martedì 22 febbraio 2011

Togliersi la vita per mancanza di lavoro

L’universo del lavoro, come è ovvio che sia, è continuamente studiato e vivisezionato in tutte le sue sfaccettature e implicazioni.
Suscita qualche riflessione il fatto che al di la della registrazione delle cronache giornalistiche, non si sia posta sufficiente attenzione ai diversi casi – nel’ordine delle decine – di lavoratori suicidatisi per mancanza di lavoro.(1)

Come avevamo notato in altri interventi, la questione del lavoro coinvolge in modo profondo l’identità personale e sociale, tanto da sovrapporsi ad esse in molti casi.(2)

Molto sbrigativamente, le cronache che leggiamo sulle pagine dei giornali ci raccontano i contorni di una terribile scelta: i luoghi, la famiglia e le persone coinvolte, le difficoltà economiche, il cordoglio di tutti e l’inspiegabilità del gesto estremo.
E’ sempre difficile comprendere le ragioni di un gesto così disperato e risulta stridente e ancor più incomprensibile associare un suicidio a motivi di lavoro. Quelle che seguono sono alcune riflessioni suscitate da questi tragici eventi.

La prima, immediata, riguarda un aspetto per così dire politico e sindacale. A riprova che il conflitto sui luoghi di lavoro non è stato cancellato, ma solo espunto come un fastidioso elemento di disturbo nella convinzione che le magnifiche sorti e progressive del mercato avrebbero trovato una soluzione anche per i disturbatori della pace sociale, ci troviamo di fronte ad un’azione individuale, portata all’estremo sacrificio, di rifiuto di una realtà nient’affatto pacificata e segnata da profonde crepe di malessere.
Per tutto il tempo in cui sono state istituite e hanno operato le rappresentanze dei produttori e dei salariati – un tempo che coincide con la rivoluzione industriale e la fabbrica fordista – la gestione del conflitto e del malessere causato dal lavoro ha avuto una dimensione collettiva e ad ogni passaggio di crisi si è risposto con la creazione di adeguati sistemi di protezione e di tutela. La globalizzazione dei mercati, la feroce competizione sui costi del lavoro, l’anonimato imperscrutabile dei mercati finanziari, la crisi strutturale di un sistema che è capace di alimentarsi e crescere solo nel breve termine, scaricando sulle future generazioni problemi economici, finanziari e ambientali sempre più gravi, hanno provocato un indebolimento sempre più marcato delle istituzioni collettive, statuali e sociali.

A questa incapacità istituzionale di gestione delle crisi e dei conflitti, segue come un indicatore tragico l’impossibilità individuale di sostenere da soli un sistema che stritola e annienta ciò che è disutile, obsoleto. La novità vera di questi fenomeni risiede in questo punto: i singoli sono stati lasciati soli a fronteggiare le fluttuazioni del mercato e i saliscendi delle crisi economiche, strappando ogni legame di solidarietà e di unità con gli altri, ritenendolo inutile e diseconomico.

Un’altra riflessione riguarda la capacità da parte delle scienze sociali di rispondere con categorie adeguate alle sfide che simili eventi portano alle consuete discussioni sui legami sociali, sulla rappresentatività delle istituzioni, sulla capacità di gestione dei conflitti; in presenza di un aumento di scala dei conflitti e delle crisi, ed anche, a nostro avviso, di una loro presentazione in nuove forme, stante l’incapacità ormai acclarata degli Stati-Nazione e delle forze sociali organizzate, quali sono i possibili correttivi di un sistema che in alcuni suoi automatismi di funzionamento ormai giunge a mettere a rischio le vite individuali?

Quanto al fenomeno dei suicidi, nell’ambito delle scienze sociali, si è cercato di andare oltre il senso comune che interpreta il suicidio come un fatto patologico individuale, dovuto alla depressione o all’angoscia.
Già E. Durkheim, nel suo celebre saggio sul suicidio (3) , aveva efficacemente dimostrato che esso trova la sua spiegazione in un disadattamento dell’individuo rispetto alla società. In quest’ottica, il problema nervoso individuale, è un effetto e non la causa; la predisposizione è, insomma, solo l’evento che separa il singolo dalla comunità ma a rendere conto del suicidio è in realtà il sentimento del vuoto sociale. Durkheim, in sostanza, mette sullo sfondo le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico, pur ammettendo che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la causa principale e determinante del suicidio non è psicologica, bensì sociale. (fine prima parte)

NOTE

1)Analogo fenomeno riguarda anche alcuni imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano a far fronte ai loro impegni verso i fornitori e i dipendenti. La novità del fenomeno è tale che non si è ancora trovata una categoria per definire questi fenomeni, né esistono ancora statistiche affidabili e certe. La casistica dovrebbe includere anche i piccoli imprenditori che, per le caratteristiche del tessuto produttivo italiano, presentano delle similitudini con il lavoro dipendente.
2) Vedi nostri interventi su LPM n°50 e n°77.
3) Émile Durkheim, Le Suicidie. Étude de Sociologie”, 1897.Trad. “Sociologia del suicidio”, Newton Compton, Roma,1974. Vedi anche M. Halbwachs, Les causes du suicide, Paris, PUF, 2002. Diverso è il caso della “fabbrica dei suicidi” in Cina. In quella fabbrica si ricorreva al suicidio per l’impossibilità di sostenere i ritmi di produzione. Vedi http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml.


Tratto da Rivista Lavoro e Post Mercato n° 94

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