.


NOTE


1)I più acuti tra i meridionalisti, come Villari, hanno parlato di un'Italia riunificata senza aver affrontato e risolto i profondi squilibri economici e territoriali che già allora dividevano l'Italia tra un Nord con un modello di sviluppo simile a quello dei più avanzati paesi europei e un Sud in mano ai latifondisti e con una struttura sociale di tipo quasi feudale. Si possono leggere online le “Lettere meridionali” dell'illustre studioso a http://bepi1949.altervista.org/villari/villari.html.
2)I costi sostenuti per formare uno studente, stando ai dati Ocse, sono davvero ingenti. Vedi http://ocde.p4.siteinternet.com/publications/doifiles/962008041P1G011.xls.

sabato 19 settembre 2009

Cittadini e Pubblica Amministrazione: come misurare i servizi resi dalla PA


La Pubblica Amministrazione e i dipendenti pubblici, si sa, non godono di buona stampa.
La reputazione complessiva dell'amministrazione pubblica, diventata facile bersaglio del ludibrio e della riprovazione generali, si può considerare al minimo storico.
Quanto nei luoghi comuni ci sia un granello – o più – di verità, lo stabiliranno i lettori.

Viene subito opportuno precisare che una realtà che comprende milioni di persone e centinaia, se non migliaia, di realtà amministrative diverse tra loro, difficilmente può essere liquidata con un giudizio dettato da impressioni estemporanee e soggettive.
Le accuse di fannullonismo lanciate con grande “vis polemica” da autorevoli cattedratici e uomini di Governo, toccando un nervo scoperto nell'opinione pubblica, si sono trasformate nella facile ricerca di un capro espiatorio, come se la PA, presa nella sua generica e indistinta interezza, fosse uno dei mali più gravi per questo nostro disgraziato Paese.
Oltre alla semplice constatazione che si predilige il giudizio sommario, inarticolato, che non prende in esame le diversità istituzionali e territoriali e che offrono delle amministrazioni pubbliche un'immagine più mossa e in chiaroscuro del semplicistico ritratto caricaturale che piace a molti e raccoglie così tanti consensi, ci sarebbe da considerare la centralità dell'amministrazione pubblica nella vita di tutti i cittadini.

E allora invitiamo tutti a tornare ai “fondamentali”, come si dice.
Cosa fa la PA?
Per andare all'essenziale, e per renderlo chiaro davvero a tutti, rende possibile l'esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti.
Tutti gli ambiti vitali e tutti i più importanti avvenimenti che riguardano la vita concreta di tutti i cittadini sono direttamente o indirettamente legati all'attività delle varie amministrazioni pubbliche istituite per questo scopo.
Lavoro, salute, istruzione, giustizia, mobilità, sostegno in caso di bisogno, ecc. sono i settori in cui si muovono le varie “macchine amministrative”, più o meno efficienti, e tutte con la “mission” di rendere possibili e praticabili dei diritti e dei doveri che, altrimenti, resterebbero inespressi e inapplicati.

In tempi di crisi e di bilanci pubblici magri, si chiede giustamente da più parti di ridurre sprechi e duplicazioni di funzioni e, dall'altro, di rendere più trasparenti e comprensibili le azioni amministrative, considerate non sempre a torto come autoreferenziali e attente più agli aspetti formali che a quelli sostanziali.
Spesso si dimentica, però, che gli stessi critici affilati che oggi mettono alla frusta l'intera PA, sono spesso gli stessi che hanno redatto le norme di funzionamento delle realtà amministrative. Inoltre, sono coloro che ne nominano i vertici i quali, almeno sulla carta, sono i responsabili del malfunzionamento della macchina.

Infine, per completare il quadro delle richieste che sono indirizzate alla PA, va citato il sempreverde argomento del “render conto”: quale rapporto c'è tra input ed output, tra risorse investite e servizi resi alla collettività? E soprattutto: quanto costano? E ancora: per i cittadini è possibile avere un'idea della qualità dell'azione amministrativa in modo da valutare i servizi pubblici e quanto la PA restituisce al contribuente in termini di servizi e risposta ai bisogni?

Un passaggio interessante, e un tentativo di dare una risposta seria e circostanziata a tutte queste domande è emerso recentemente al Forum PA, dove è stata presentata una ricerca appunto sulla misurazione delle performances della Pubblica Amministrazione.
Si tratta dei primi risultati di un progetto commissionato dal Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie denominato “MisuraPA”(1) che ha in prima battuta l'obiettivo di rendere conoscibili alcune misure che rappresentano l’azione della pubblica amministrazione nei diversi settori di policy.

Possiamo definirlo come un aggregatore, come fanno alcuni software per le notizie in rete prese da varie fonti.
Non si tratta di rilevazioni statistiche ad hoc, ma della raccolta di indicatori che già esistono perché rilevati da altri Osservatori istituzionali - Istat, Ministeri, stakeholder, istituti di ricerca - e che spesso sono dispersi in una molteplicità di luoghi o semplicemente non divulgati.
L’idea di fondo di MISURAPA è in fondo abbastanza semplice: per sapere se la Pubblica Amministrazione ha delle performances accettabili, se sono comparabili tra loro e se col tempo migliora o peggiora la qualità dei servizi resi al cittadino, si fissano alcuni parametri sulla cui base si avvia un percorso di misurazione e di valutazione.

Il sistema scelto è quello delle cosiddette 100 misure. Si individuano dieci settori sensibili della PA e per ciascuno di questi settori si individuano dieci indicatori utili come parametro di riferimento per stabilire le cosiddette eccellenze o benchmark. In questo modo si può stabilire se le performances misurate sono variate nel tempo e, cosa ancora più rilevante, si stabilisce una comparazione relativa tra sistemi regionali differenti.
I settori chiave in cui sono state identificate le 100 misure sono stati scelti in funzione della rilevanza per il cittadino, della possibilità di tradurre i risultati in indicatori e della disponibilità di dati aggiornati.
Sulla base di questi criteri i settori scelti sono: AMBIENTE, COMPETITIVITA’, GIUSTIZIA, ISTRUZIONE, LAVORO, MOBILITA’, SALUTE, SICUREZZA, WELFARE, QUALITA’ DELLA VITA.

Gli indicatori sono stati scelti in base agli aspetti rilevanti e di interesse immediato per i cittadini.
A titolo esemplificativo, prendiamo in esame il settore LAVORO. Gli indicatori rielaborati per questa ricerca sono relativi alle dimensioni della disoccupazione, alla partecipazione al mercato del lavoro, all'incontro tra domanda ed offerta, all'inserimento lavorativo, al collocamento mirato, all'innovazione per i servizi all'impiego, agli aspetti di legalità ed emersione del lavoro illegale, alla sicurezza sul lavoro, alla partecipazione alla formazione continua e alla precarietà occupazionale.
Da una comparazione tra le varie regioni su questo tema, emerge come al solito la frattura tra Sud e Centro-Nord. Trentino e Umbria risultano le regioni in cui le politiche per il lavoro risultano più efficaci, mentre in Calabria, Campania, Sardegna e Sicilia, si ottengono scarsi o insufficienti risultati.

Come si vede, si tratta di una sistema metodologicamente strutturato e che potrebbe essere esteso anche ad altri settori. Certamente si tratta di analisi meno impressionistiche e umorali di quelle che normalmente arrivano a conoscenza dell'opinione pubblica.
Oltretutto, in vista dell'annunciato e imminente sistema federale che dovrebbe a breve interessare il nostro sistema istituzionale, diventa oltremodo utile conoscere le diverse realtà amministrative e avviare un'opera di comparazione tra le varie realtà territoriali.

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Note

1)Vedi il Portale all'indirizzo http://www.misurapa.it/ . Questa ricerca è stata commissionata al Consorzio Nuova PA, costituito da Forum PA e Lattanzio e Associati. Vedi anche
http://saperi.forumpa.it/files/documents/file/portal/docs%20NuovaPA/Brochure_consorzio.pdf

domenica 13 settembre 2009

Ecco gli spot di Annozero di Santoro che la Rai non manda in onda

Ecco gli spot che la Rai non ha ancora mandato in onda per pubblicizzare
la trasmissione di Santoro & Co., Anno zero, che ricomincia il 24 settembre.

E' stato lo stesso Santoro, sul sito della trasmissione, a chiedere aiuto alla Rete per diffondere la notizia dell'avvio della nuova stagione della popolare trasmissione televisiva.

Ecco il testo dell'appello:
"Cari amici, sono Michele Santoro e ho bisogno del vostro aiuto. Mancano pochi giorni alla partenza e la televisione continua a non informare il pubblico sulla data d'inizio di Annozero. Perciò vi chiedo di inviare a tutti i vostri amici e contatti su Internet gli spot che abbiamo preparato a questo scopo e che non vengono trasmessi."

Ed ecco gli spot:



sabato 12 settembre 2009

Un Welfare creato dal basso: il caso delle badanti


Secondo una recente indagine condotta dal Censis, circa il 10% delle famiglie italiane ha in casa una badante, che si occupa di anziani, spesso malati e bisognosi di aiuto e di cure; il sostantivo “badante” è una parola comparsa nel nostro lessico con la riforma della legge sull'emigrazione del 2002 e sta ad indicare, come hanno imparato molte famiglie italiane in stato di bisogno e che hanno affidato a queste donne – in rarissimi casi uomini – tutte le incombenze dell'aiuto alla persona che il Welfare italiano non è in grado di garantire.(1)

Quindi, secondo l'autorevole istituto di ricerca, per 10 famiglie su cento le badanti, insieme alle colf, sono diventate indispensabili. (2)

Il numero delle badanti presente in Italia, regolari e non, è di circa 1,5 milioni di unità, con un aumento imponente negli ultimi sette anni, stimabile al 37%.

Di questo piccolo esercito di collaboratrici familiari, quasi i tre quarti (il 71,6%) è di origine straniera. Il loro orario di lavoro è in media di 35 ore a settimana, con un guadagno netto di poco più di 900 euro mensili.

La maggior parte di queste lavoratrici svolge la sua attività per una sola famiglia; alcune di esse trovano impiego in più famiglie.
E' sul lavoro insostituibile svolto dalle badanti e dalle colf che è cresciuto nel giro di pochi anni un sistema di Welfare privato, innovando dal basso un sistema di protezione sociale che non ha trovato risposte nel sistema pubblico, se non in campo quasi esclusivamente sanitario.

Non ci occuperemo in questo intervento delle delicate questioni legate alla sanatoria che interesserà nelle prossime settimane un gran numero di queste lavoratrici, ora considerate clandestine dalle norme sulla sicurezza, perché prive del permesso di soggiorno. Ma sappiamo che il nostro Paese è specialista in ipocrisia, per cui si lanciano proclami di rigore e di intransigenza e poi, di fronte ad una realtà ben più complessa dei semplici schemini dei demagoghi di turno, si dovrà trovare un rimedio per ovviare alle difficoltà di milioni di persone, continuando nella consueta tradizione delle sanatorie ex post.

Ci vogliamo invece soffermare sulle questioni legate al Welfare e alle profonde modificazioni sociali, culturali e demografiche che la vicenda delle badanti e delle colf ha portato alla luce.

Come detto, il primo punto da valutare è il ritardo che il nostro sistema di welfare sconta nell'affrontare l'invecchiamento della popolazione e nel predisporre reti di sostegno, d'intervento e di aiuto per tutte le persone e la famiglie che devono fronteggiare i bisogni di una popolazione anziana, con specifiche esigenze. La risposta che è stata data fino a qualche anno fa, ritenuta poi insostenibile per le casse pubbliche, è stata quella della lungodegenza nelle strutture sanitarie o dei ricoveri mascherati. Il sistema sanitario, va da sé, non è stato pensato per questo scopo.

Attualmente, le badanti che si sostituiscono alla mano pubblica, statale e locale, costano circa 18 miliardi di euro all'anno, con un flusso di risorse opposto a quello considerato ovvio nei sistemi di Welfare: dalle famiglie verso il sistema economico e la collettività e non viceversa, come dovrebbe essere.
Il ritorno verso le famiglie e le persone bisognose è piuttosto esiguo, legato com'è sostanzialmente alle indennità di “accompagnamento” e alla poca assistenza domiciliare che gli enti locali, con magre risorse, assicurano agli anziani non autosufficienti.

La prospettiva di questi fenomeni di bisogno per gli anziani è di una continua crescita. Sia l'aumento delle aspettative di vita e le migliori condizioni sanitarie sia la diminuzione della fecondità, avranno come conseguenza la diminuzione drastica del numero di adulti in grado di occuparsi di anziani bisognosi di cure, genitori e non.

Come si vede, trattandosi di un processo demografico che è già sotto la nostra esperienza da diversi anni, l'unica risposta che si è riusciti a dare a questi bisogni e a questi fenomeni strutturali è stato il ricorso massiccio all'aiuto delle collaboratrici familiari.
Resta da chiedersi, e lo lasciamo come ultimo punto di questo intervento, quanto l' “invenzione” di un welfare privato e familiare sarà in grado di reggere l'urto di un processo demografico che rende sempre più necessario una sostanziale ripensamento del nostro sistema di Welfare.


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NOTE
1) Con il rinnovo del contratto nazionale del “Settore lavoro Domestico”, dal 1° Marzo 2007 viene applicato il nuovo CCNL per le cosiddette badanti. Una delle grandi novità del nuovo CCNL è l’abolizione del termine “badante” e la sua sostituzione con termini molto più politicamente corretti quali “assistente familiare” o “addetta alla cura della persona”.

2)Vedi http://www.censis.it/. Sono ormai 2 milioni 451 mila le famiglie che ricorrono a un collaboratore domestico o all'assistenza per un anziano o un disabile, ovvero il 10,5% delle famiglie italiane.
Di tutte le persone impiegate in questo servizio, circa tre quarti sono straniere e circa un terzo delle badanti di esse, il 35,6%, vive stabilmente presso la famiglia per cui lavora, dove si occupa dell'organizzazione della vita quotidiana e delle attività di cura: la gran parte (l'82,9%) si dedica alla pulizia della casa, il 54,3% prepara i pasti a pranzo e a cena, il 42,7% si occupa della spesa alimentare per la famiglia, il 49,5% accudisce gli anziani, il 32,4% assiste una persona non autosufficiente, il 28,8% fornisce specifica assistenza medica ad uno o più membri della famiglia. Inoltre, più di un terzo delle badanti straniere può pensare ad un progetto di vita in Italia in quanto si tratta di cittadine di un Paese membro dell'Unione europea. Il resto di esse deve fare i conti con il periodico rinnovo del permesso di soggiorno o si trova in condizione di irregolarità. E ciò, sottolinea il Censis, malgrado si tratti di persone che vivono ormai stabilmente in Italia, in media da 7 anni e mezzo, e svolgono tale attività mediamente da 6 anni e 5 mesi.

sabato 5 settembre 2009

Le nuove dieci domande per Citizen Berlusconi

Pubblico le dieci domande di Repubblica al Pres. del Consiglio Silvio Berlusconi.

Per rispondere va bene anche una mail....
Poi provvedo io a recapitarla ai giornali....

A quelli sgraditi, s'intende....

Ten New Questions for citizen Berlusconi

giovedì 27 agosto 2009

Rapporto Istat 2008: Italia in difficoltà al Sud e sempre più multietnica


E' stato presentato a Roma, nello scorso mese di maggio, il consueto rapporto annuale ISTAT, relativo all'anno appena trascorso.(1)

Questo nuovo rapporto Istat del 2008 ci racconta di un'Italia dove cresce la disoccupazione, dove aumentano le differenze tra Nord e Sud e dove si registra un aumento della popolazione residente, soprattutto grazie all'arrivo di nuovi stranieri e all'alta natalità di quelli già residenti.

E' il ritratto di un paese in mutamento, disomogeneo territorialmente e con una sempre crescente presenza di stranieri.

Anche se la lettura delle cifre non è sempre appassionante, si tratta di una raccolta di dati preziosa e scientificamente accurata di molti fenomeni che sono spesso sovra o sottostimati, a seconda se si collocano o meno al centro delle attenzioni mediatiche e del dibattito politico.

Vediamo per grandi blocchi tematici le aree di maggior interesse.

DISAGIO ECONOMICO
Circa la metà delle famiglie (il 45% del totale, 10 milioni di nuclei familiari), a reddito alto o medio alto, che vivono nel Nord Italia non hanno avuto livelli apprezzabili di disagio economico, mentre circa il 10 % delle famiglie, circa due milioni e mezzo in tutto, soffrono difficoltà economiche sensibili, soprattutto in presenza di spese impreviste, stimate dall'Istituto di ricerca in una somma che si aggira intorno ai 700 euro.
Circa un milione e 330 mila, il 5,5 per cento, sono invece le famiglie occasionalmente in difficoltà per le spese alimentari, mediche e quelle per i trasporti.
Il 6,3 per cento, un milione e 500 mila circa, sono infine le famiglie con gravi problemi di bilancio, in lotta contro bollette, affitto, e spese di prima necessità.
In questo caso la prevalenza geografica del disagio, è da rintracciarsi al Sud, dove si addensa il maggior numero di famiglie con più di tre figli o con la presenza di un solo genitore o con il maggior numero di inoccupati.

OCCUPAZIONE
Rallenta l’occupazione, attestandosi intorno allo 0,8 per cento, ovvero solo circa 183 mila persone in più rispetto al 2007, dato per la prima volta inferiore ai livelli di disoccupazione. L’incremento ha interessato esclusivamente le regioni del Nord e del Centro, con variazioni rispettivamente dell’1,2 e dell’1,5 per cento, mentre nel Mezzogiorno l’occupazione è diminuita dello 0,5 per cento.
Il rapporto evidenzia anche una differenza tra i lavoratori «standard», cioè a tempo pieno e durata indeterminata, che sono circa 18 milioni, tra quelli «parzialmente standard», cioè a tempo parziale e con durata non predeterminata, che sono circa 2,6 milioni, e gli atipici, i dipendenti, a termine e i collaboratori, che sono quasi 2,8 milioni.
Aumentano i lavoratori stranieri, passando al 7,5 per cento, con un picco del 9 per cento nel Centro-Nord, nonostante la flessione dell’occupazione. In crescita anche il lavoro femminile, che si attesta al 39,9 per cento e a un tasso di occupazione salito al 47,2 per cento, ma siamo ancora lontani dal dato europeo, dove le donne rappresentano il 44,8 per cento dell’occupazione totale.
Si evidenzia una forte flessione degli occupati nell’industria, che rispetto al 2007 sono scesi di circa 63 mila unità, cioè dell’1,2 per cento, e nell’agricoltura, scesi del 3,1 per cento, pari a 28 mila persone, con un relativo aumento del ricorso alla cassa integrazione; risulta ancora in crescita il terziario.
E riappare una disoccupazione che investe anche gli stranieri, toccando l’8,5 per cento, due decimi di punto in più rispetto al 2007, portando cioè a 26 mila gli stranieri in cerca di lavoro in più rispetto all’anno precedente, pari a circa 162 mila unità.
Per quanto riguarda la perdita del lavoro il 2008 si distingue per una crescita del dato, rispetto all'anno precedente, del 54 per cento. Sette uomini su dieci dichiarano di aver perso il lavoro soprattutto nella trasformazione industriale e nelle costruzioni, dato confermato anche per i lavoratori stranieri.

POPOLAZIONE
Cresce la popolazione residente, con un aumento pari a 434 mila unità e con un tasso d’incremento del 7,3 per mille, dovuto esclusivamente, secondo il Rapporto Istat, agli stranieri, che salgono così a quasi 3 milioni e 900 mila unità, pari al 5,8 per cento della popolazione totale, con un massimo al Nord del l’8,1 per cento e un minimo al Sud, con un 2 per cento.
È di nazionalità rumena la comunità più numerosa, con circa 780 mila persone.
La gran parte degli stranieri circa l’87,5 per cento del totale, risiede al Centro e nel Nord Italia, interessando soprattutto l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto.
Il 22,2 per cento degli stranieri residenti, invece, è costituito da minorenni, pari a 761 mila unità, in aumento di circa 94 mila unità rispetto al 2007.
Questo incremento è determinato per circa i due terzi dalle nascite in Italia da genitori entrambi stranieri, che nel 2007 sono state più di 64 mila, mentre nel resto dei casi si tratta di ricongiungimenti familiari.
Interessante il confronto sulla natalità. Nel 2007 il numero medio di figli è pari a 1,28 per le donne italiane e a 2,40 per le straniere. Durante il 2007 sono stati oltre 34 mila i matrimoni con almeno uno sposo straniero, il 13,8 per cento del totale dei matrimoni registrati in Italia, cioè circa 250 mila.

URBANIZZAZIONE
L'Istat continua a rilevare l'espansione delle aree urbanizzate in Italia, con un incremento preoccupante del cemento in media di 22 metri cubi per abitante. Il Rapporto constata che quest'espansione si è verificata «in assenza di pianificazione urbanistica sovracomunale».Tra le Regioni che hanno visto un incremento maggiore dell'urbanizzazione troviamo il Molise, la Puglia, le Marche, la Basilicata e il Veneto, aree in cui la corsa all'edificazione è più accentuata. In Veneto, che già dal 1991 condivideva con la Lombardia il primato della regione con più costruzioni in Italia, le superfici edificate sono cresciute ancora del 5,4%, «approssimando situazioni di saturazione territoriale».

SCUOLA
La crescita del numero degli stranieri nel nostro Paese ha cambiato in profondità anche la composizione delle popolazione scolastica.Nell'anno scolastico 2007-08 gli alunni stranieri presenti nelle scuole italiane sono a quota 574 mila, con un rapporto di 6,4 studenti non italiani ogni 100 iscritti. La maggior presenza di studenti stranieri si registra nelle scuole primarie, sia in termini assoluti (218 mila) sia relativi (7,7 ogni 100 iscritti). Nelle scuole secondarie di secondo grado, invece, l'incidenza di alunni stranieri è più contenuta con una media 4,3 ogni 100 iscritti.

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NOTE
1) Vedi http://www.istat.it/dati/catalogo/20090526_00/.

sabato 22 agosto 2009

Primi bilanci per il Web 2.0. (Prima parte)



Grazie alla sempre maggiore diffusione di una banda larga di connessione che collega un sempre maggior numero di utenti attraverso i vari network attivi nello spazio digitale, e in virtù di una continua e crescente potenza di calcolo degli hardware disponibili per la connessione, da qualche anno si è affermata una nuova fase del web e di Internet.

Questa realtà che sta sotto i nostri occhi - solo per fare un esempio si sono censite otto milioni di persone che accedono regolarmente a Facebook Italia – non è classificabile come una semplice evoluzione tecnologica ma un inedito intreccio tra innovazione, uso sociale della tecnologia e nuovi modelli di business, basati sulla gratuità d'accesso in cambio di pubblicità.

Come spesso accade in questi casi, è difficile stabilire con precisione la causa e l'effetto. Non siamo ancora in grado di stabilire se le nuove tecnologie abilitano i singoli e i gruppi a prendere la parola e a condividere informazioni, idee, file e amicizie oppure se le nuove piattaforme tecnologiche hanno reso possibile ciò che potenzialmente già esisteva e che si esprimeva in forme differenti.
E' probabile che l'evoluzione tecnologica e l'uso sociale vadano di pari passo, coevolvendosi in modo sorprendente e inedito.

Anche dal punto di vista dei programmi a disposizione, si hanno da qualche tempo software sempre più friendly e facili da usare, per creare blog personali o di gruppo, per gestire le proprie foto in Rete, per condividere e scambiare file in peer to peer, per condividere i “preferiti” con gli altri, per ritrovare vecchi amici e conoscerne di nuovi. Senza dimenticare, peraltro, l'uso di informazioni condivise per la recensione dal basso di beni o servizi. Se si prova a cercare informazioni su qualsiasi bene che si intende acquistare, ci sono a disposizione vari forum di utenti che illustrano caratteristiche tecniche, pregi e difetti di ogni singolo modello cercato....

Altro elemento interessante, e che emerge da una analisi anche superficiale, è che non si butta via niente: il nuovo attrae più del vecchio ma nel senso che lo sviluppa, lo integra, lo potenzia e lo arricchisce, collocandosi accanto ad esso e non sostituendolo integralmente.
Così come la televisione non ha ucciso la radio – tra l'altro è in crescita continua la presenza sul web dei canali radio - non c'è quasi mai una killer application definitiva di un media rispetto ad un altro. Come si può vedere dall'esperienza di ciascuno, si procede più con una logica di accumulo che con un modello di vera e propria sostituzione.

Per questo, non si è abbandonata l'email quando si è reso possibile l'uso dell'instant messaging, delle chat e delle videochat, vale a dire la possibilità di scambiarsi messaggi in tempo reale,come in una normale conversazione, mediata in questo caso da una tastiera o da una webcam.

Anche le newsletter non stanno cedendo del tutto il passo. Le newsletter sono state un formidabile strumento di diffusione di conoscenze per gruppi che condividevano interessi (politici, culturali, scientifici, ludici, ecc.) e avevano la necessità di aggiornarle periodicamente. Per il principio che si conserva tutto, non sono state integralmente sostituite dalle RSS (Real Simple Syndication). Con questo servizio i siti e i blog offrono la possibilità ai visitatori di ricevere la notizia attraverso la posta elettronica o tramite un programma che agisce sul web, detto aggregatore , che il sito o il blog è stato aggiornato.

Siti e blog.
A riprova del principio dell'uso personale degli strumenti messi a disposizione nella rete, l'uso che si fa dei blog e dell'integrazione crescente tra siti e blog è forse l'aspetto più emblematico. Anche qui le carte si mischiano di frequente. I blog erano nati come delle pagine “povere” e graficamente elementari per uscire dalle logiche monodirezionali del sito-vetrina e provare a scambiare opinioni su qualsiasi aspetto e in qualsiasi ambito. Ci sono blog testuali di esperti e di opinionisti, blog collettivi, photo e video blog, blog tematici e blog integrati nei siti. Per correre ai ripari, molti siti integrano al loro interno alcuni blog, spesso a cura di firme prestigiose e riconosciute, per creare quel senso di community che è considerata la merce più preziosa di questi tempi.
Un particolare aspetto dei blog, infatti, è quello dei commenti. Chiunque, dopo aver letto il post sviluppato dall'autore, può intervenire e esprimere la sua opinione. Nei casi migliori, come nella logica dei forum sui più disparati argomenti, nascono interessanti confronti di idee e di scambi proficui di conoscenze.

Communities e social network
L'aspetto forse più conosciuto e più eclatante del cosiddetto web 2.0 è la diffusione impressionante delle piattaforme di social network, quali myspace, facebook o twitter. Pur nelle loro diversità di progettazione e di sviluppo, questi siti rendono possibile la condivisione contemporanea di foto, messaggi, video, amicizie, interessi e quant'altro. Si dice, con qualche ragione, che se non si è presenti su uno di questi siti con un proprio profilo non si è nessuno; in altri termini, questi spazi di incontro e di condivisione del cyberspazio hanno integrato e per certi versi potenziato i modelli relazionali tra individui, che trovano in queste piattaforme un sistema semplice, economico e sempre più ricco di opzioni per scambiarsi notizie, impressioni e.... affetto.

Il panorama degli argomenti su cui convergono gli interessi dei frequentatori di questi social network è piuttosto ampio e variegato. Si va dalla ricerca di vecchi compagni di classe e di gruppi di aficionados del calcetto ai gruppi di fans delle star o delle celebrità più conosciute, dai gruppi politici più tradizionali ai gruppi che condividono gli interessi più disparati, seri e meno seri.
Insomma, si tratta di una sorta di duplicato potenziato delle relazioni che interessano molti individui, che in questo modo possono condividere e far crescere relazioni che con i mezzi tradizionali sarebbe stato più difficoltoso e oneroso coltivare.

Ci sono luci ed ombre, però, in questa crescita esponenziale dei social network. Ne segnaliamo alcuni, in modo da farsi un'idea sullo sviluppo futuro possibile di questi potenti strumenti di scambio sociale.
Il primo riguarda la tutela della privacy. La possibilità di raccogliere con facilità informazioni e dati importanti sugli utilizzatori dei S.N., rende ancora irrisolto il problema della riservatezza e del controllo sui dati che con troppa facilità vengono richiesti e si pubblicano su questi siti.
Un altro elemento problematico riguarda la libertà di espressione e delle regole di funzionamento del sito. Come sa chiunque abbia utilizzato queste piattaforme, se il gestore, a suo insindacabile giudizio, ritiene che l'attività dell'utilizzatore abbia leso il diritto di qualcuno o sia potenzialmente offensiva, può cancellare il profilo dell'utente, facendogli così perdere i contatti, i messaggi o i file che aveva condiviso con altri, senza possibilità di poterli recuperare e senza poter ottenere una qualche spiegazione.

Infine, giusto per offrire un qualche elemento di valutazione in più, questi siti, che in fondo non fanno altro che mettere a disposizione degli strumenti di connessione sociale mediati dalle reti, non hanno ancora trovato il modo di estrarre valore da quest'attività. Si pensa alla pubblicità online, naturalmente, considerando il numero dei potenziali clienti. Da qualche indagine fatta per saggiare la praticabilità dell'advertising sui social network, molti utenti interpellati in proposito hanno espresso chiaramente la loro contrarietà sull'argomento.
Si andrà dunque verso un uso a pagamento dei social network?

(continua)

mercoledì 19 agosto 2009

Primi bilanci per il Web 2.0. (Seconda ed ultima parte)


Portali e motori di ricerca
L'ingresso in Rete, che fino a pochi anni fa passava attraverso i portali, avviene oggi attraverso i motori di ricerca. Anche in questo caso, sembra che il dilemma tra passato e futuro si risolva facendo appello alle capacità da parte degli utenti di creare contenuti. I primi motori di ricerca, come Yahoo o Virgilio, non erano altro che dei siti in cui venivano raccolti da esperti della Rete i link alle pagine ritenute più interessanti. L'arrivo di motori di ricerca sempre più potenti, in grado di vagliare miliardi di pagine in pochi istanti, ha apparentemente consegnato al passato quel tipo di ricerche. Eppure, la ricerca umana dentro a Internet si è presa una rivincita. I motori sono una risorsa fondamentale per navigare ma la capacità discriminatoria umana sulla rilevanza delle notizie resta per il momento superiore, almeno fino a quando non verrà progettato il cosiddetto web semantico. La vera differenza col passato è che adesso la ricerca fine viene effettuata non da dipendenti pagati dai motori di ricerca ma direttamente dagli internauti, che commentano e appongono delle etichette (tag) su siti pubblici. Accanto al social networking c'è dunque un social bookmarking.

Download e upload di file
“Scaricare” o “caricare” file tra computer a distanza è sempre stato una delle attività più peculiari della Rete. La differenza sostanziale con i sistemi oggi in uso è che le stesse attività di condivisiome, accresciute enormemente grazie alla potenza di calcolo e alla potenza delle reti di connessione, si effettuano con sistemi definiti P2P, cioè Peer to Peer, da pari a pari. Questi software, sempre più evoluti e performanti, mettono in collegamento in orizzontale, da pari a pari appunto, i computer, senza dover passare da server che facciano da semaforo e da smistamento. Ogni singolo pc funziona da server o da client a seconda dell'attività che sta svolgendo, spesso anche contemporaneamente. La questione più rilevante, però, è la facilità di condivisione di risorse intellettuali che, essendo digitalizzate, viaggiano con grande facilità all'interno della Rete. La condivisione di file musicali, video e software apre il serio problema della proprietà intellettuale di cui non vogliamo parlare in questa sede e che merita un discorso a sé. Per il momento basti segnalare il problema: lo scambio di file porta con sé una sfida fondamentale al sistema del copyright. Bisogna vedere in quali termini e con quali prospettive sarà affrontato il problema in futuro, se si applicheranno gli schemi conosciuti per la tutela del diritto d'autore o se i nuovi mezzi di comunicazione ne richiedono un ripensamento radicale.

Il fenomeno wiki
Se c'è un tratto evidente nel web 2.0, oltre quello della condivisione e della creazione di contenuti da parte degli utenti, sta nella forza della collettività e nello spostamento della centralità dell'autore singolo alla crescente importanza della costruzione collettiva.
Un fenomeno che attesta l'importanza dell'impresa coellettiva è quello del cosiddetto wiki, il cui più celebre frutto è wikipedia, l'enciclopedia on line, curata dagli utenti, i quali mettono a disposizione il proprio sapere e le proprie conoscenze per costruire voci enciclopediche su ogni argomento possibile. La specificità di questa enciclopedia, oltre ad essere interamente reperibile on line, è che tutte le voci che vengono messe a disposizione degli utenti sono passibili di essere revisionati da utenti più esperti o più aggiornati, in linea con l'idea che la conoscenza non è data una volta per tutte e che vive in continuo sviluppo. Non sono mancate polemiche, su questo punto, proprio per la difficoltà di avere un controllo scientifico certo sui contenuti dell'enciclopedia.
Sulla scia dei software che ne rendono semplice l'applicazione, il modello wiki prende sempre più piede, tanto da essere adottato da alcune organizzazioni per lavorare in comune su alcuni documenti e per conservare traccia delle revisioni via via apportate.

Citizen Journalism
Analogamente al fenomeno wiki, che ha riguardato la creazione di documenti redatti collettivamente, anche il giornalismo è stato investito da questo processo di spostamento dall'autore riconosciuto e famoso alla nascita di forme di giornalismo dal basso, in cui gli utenti diventano cacciatori o fonti di notizie essi stessi.
I tradizionali quotidiani di carta dapprima si sono posti il problema di una loro presenza on line, offrendo spesso un duplicato del prodotto cartaceo, con l'idea che cambiava il canale di distribuzione ma non il modo di produrre e di costruire un mezzo d'informazione. In una fase successiva, le redazioni on line si sono autonomizzate, fino al punto che molte pubblicazioni ormai esistono solo on line. Sfruttando le tecnologie oggi disponibili, attualmente stanno sviluppandosi forme di giornalismo dal basso – dette citizen journalism – per identificare tutte quelle forme di produzione e distribuzione delle notizie che si basano sul fatto che i lettori sono anche reporter e alimentano il sito web del giornale con fatti o notizie.
Rimane da chiarire, dunque, oltre alla questione se i giornali di carta hanno il destino segnato, se il modello della produzione giornalistica con una redazione e dei professionisti riconosciuti rimarrà tale, fatte salve le modifiche dovute ai nuovi mezzi di comunicazione e la comparsa di nuovi dispositivi di lettura portatili come i kindle.

Dispositivi di connessione mobili
Altro elemento che connota l'attuale immagine del web riguarda l'uso di dispositivi (devices) diversi dal pc per l'accesso alla Rete.
Nel giro di pochi anni, infatti, le reti di connessione senza fili, wireless, hanno raggiunto potenze di banda che non hanno nulla da invidiare alle connessioni via cavo tradizionale. Tanto che le offerte dei vari operatori di telecomunicazione si stanno sempre più orientando verso il mercato della connessione tramite dispositivo mobile, offrendo tariffe via via sempre più convenienti. L'apsetto rilevante dell'accesso al web tramite cellulare (ma si può facilmente ipotizzare anche tramite console di gioco o tramite apparecchi televisivi) amplia enormemente il numero di utenti e amplifica i fenomeni di condivisione, di scambio e di produzione di contenuti che abbiamo visto a proposito dei computer connessi alla Rete.

Quello che abbiamo fin qui richiamato non è che una parte delle novità emergenti nel livello superiore raggiunto attualmente dal web rispetto alle prime tecnologie disponibili.
I prossimi traguardi sono abbastanza difficili da ipotizzare. Ci sarà sicuramente un interesse spasmodico per i motori di ricerca, il cui traguardo finale è per il momento il cosiddetto web semantico, vale a dire la possibilità che le ricerche in rete si svolgano non su algoritmi di frequenza di citazioni ma si basino invece sul tipo di ricerche che si compiono con la logica tipicamente umana della pertinenza e della rilevanza.

Altro elemento su cui già si orientano le ricerche è quello della riduzione o della sparizione della latenza di accesso alle applicazioni e all'accesso alla rete. La ricerca di materiali, processori e sistemi di calcolo sempre più potenti tenderanno a traguardare questo obiettivo.

Non è certamente dietro l'angolo, ma comincia a profilarsi la possibilità che molte delle applicazioni che adesso risiedono negli hard disk dei computer o dei cellulari, siano sempre più spostati su server remoti – è il cosiddetto cloud computing - che li metteranno a disposizione a seconda delle necessità e delle risorse disponibili del terminale che li richiede, superando molti ostacoli in tema di installazioni, compatibilità e versioni aggiornate.

In definitiva, quel che sembra sempre più significativo adesso è che le tecnologie hardware e software diventino sempre più trasparenti, invisibili all'utente finale, perché quel che davvero interessa sempre più è l'uso sociale e condiviso delle risorse e delle conoscenze.

sabato 15 agosto 2009

Firmata la Carta Europea della libertà di stampa



Come sappiamo, la libertà d'informazione comprende la libertà di stampa e la libertà di essere informati, tanto da dover garantire, se vogliamo parlare di sistemi democratici davvero tali, la promozione e la protezione dello scambio e della diffusione di informazioni.

Le drammatiche notizie che ci giungono con difficoltà dall'IRAN confermano questa elementare necessità.
In Iran, fin dall'inizio della crisi politica innescata dai contestati risultati elettorali, è stata chiara l’importanza strategica soprattutto dei nuovi media nella diffusione delle notizie che i media ufficiali non possono pubblicare.
Si tratta di un vero e proprio fronte telematico della protesta, che vede da una parte il governo iraniano con i suoi tentativi di censura e controllo dell'informazione e dall’altra i manifestanti che usano twitter e i blog personali, appoggiati da buona parte degli “smanettoni” di tutto il mondo a cercare di raccontare quello che sta accadendo, con mezzi digitali di fortuna. (1)

E' con il rigetto degli arcana imperii, che proteggeva le scelte segrete del sovrano nei regimi assolutisti, che le società democratiche avanzate hanno stabilito i principi di libertà di stampa e di circolazione delle idee come presidi indispensabili alla qualità della vita democratica di un popolo.

Eppure, quel che sembra conquistato una volta per tutte, deve essere continuamente difeso.

E poiché il nostro spazio pubblico, benchè i nostri media facciano ben poco per sottolinearlo, ha un orizzonte di riferimento europeo, vogliamo segnalare una iniziativa interessante che trascende la semplice affermazione del principio costituzionale della libertà di stampa e la posiziona in uno spazio più ampio delle legislazioni nazionali, fino a farne un tema da portare all'ordine del giorno delle istituzioni europee.

Il 25 maggio scorso, infatti, 48 giornalisti europei di 19 paesi, compresi alcuni giornalisti italiani, hanno firmato la “Carta Europea della Libertà di stampa” per proteggere il settore dalle interferenze e dalle censure dei governi e assicurare la massima libertà di accesso dei giornalisti alle fonti di informazione

L’8 giugno, questo documento, che definisce i valori fondamentali che le autorità pubbliche dovrebbero rispettare nei rapporti con i giornalisti, è stato presentato e consegnato da Hans-Ulrich Jörges, Caporedattore della rivista tedesca “Stern”, a Viviane Reding, Commissario Europeo per la Società dell’informazione e i media.
La Reding, peraltro, ha già mostrato in passato una spiccata sensibilità su questo punto, tanto da aver attivato all’interno della Direzione generale da lei guidata una “task force” proprio per promuovere la diversità e pluralità dei media e la libertà di stampa.

I dieci articoli del documento individuano i principi fondamentali che i governi devono impegnarsi a rispettare nei rapporti con i giornalisti, fra cui il divieto della censura, la libertà di accesso alle fonti di informazione nazionali e straniere e la libertà di ottenere e diffondere le informazioni.
La Carta ribadisce, inoltre, la necessità di proteggere i giornalisti dai tentativi di vigilanza e auspica un sistema giudiziario efficace per tutelarne i diritti.

Crediamo di fare cosa utile proponendo una traduzione italiana della Carta.(2)


CARTA EUROPEA PER LA LIBERTA' DI STAMPA

Art. 1
La libertà di stampa è vitale per una società democratica. Bisogna fare di tutto per tutelarla e proteggerla e per rispettare la diversità dei media giornalistici in tutte le forme di distribuzione e in tutte le forme di espressioni politiche, sociali e culturali.

Art. 2
La censura è vietata. Occorre garantire l'indipendenza del giornalismo in tutti i media senza persecuzioni o rappresaglie, senza ingerenze politiche o regolatrici da parte degli Stati. La stampa e i media on line non devono essere sottoposti ad un'autorizzazione statale.

Art. 3
I diritti dei giornalisti e dei media alla raccolta e alla diffusione di informazioni e di opinioni non devono essere minacciati, compressi o sanzionati.

Art. 4
La protezione delle fonti giornalistiche deve essere rispettata. Ogni azione di perquisizione delle redazioni e dei locali dove si svolge l'attività giornalistica, o di sorveglianza, o di ascolto delle comunicazioni tra giornalisti aventi ad oggetto la rivelazione delle fonti informative o la violazione del segreto redazionale è vietata.

Art. 5
Tutti gli Stati devono assicurare che tutti i media godano della completa protezione di un sistema giudiziario indipendente e delle istituzioni nella realizzazione della loro attività. Ciò deve valere in particolare per la difesa dei giornalisti e dei loro collaboratori in caso di aggressione e di attentati contro la vita e l'integrità personale. Ogni minaccia o violazione di questi diritti deve essere l'oggetto di un'inchiesta approfondita ed essere sanzionata dal sistema giudiziario.

Art. 6
L'esistenza economica e l'indipendenza dei media non deve essere messa in pericolo da istituzioni pubbliche o da altri organismi. La minaccia di sanzioni economiche è ugualmente vietata. Le imprese private devono rispettare l'indipendenza editoriale dei media e devono astenersi dall'esercizio di ogni tipo di pressione sul contenuto editoriale o di rendere indistinguibile la differenza tra la pubblicità e il contenuto giornalistico.

Art. 7
Le istituzioni pubbliche o sotto il controllo statale non devono ostacolare la libertà d'accesso alle informazioni da parte dei giornalisti. Esse sono tenute a sostenere le loro ricerche di informazioni.

Art. 8
I media e i giornalisti hanno il diritto di accedere liberamente a tutte le informazioni e alle fonti d'informazione, compresi coloro che provengono dall'estero. I visti, gli accrediti e gli altri documenti indispensabili all'attività d'informazione devono essere rilasciati senza ritardo ai giornalisti stranieri.

Art. 9
L'opinione pubblica di ogni Stato deve vedersi garantito il libero accesso all'insieme dei media e alle fonti d'informazione nazionali e internazionali.

Art. 10
Gli Stati non devono limitare l'accesso alla professione di giornalista.


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NOTE
1) Nella recente presentazione al Parlamento del Rapporto annuale del Garante della privacy (vedi http://www.garanteprivacy.it/garante/navig/jsp/index.jsp ), il Presidente Pizzetti ha affermato che dai blog ai social network “oggi l'informazione è il prodotto di una comunicazione continua e collettiva a livello mondiale». Il presidente del Garante ha poi aggiunto che «quanto sta avvenendo in Iran dimostra che su questi strumenti, e specialmente sui più innovativi, poggia una forma di resistenza democratica mai immaginata prima».Quanto all' Italia «per quanto riguarda le nuove regole relative ai limiti della pubblicabilità delle informazioni acquisite e trattate dai giudici» il Garante ritiene opportuna una nuova disciplina, ma «ribadisce perplessità sul ricorso a sanzioni penali a carico dei giornalisti».
2)la Carta, che può essere consultata on line all’indirizzo http://www.pressfreedom.eu , è disponibile in otto lingue (croato, danese, francese, inglese, polacco, rumeno, russo e tedesco) e può essere sottoscritta dai giornalisti che vi sono interessati.

sabato 1 agosto 2009

Buon compleanno, bloghino!







Ad un anno esatto dall'inizio del monitoraggio sugli accessi a questo blog,
è tempo di fare un primo bilancio.

Secondo google analytics, dal 1 agosto 2008 questo blog ha ricevuto oltre 500 visite, con circa 1000 pagine visitate e 200 visitatori unici.

Sono piccoli numeri, ma sono comunque orgoglioso di questo piccolo vascello che raccoglie qualche idea che penso sia utile condividere con gli altri.

Ciao a tutti. E grazie. :))

M.L. nom de plume di AAM

venerdì 24 luglio 2009

In Aqua Veritas. Consumi responsabili con l'acqua del sindaco





Nei piccoli gesti quotidiani, nelle scelte che compiamo senza badarci troppo, si nascondono spesso questioni di grande importanza, perché qualche volta le grandi imprese nascono da piccole scelte.

Qualche tempo fa è stata lanciata un'iniziativa da parte di Massimo Cacciari, filosofo, sindaco di Venezia, insieme all'attore Marco Paolini, per invitare al consumo “dell'acqua del sindaco”, quella che scorre dal rubinetto, evitando di sprecare denaro e risorse energetiche importanti per procurarsi dell'acqua da bere comprandola in negozio o al supermarket

Dopo poco tempo, visto che si trattava di una buona idea, la pratica di attingere acqua dal rubinetto anziché da una bottiglia di plastica, sta velocemente convincendo molti ristoranti e molte mense scolastiche a offrire dell'ottima acqua in caraffa, rispondendo positiviamente all'appello “Imbrocchiamola!”, lanciata dal sito di altraeconomia.it. e da Legambiente.(1)

I sostenitori dell'acqua pubblica, ritengono, infatti, che si tratta di acqua buona, sicura e controllata quotidianamente, sulla base di severi standard di purezza stabiliti per legge. (2)

Anche se una piccola provocazione come questa può sembrare una notizia poco importante, un po' di folklore o poco più, se proviamo a riflettere sul giro d'affari e di risorse energetiche impiegate nella produzione e nel trasporto delle acque in bottiglia, potremo considerare questo tipo di notizie con meno superficialità.

Un primo calcolo sul consumo di acqua minerale in Italia propone, infatti, una cifra intorno ai 200 litri pro capite (3). Basta moltiplicare questa cifra per € 0,30 di media per ogni bottiglia da 1.5 litri e si può avere un'idea della cifra annua spesa per l'acqua in bottiglia.
Nel nostro paese si producono oltre 12 miliardi di bottiglie e si consumano, per produrle, 655 mila tonnellate di petrolio, scaricando in aria 910.000 tonnellate di CO2.
A cui si aggiungono le emissioni dovute a tutti i kilometri percorsi dai Tir che li trasportano da una parte all'altra della penisola.
Finiscono in discarica circa 200 mila tonnellate di polietilene, la materia di cui è fatta la bottiglia, il cui smaltimento è a carico di cittadini ed enti locali.
Di questa enorme massa di materiale plastico, peraltro, solo un terzo viene riciclato.
Per capire quanto sia lo spreco di materiale che va a finire in discarica, basti pensare che riciclando circa otto bottiglie in polietilene si può ottenere un pile!

Come si può facilmente vedere dalle cifre che abbiamo citato, e che testimoniano di quanto sia radicato ormai un fenomeno che ha cominciato a diventare importante da circa vent'anni a questa parte, la scelta dell'acqua pubblica e del ritorno al consumo dell'acqua del rubinetto, è suffragata da molte buone ragioni.

La prima buona ragione deriva dai costi. L'acqua che si preleva dal rubinetto ha un costo di circa 500 volte inferiore al costo industriale per produrre l'acqua in bottiglia di plastica.

La seconda buona ragione, anzi ottima, è che l'acqua del rubinetto è quasi sempre di buona qualità, altrimenti dovremmo considerare che gli organismi di controllo dicono il falso....., stante il fatto che i parametri di potabilità, molto severi, sono stabiliti per legge.

La terza buona ragione è relativa all'impatto ambientale del consumo di acque raccolte in posti molto lontani dal posto in cui si consumano. Mentre sta cominciando a diffondersi l'idea di consumare cibi prodotti nel territorio in cui si producono, per evitare aumento dei costi e inquinamento ambientale, non si applica lo stesso meccanismo anche all'acqua da bere.

Così, e arriviamo ad un'altra buona ragione per cambiare stili di consumo, preferiamo scaricare nell'ambiente enormi quantità di CO2 per avere a disposizione delle acque prelevate in montagna , e non riflettiamo sul fatto che per arrivare al supermarket sotto casa hanno viaggiato sotto il sole per giorni e giorni.

Per concludere, quindi, non solo costa meno, non solo è altrettanto sicura delle acque minerali vendute in bottiglie di plastica, ma garantisce un enorme risparmio economico ed ambientale.
Se proprio non si può fare a meno delle bollicine, si può provare a usare degli speciali filtri per uso domestico, in grado di offrire un prodotto gradevole al gusto. (4)
La imbroccheremo?

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Note

1)Vedi http://www.altreconomia.it/site/fr_raggruppamento_detail.php?intId=5. Un particolareggiato dossier sul consumo di acque in bottiglia di trova sul sito http://www.legambiente.eu/documenti/2008/0320_dossier_un_paese_in_bottiglia/index.php.
2)Gli standard qualitativi da rispettare sono contenuti nel Decr. Legislativo 31/2001. L' Acea di Roma, l'Acquedotto Pugliese e l'Acquedotto lucano hanno "etichettato" il loro prodotto e pubblicato sui propri siti le analisi organolettiche e il contenuto in minerali garantito da migliaia di controlli l'anno. L'acqua naturale è riapparsa dopo un decennio sui tavoli delle mense scolastiche di Roma, Milano, Firenze e Bologna. Perugia, Abbiategrasso, Monterotondo, Cusano Milanino e in molte mense scolastiche del Piemonte.
3)Impressionante il trend di crescita del consumo di acque minerali, come si può vedere sul sito http://www.beverfood.com/v2/news+article.storyid+556.htm. Si tratta di dati forniti dai produttori di acque minerali. Secondo quest'indagine, l'acqua minerale viene acquistata sulla base del gusto e della tutela della salute.
4)Il sito di altroconsumo, peraltro, sconsiglia l'uso dei filtri. Vedi comunque quali sono i vari tipi di filtri a http://www.altroconsumo.it/acqua/i-filtri-s107212.htm.