domenica 19 aprile 2009

Il World Wide Web ha compiuto venti anni. Quali rischi e quali prospettive per il futuro della Rete


Esattamente venti anni fa, il 13 marzo del 1989,al CERN di Ginevra, il giovane ricercatore inglese Tim Berners Lee, oggi baronetto d'Inghilterra, sperimentò per la prima volta un sistema di collegamento tra computer e di trasferimento di dati, per mezzo dei cosiddetti ipertesti. Insieme all'invenzione del “protocollo” TCP/IP, ad opera di Vinton Cerf, la Internet aveva mosso i suoi primi passi per affermarsi come una delle più grandi innovazioni di sempre. Si era trovato il modo di inviare dei pacchetti di dati da una macchina all'altra e si era trovato il modo di far comunicare per mezzo delle linee telefoniche delle macchine, il cui uso normale, fino allora, era quello di fare calcoli sempre più complessi.

Fu l'inizio di una rivoluzione, in un tempo che ci sembra brevissimo. A distanza di soli venti anni,il mondo digitale che ci avvolge sembra una nostra seconda natura. Quell'esperimento, che il capo progetto di Berners Lee definì come eccitante, fu all'origine del cosiddetto World Wide Web e diede vita, un anno dopo, al primo sito Internet al mondo, tuttora funzionante: http://info.cern.ch.(1)

Il Web, che celebra in questi giorni i suoi primi venti anni di vita, e che noi oggi frequentiamo e usiamo per scambiare informazioni, o ricevere notizie, files, ecc e che all'origine era una piccola parte di un sistema più ampio creato per scambiare comunicazioni scientifiche tra ricercatori, ha e avrà sempre più una grande influenza per modellare la nostra immagine del mondo e per la diffusione delle conoscenze.

Tuttavia, l'avanzata trionfale di questa stupefacente infrastruttura di comunicazione, non deve farci perdere di vista le problematiche e i rischi che essa corre, in particolare per la cosiddetta “neutralità delle Rete”, come l'ha definita lo stesso Berners Lee sul suo blog o per le questioni legate alla privacy degli utenti, come ha recentemente dichiarato ad una audizione alla Camera dei Lord.(2)

Sono due aspetti che stanno scatenando un enorme dibattito, in particolare negli Stati Uniti. Gli Usa, in questo senso, funzionano come una specie di laboratorio avanzato per ciò che sarà il futuro della governance della Rete, influenzando in maniera sostanziale i livelli di accesso e di fruizione dei contenuti on line.

Quando Berners Lee e molti altri parlano di minaccia alla neutralità delle Rete si riferiscono, in sostanza, alla richiesta avanzata ai legislatori americani da alcuni grandi provider (ISP, Internet Service Provider), come At&T, Verizon, Bell, ecc., in nome del libero mercato, di creare una sorta di Internet a 2 velocità,una lenta e una veloce, in cui l'accesso a quella più veloce avviene in base alla selezione che i provider compiono per i clienti e gli utenti che pagano di più e in base al tipo di files e di applicazioni richieste.
In questo modo, una “semplice” riforma della legislazione sulle telecomunicazioni negli Usa, per via della natura di Internet, interessa tutto il globo.

Sulla neutralità delle Rete, vale la pena di riportare direttamente le parole dello stesso Berners Lee, uno dei fondatori riconosciuti della Rete, così come le troviamo sul suo blog :
“Vent'anni fa, gli inventori di Internet progettarono un'architettura semplice e generale. Qualunque computer poteva mandare pacchetti di dati a qualunque altro computer. La rete non guardava all'interno dei pacchetti. È stata la purezza di quel progetto, e la rigorosa indipendenza dai legislatori, che ha permesso ad Internet di crescere e essere utile. (...)
Quando ho progettato il Web non ho avuto bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Le nuove applicazioni arrivavano sul mercato già esistente di Internet senza modificarlo. Allora provai a rendere la tecnologia del web una piattaforma al contempo universale e neutrale, e ancora oggi moltissime persone lavorano duramente con questo scopo. Il web non deve assolutamente discriminare sulla base di hardware particolare, software, rete sottostante, lingua, cultura, handicap o tipologia di dati.
La neutralità della rete è questo: se io pago per connettermi alla rete con una certa qualità di servizio, e tu paghi per connetterti con la stessa (o una migliore) qualità di servizio, allora possiamo iniziare una comunicazione con quel livello di qualità. Questo è tutto. I fornitori di accesso ad internet (ISP) hanno il compito di interagire tra loro affinché questo avvenga.”(...)(3)

Se una personalità di spicco come Berners Lee sente il bisogno di schierarsi apertamente contro i tentativi di privatizzazione e di selezione dell'accesso alla Rete, allora vuol dire che le minacce sono davvero serie.
Recentemente, infatti, la commissione parlamentare USA per le attività produttive ha respinto definitivamente una bozza legislativa per la riforma delle telecomunicazioni, che faceva proprio il principio di neutralità della Rete e cercava di emendare una proposta di legge già in discussione, avanzando l'ipotesi di comminare multe salatissime per tutti gli ISP che non rispettavano la parità di trattamento agli utenti dei servizi di accesso. Adesso la legge da emendare avanza e si prevede la sua approvazione per la fine di aprile.

Per quanto riguarda il nostro Paese invece, che rimane come sempre ben lontano dal livello delle discussioni che citavamo poc'anzi, si tratta solo di regolamentare uno spazio che viene definito come infido e ricco di pericoli. Eppure i vantaggi che l'uso della Rete ha portato nel lavoro o nella vita sociale sono evidenti e riconoscibili da tutti. Ma, come accade nel nostro spazio pubblico, colonizzato dai media tradizionali, che guardano con preoccupazione alla concorrenza che Internet fa loro per cercare notizie, intrattenersi con gli amici, divertirsi o scambiare conoscenze ed esperienze, si applica lo stesso meccanismo dei processi di costruzione della paura per invocare la necessità di leggi liberticide. Così, ripetendo ossessivamente la storiella della Rete anarchica e senza regole, il nuovo Far West senza sceriffi e senza tutori della legge, dove allignano criminali, truffatori e pedofili, si introducono nuovi progetti di legge che, se approvati, potrebbero portare ad un vero e proprio regresso culturale e legislativo davvero preoccupante. (4)

Ma Internet non è del tutto un luogo altro, sregolato da leggi e sanzioni. Sicuramente ci dovranno essere procedure e norme da adeguare, dovute alle caratteristiche tecnologiche del mezzo o alla distribuzione geografica ma, come ogni tutore della legge sa, non c'è reato che non possa essere perseguito se alla sua origine c'è un network digitale. A pensarci bene, forse sono molti di più i delitti non puniti nel mondo reale, data la difficoltà di avere certezze chiare in merito alla colpevolezza, mentre è sufficientemente chiaro ai solerti e informati tutori della legge che nello spazio digitale si lasciano una quantità di tracce che solo l'irrilevanza o la venialità sconsigliano dal punire....

La particolare natura del mezzo, infine, dovrebbe far propendere per un principio di prudenza e di apertura: se in vent'anni è cambiato il panorama economico e sociale in modo così radicale, perchè intervenire sul cyberspazio con questa perentorietà e ristrettezza di vedute?

Meno male che c'è l'Europa, verrebbe da dire.
E' stata infatti da poco approvata con una larghissima maggioranza una raccomandazione, presentata al Parlamento europeo dal socialista Stavros Lambrinidis (Grecia), sul “rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet”.(5)
Nel testo viene indicato chiaramente che:
- La Rete Internet dà pieno significato alla definizione di libertà di espressione, sancita all'articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, in particolare nella sua dimensione "senza limiti di frontiera", ed è uno strumento fondamentale per promuovere l'acquisizione di informazioni, di competenze informatiche e per la diffusione della conoscenza;
- La Rete può rappresentare una straordinaria possibilità per rafforzare la cittadinanza attiva;
I crimini che vi si commettono devono essere combattuti con efficacia e determinazione, senza alterare la natura fondamentalmente libera e aperta di Internet;
considerando che i progressi tecnologici consentono sempre più di sorvegliare le attività dei cittadini su Internet in modo segreto e praticamente inintelligibile per il singolo, la mera esistenza di tecnologie di sorveglianza non giustifica automaticamente il loro uso, quanto invece l'interesse preponderante della protezione dei diritti fondamentali dei cittadini dovrebbe determinare i limiti e precisare le condizioni in base alle quali tali tecnologie possono essere utilizzate dai poteri pubblici o da società private. Limitazioni all'esercizio di tali diritti possono essere imposte dalle autorità pubbliche solo se conformi alla legge, necessarie, proporzionate e appropriate in una società democratica.

In definitiva, conclude l'importante determinazione che stiamo sintetizzando, si rivolgono alla Commissione Europea alcune raccomadazioni che sintetizzano le considerazioni che abbiamo ricavato dalla lettura del testo. Esse riguardano, in sostanza, il pieno e sicuro accesso a Internet per tutti, un serio impegno a combattere la cosiddetta cybercriminalità, l'attenzione costante alla protezione assoluta e a una maggiore promozione delle libertà fondamentali su Internet.


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NOTE

1) Oggi si stima che siano quasi 100 milioni i siti connessi,con più di un miliardo di utenti.
2)Rinviamo per questo particolare aspetto ai nostri interventi già apparsi su questa Rivista ai nn. 38, 39 e 40, Forme e modelli di tutela della privacy.
3) Vedi http://dig.csail.mit.edu/breadcrumbs/blog/4.
4)Vedi la seguente proposta di legge:http://blog.webnews.it/06/03/2009/ecco-il-disegno-di-legge-firmato-da-gabriella-carlucci/. Questo progetto di legge ha suscitato molte discussioni ed aspre critiche nella comunità degli addetti ai lavori, anche se per i media generalisti è da considerare una non-notizia.
5)Vai a http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA-2009-0194+0+DOC+XML+V0//IT&language=IT

sabato 18 aprile 2009

La legge sul fine vita nel paese dei cuscini soccorrevoli. In margine al caso di E. Englaro (prima parte)


Nel nostro strano paese, dove si verifica una produzione legislativa e una propensione alla giuridificazione che non trova riscontri in molti paesi occidentali avanzati, non si sono trovati il tempo e il modo, finora, di regolamentare in modo coerente e ragionevole alcune questioni legate alla bioetica, alla luce dei nuovi e complessi rapporti tra i progressi della tecnica e della medicina e le questioni etiche e deontologiche che vi sono connesse.

Il caso di Eluana Englaro, o il caso di Piergiorgio Welby del 2006, hanno posto davanti alle nostre coscienze di cittadini italiani, e di uomini, la presenza di nuovi e controversi problemi etici, insieme all'esigenza di trovare una sintesi se non definitiva almeno condivisa, che provi ad individuare un terreno d'incontro tra orientamenti culturali e etici divergenti.(1)

In controtendenza con ciò che è stato detto e scritto fin qui, vorremmo provare in questo intervento a mantenerci sul livello delle idee, delle argomentazioni e dell'analisi delle conseguenze etiche e politiche, come sempre bisognerebbe sforzarsi di fare quando si accosta l'etica, anzi la bioetica e la biopolitica, come nei casi appena richiamati.

a) Il primo punto dal quale vorremmo partire riguarda la questione dello Stato etico - e del suo assoluto rifiuto. Qualcuno forse ricorderà che la teoria hegeliana affermava che lo Stato è l'unica fonte di libertà e l'unica norma etica per il singolo, poiché solo lo stato ha coscienza di sé. La condotta dello stato, poi, non può essere oggetto di valutazioni morali da parte dell'individuo, poiché esso si pone quale fine supremo e arbitro assoluto del bene e del male.
Com'è forse più noto, le elaborazioni hegeliane, del tutto travisate e strumentalmente distorte, furono alla base di molte pratiche aberranti dei vari regimi totalitari che si sono succedute nel ventesimo secolo.
E se non si vuole ritornare a quel monstrum giuridico-istituzionale, occorrerà pur trovare qualche fondamento migliore al rapporto tra diritto ed etica e alla regolamentazione dei confini tra intervento dello Stato e spazio individuale.
Per sottrarsi all'abbraccio mortale che regolamenta in modo minuzioso le scelte etiche e a cui il singolo deve solamente obbedire, il principio etico e giuridico al quale è bene ritornare è quello dell'habeas corpus.(2)

b) In quali modi dovrebbe funzionare l'habeas corpus, dunque? In quali modi possiamo intendere i rapporti tra lo spazio minimo e intangibile dell'individuo rispetto al potere (del) sovrano? Quel caposaldo etico e giuridico nasceva, come si ricorderà, dall'esigenza di garantire, prima di tutto, l'incolumità personale del suddito rispetto al potere assoluto del re. “Non sarà alzata la mano su di te”, come recita quella formula celebre, sta a significare, per noi moderni, dopo la lezione di Montesquieu, la supremazia della legge e del diritto sulla forza e sul potere assoluto. Questo modo d'intendere l'habeas corpus, non si ferma, come avrebbe detto Isaiah Berlin, alla “libertà da”, vale a dire alla libertà intesa nel solo modo della salvaguardia da un potere coercitivo.(3)
Per continuare ad usare le categorie del grande pensatore liberale, dovremmo aggiungervi anche la “libertà di”, cioè la possibilità di esercitare quella libertà che trova il suo punto di partenza nel rispetto di ogni persona e di ogni individuo.
Oppure, secondo i più contraddittori tra i critici, dovremmo rinunciare a pensare che la nostra libertà sia solo quella di negare la sopraffazione del potere altrui ma non abbia anche a vedere, radicalmente, con un principio di autodeterminazione? Si può essere liberi senza disporre di sé stessi? Non tocca rifarsi al libero arbitrio per richiamare tutti alla possibilità e alla libertà della scelta? Come ha scritto di recente il teologo Mancuso, “ se si riconosce alla persona la libertà di autodeterminarsi nel rapporto con Dio, come fa la Chiesa cattolica a partire dal Vaticano II, quale altro ambito si sottrae legittimamente al principio di autodeterminazione? (…) La realtà è che non è possibile nessuna adesione alla verità se non passando per la libertà.” (4)
Dalla libertà che decide non è possibile deflettere, aggiunge Mancuso. Dire e fare altrimenti, sarebbe un esito strano e del tutto paradossale anche per i più strenui difensori della indisponibilità della vita.

c)A questo proposito, ci sono due posizioni che si fronteggiano nel campo nuovo e controverso della bioetica. I pensatori di area cattolica, sulla base dell'idea del dono divino, ritengono la vita sempre e comunque indisponibile e che ogni atto od omissione che determini la morte per il soggetto sia da qualificarsi come suicidio o eutanasia. Viceversa, e semplificando anche qui in modo estremo, per i pensatori che si possono definire laici, la vita è invece nella disponibilità degli individui e in ogni momento, come nel caso in cui occorra ricorrere a cure mediche ritenute lesive della dignità della vita, con le dovute cautele, e con l'assistenza di un medico, possono decidere quali cure accettare e quali rifiutare, esercitando il cosiddetto “consenso informato” per evitare quel che si è definito accanimento terapeutico. La necessità di coniare il termine accanimento terapeutico nasce, infatti, dalla crescente capacità dell’odierna medicina di regolare la durata della vita umana a prescindere dalle condizioni del paziente. Ciò viene vissuto da molti pazienti come una invasione della sfera personale e sono sempre più coloro che si oppongono a questo, rifiutando le cure. Questo sentimento di invasione è stato, quindi, tradotto con il termine medico di accanimento terapeutico il quale, pur essendo nato negli anni ’70, si è andato affermando negli anni ’80 ed è comparso per la prima volta nel codice deontologico nel 1989 con una definizione che non ha subito sostanziali modifiche nei successivi codici.(5)
Non ha suscitato altrettanto scalpore il caso della donna che dovendo combattere una cancrena ad una gamba, ne rifiutò l'amputazione, con la conseguenza di morire a causa del mancato intervento. Il caso di Eluana Englaro, ha posto, invece, il problema di stabilire il consenso o il dissenso rispetto alle cure, perchè la povera ragazza versava in stato di coma permanente da 17 anni e non si aveva la certezza di quale fosse la sua volontà rispetto alle cure proposte come necessarie. Questione approfondita e sviscerata nella lunghissima vicenda processuale.

(continua)



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NOTE

1)Quello che si è visto sin qui, invece, e quello che si vede nelle concitate discussioni intorno al ddl Calabrò sul “fine vita”, è la solita guerra di religione travestita da scontro politico (questa relazione la si può leggere, nel nostro isterico spazio pubblico, anche al contrario...).
2)Nel sistema anglosassone di common law si indica con la locuzione habeas corpus (trad. lat. "(ordiniamo che) tu abbia il corpo") l'ordine emesso da un giudice di portare un prigioniero al proprio cospetto. Ciò vale in senso stretto, poiché di solito si fa riferimento all'atto legale o al diritto in base al quale una persona può difendersi dall'arresto illegittimo di se stessa o di un'altra persona. Il diritto di habeas corpus nel corso della storia è stato un importante strumento per la salvaguardia della libertà individuale contro l'azione arbitraria dello stato.Tale sistema è stato inserito nell'importante documento della Magna Charta Libertatum (1215) successivamente a rivendicazioni di alcuni baroni inglesi.
3)Vedi Isaiah Berlin, Libertà, Feltrinelli, Milano, 2005.
4)Vito Mancuso, Non c'è fede senza libertà, La Repubblica, 9/3/2009.
5)Vedi http://www.salus.it/codice.html

sabato 11 aprile 2009

Sommario Rivista Lavoro e Post mercato

Lavoro e Post Mercato
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro

vedi la rivista completa

Rivista n. 59 - del 01-04-2009

Sommario

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Argomento: Laboratorio sociale

DDL Fine vita: al via il confronto su Lavoro e Post Mercato (LPM)

La nostra Rivista da periodo non sospetto crede che il diritto alla vita, la difesa della vita, in qualunque sua forma, anche imperfetta, sia un diritto inalienabile dell'uomo e contestualmente un di...

La Redazione (D.P.)


Argomento: Formazione

Il valore solutorio della moneta elettronica

Un tema di particolare rilevo, per ciò che concerne lo studio della moneta elettronica ed in particolare la tutela del consumatore, è quello attinente il valore solutorio o meno della moneta elettroni...

Diego Piergrossi

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Argomento: Formazione

La Responsabilità degli Internet Providers in Germania

In Germania la responsabilità del provider è disciplinata oggi dal Geset Zur Regelung der

Rahmenbedingungen fur Informations, la legge federale entrata in vigore l’11 agosto 1997.
<...

Rita Schiarea

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Argomento: Evoluzione normativa

Il World Wide Web ha compiuto venti anni. Quali rischi e quali prospettive per il futuro della Rete

Esattamente venti anni fa, il 13 marzo del 1989,al CERN di Ginevra, il giovane ricercatore inglese Tim Berners Lee, oggi baronetto d'Inghilterra, sperimentò per la prima volta un sistema di collegamen...

Antonio M. Adobbato



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Argomento: Approfondimento

E-money: Le Linee Guida OCSE per la tutela dei consumatori nel contesto del commercio elettronico.

Solo gli specialisti della materia sono a conoscenza che ad oggi la tutela diretta degli utenti di moneta elettronica, sotto il profilo privatistico, è lasciata a provvedimenti volti in realtà a r...

Diego Piergrossi



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Argomento: Approfondimento

COMPUTER CRIMES: I.S.P. L'IDENTIFICABILITA’ DELL’AUTORE DELL’ILLECITO

La natura transnazionale della rete e la massiccia diffusione globale dei messaggi, immagini, filmati

ed ogni altro tipo di comunicazioni immesse all’interno di newsgroup, mailing list, c...

Rita Schiarea


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Argomento: Approfondimento

La legge sul fine vita nel paese dei cuscini soccorrevoli. In margine al caso di E. Englaro (prima parte)

Nel nostro strano paese, dove si verifica una produzione legislativa e una propensione alla giuridificazione che non trova riscontri in molti paesi occidentali avanzati, non si sono trovati il tempo e...

Antonio M. Adobbato

sabato 28 marzo 2009

Economia sostenibile e nuovi lavori. Dalla Green Economy ai green works


Tra i primi atti della Presidenza Obama, una delle decisioni più importanti prese dal neo-Presidente riguarda l'avvio della cosiddetta green economy, l'economia verde.(1)

Benchè molti commentatori abbiano puntato la loro attenzione sull'immane quantità di aiuti al sistema produttivo industriale e bancario statunitense ormai al collasso, pochi si sono soffermati su quello che è possibile considerare un mutamento culturale strutturale di ciò che si intende per sviluppo e su ciò che, alla luce di una delle più grandi crisi economiche della storia recente, può costituire una strada percorribile per creare nuova occupazione.

Molte, troppe volte, gli ecologisti e gli ambientalisti sono stati considerati delle cassandre, iscritte di diritto al partito del no, partigiani irriducibili della natura e dell'ambiente di fronte all'avanzata dello “sviluppismo”, ideologia non riconosciuta dello sviluppo e dell'aumento della produttività a tutti i costi.
Dopo qualche decennio di battaglie culturali e politiche, forse si può convenire, con i sostenitori delle ragioni dell'ambiente e dei critici della crescita a tutti i costi del PIL, che non si può pensare in assoluto alle ragioni dell'economia senza tener conto dell'evoluzione delle tecnologie e della qualità della vita. (2)
Questo perché l'uso sconsiderato dell'ambiente ha un costo, che finora, tra l'altro, è stato sostenuto dalla collettività: ciascun cittadino, per la sua parte, ha pagato i conti dei disastri ambientali provocati da uno sviluppo incontrollato. E, come spesso accade, solo di fronte alle catastrofi e alle grandi crisi, c'è la possibilità, se si è capaci, di apprendere una così dura lezione.
E veniamo quindi ad alcuni dei cosiddetti nuovi lavori, come quello dei consulenti ambientali.

Negli ultimi decenni, per evitare il ripetersi di spaventosi errori e disastri ambientali, la normativa in questo campo è cresciuta sempre più, sotto la spinta dell'opinione pubblica e delle tecnocrazie europee, indicando via via nuovi obblighi per le imprese, che devono dotarsi di più stringenti sistemi di sicurezza, di riduzione dei consumi, di controllo delle emissioni.
Proprio per la complessità di queste normative – si stima che l'insieme delle norme in materia ambientale: dell'Ue, nazionali, regionali, norme tecniche, circolari e regolamenti sia di circa 40.000 provvedimenti – c'è sempre più bisogno di figure professionali ad hoc, come i consulenti ambientali. Il problema è che, come accade spesso per le nuove professioni, i percorsi formativi non sono ancora standardizzati e le specializzazioni universitarie e di alta formazione stentano a farsi riconoscere come adeguate.

Quali altre figure di tecnici possiamo trovare in questi nuovi settori, quali sbocchi occupazionali trovano?
Prima di tutto, troviamo figure professionali che, pur perfettamente integrate nell'industria più tradizionale, come la chimica o la meccanica, hanno un profilo professionale di stampo più ecologico:
- gli addetti alla sicurezza, tecnici o ingegneri, che verificano la sicurezza degli impianti e dei processi produttivi;
- i regulatory affaires, chimici o biologi che conoscono le normative che regolano le autorizzazioni e i controlli previsti per le nuove sostanze da immettere sul mercato;
- gli energy managers, ingegneri o chimici che ottimizzano i processi produttivi per ridurre le emissioni di CO2;
- il consulente per il trasporto di merci pericolose;
- i ricercatori che sviluppano processi a basso impatto ambientale e studiano la riduzione dei rifiuti e degli imballaggi.

Forse un cambiamento strutturale è avvenuto anche dal lato del consumo – e non solamente nel mondo produttivo che è stato costretto ad adeguarsi ad una normativa sempre più stringente in campo ambientale.

Secondo un recente studio della Coldiretti-Swg la green economy inizia a tavola, in virtù della richiesta crescente di cibi più sani e di chiara derivazione biologica. (3)
La spesa cosiddetta sostenibile, quella che ricerca prodotti con elevata sicurezza alimentare, rifiuta gli additivi chimici e i coloranti, è cresciuta, nonostante la crisi, del 23%. Tutto il mercato cosiddetto bio, nel nostro Paese, è cresciuto in modo imponente, con un fatturato di circa 2,5 miliardi di euro e con più di 6000 imprese specializzate, con un milione di ettari coltivati, tanto da essere i primi produttori in Europa e quinti nel mondo. E visto che sono molte le famiglie attente alla sicurezza alimentare, soprattutto nei confronti dell'infanzia, ecco che un settore di nicchia si sposta verso settori di mercato con grandi numeri. Abbastanza significativo è il caso delle mense scolastiche che si stanno convertendo al cibo naturale; anche i grandi produttori stanno proponendo linee di prodotto biologico, modificando di conseguenza anche la grande distribuzione.
A queste richieste, che sono il frutto di un mutamento significativo negli stili di consumo, fanno riscontro quindi le nuove professioni, nate per fare fronte ad un mutamento della domanda e come evoluzione di un settore che si sta specializzando sempre più in produzioni attente alla qualità, alla tracciabilità alimentare, alla sicurezza.
Questo spiega la prevalenza delle nuove figure professionali riconducibili al settore agricolo, di elevata formazione e specializzazzione.
Altre forme di imprenditorialità sono invece legate a bisogni ricreativi e informatvi, come le fattorie didattiche o gli agriturismo, e anche queste esperienze stanno aprendo la strada a nuove occupazioni.

Più generalmente, quindi, in tutti i settori, dalla produzione ai servizi, dal terziario all’agricoltura, sono diffusi e impiegati i cosiddetti ecolavoratori.
Il Green Work, come abbiamo visto, è un tipo di lavoro con un livello medio-alto di retribuzione, che ha richiesto una formazione elevata, a forte specializzazione e contemporaneamente con competenze trasversali a varie discipline.
La più puntuale ricognizione e classificazione di figure professionali in questo settore è reperibile alla banca dati elettronica Ifolam, a cura dell'Isfol.
In questa Banca dati è possibile trovare un incrocio immediato tra le esigenze formative, i bisogni espressi e le offerte formative disponibili, dalla formazione curriculare all'alta formazione, suddivise per territorio e per ente erogatore. (http://www.ifolamb.isti.cnr.it/Ifolamb2008.html)

Le ricercatrici Rita Ammassari e Maria Teresa Palleschi, che studiano questi temi da molti anni, hanno condotto numerose ricerche sulle tendenze del mercato del lavoro ambientale e sulle sue peculiarità. (4)
L'integrazione virtuosa tra sistema produttivo e ambiente, passa anche attraverso una rivisitazione dell'offerta formativa, atttualmente in sofferenza per la proliferazione dei corsi di studio e degli insegnamenti.
Come ci hanno mostrato le ricerche dell'Isfol citate, spicca una certa autoreferenzialità dell'offerta a causa di una scarsa corrispondenza tra i percorsi realizzati e i bisogni espressi dal mercato del lavoro.
Inoltre, la formazione ambientale rischia di non svolgere il ruolo innovativo che le compete per la realizzazione di produzioni sostenibili, a causa di una ancora insufficiente integrazione e contaminazione dei saperi nelle pratiche formative.

Posto che l'aumento della sensibilità ambientale ha modificato il concetto delle politiche di sviluppo, modificando i modelli culturali e gli stili di consumo, è necessario che sia dedicata altrettanta attenzione alla costruzione di professionalità adeguate, in grado di configurarsi come agenti di cambiamento per lo sviluppo di società sostenibili.


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NOTE

1)Vedi il nostro intervento “Barack Hussein Obama. Un presidente nuovo nell'era della crisi globale" sul n° 55 di LPM dell'1/2/09. http://www.lavoropostmercato.org/rivista.php?art=495&arg=1
2)Cfr. Roberto Lorusso, Nello De Padova, DePiliamoci.Liberarsi del Pil superfluo e vivere felici, Editori Riuniti, Roma, 2007. Vedi anche il sito www.depiliamoci.it .
3)Vedi http://multimedia.coldiretti.it/Raccolta_Documenti_Forum_Cernobbio_2008/Cernobbio%20indagine%20Swg.pdf
4)Si veda il volume Isfol, Rita Ammassari e Maria Teresa Palleschi (a cura di), Formare per la complessità. Figure professionali e competenze sistemiche, Franco Angeli, 2005.
Segnaliamo che l'ultimo aggiornamento del sito http://www.ifolamb.isti.cnr.it/Ifolamb2008.html è del dicembre 2007. Sarebbe interessante sapere se queste ricerche e questi studi si sono interrotti e perchè.

Usi e significati del termine globalizzazione (ultima parte)


Dopo aver dato qualche elemento per orientarsi nella descrizione di un fenomeno difficile da circoscrivere e sfuggente a molte categorie analitiche, c'è da chiedersi, per riprendere un punto importante della discussione in corso, se siamo di fronte ad un evento del tutto nuovo, che si è andato concretizzando negli ultimi anni in virtù della coincidenza di alcune prepotenti innovazioni politico-tecnologiche, oppure lo stadio attuale è solamente una fase di un processo che data da diversi secoli e che ha conosciuto solamente una impressionante accelerazione?

A qualsiasi ambito si applichi (economico, delle comunicazioni, ecologico, etc.) questo rimane un quesito chiave nel dibattito in corso.
Sarà opportuno richiamare qui alcune"visioni" della globalizzazione, in modo da offrire un terreno comune di discussione.

Tra i sostenitori dell'idea che la globalizzazione rappresenti un processo di lunga data vi è uno dei primi analisti del fenomeno, I. Wallerstein, neomarxista, al quale va attribuita l'idea di “sistema-mondo”, un'idea per la quale la globalizzazione rappresenta un processo secolare, caratterizzato da una progressiva espansione capitalistica che parte all'incirca con l'arrivo sul continente americano di Cristoforo Colombo e prosegue sino a noi.

Anche per P. Hirst e G. Thompson, la globalizzazione non rappresenterebbe una novità nella storia mondiale, essendosi già verificate condizioni simili ed addirittura di superiore apertura ed integrazione in altre epoche storiche, ad esempio tra il 1870 e il 1914, poichè l'attuale economia internazionalizzata deriva da una serie di eventi che originano dallo shock petrolifero degli anni '70.

Un altro riferimento significativo è rappresentato da R. Robertson, che si sforza di analizzare la globalizzazione come ambito unitario, dove viene assegnata grande importanza ai meccanismi culturali di integrazione; per l'A. cresce la consapevolezza della coscienza del mondo come "un tutto" e tale consapevolezza potrebbe agevolare l'interdipendenza e l'integrazione sociale.

Per U. Beck, il teorico della seconda modernità, occorre avere un approccio prudente alla globalizzazione, anche se i rischi connessi alla globalizzazione possono determinare dei processi politici del tutto nuovi per quella che l'A. chiama una "seconda modernità", fondata su valori di uguaglianza, libertà e capacità di informazione.

Contrariamente a Hirst e Robertson, S. Huntington, le cui tesi sono state usate anche nello scontro politico ed ideologico corrente, abbandona il campo strettamente economico e privilegia un'analisi sostanzialmente culturale. A suo parere, la globalizzazione rappresenta un momento di uno scontro tra “civiltà”, intese come elementi di identità di vaste porzioni di umanità. In questa visione, l'egemonia occidentale - vista anche in termini religiosi - verrebbe a confrontarsi con altre civiltà emergenti – come quella islamica - con esiti potenzialmente sfavorevoli.

Meno ottimista è un altro importante analista, A. Giddens, per il quale la globalizzazione è l'intensificazione di relazioni sociali mondiali colleganti tra loro luoghi anche distanti, tanto che eventi locali possono essere determinati da eventi sorti a distanze estremamente ampie; tuttavia, afferma Giddens, tale processo è un processo dialettico aperto e non è esattamente determinato.

Uno stesso fenomeno viene dunque letto attraverso lenti interpretative diverse, accentuando ora i rischi ora le opportunità.
In definitiva, sembra prefigurarsi una distinzione tra la globalizzazione e globalismo economico. Mentre la globalizzazione sembra un processo irreversibile, piena di rischi ma anche di opportunità anche se sembra piuttosto controverso definirne la novità o la continuità con la storia , il cosiddetto globalismo economico sembra connotato da uno spirito predatore e antisolidaristico, tanto da prefigurare la scomparsa di ogni forma di welfare, col suo sottrarsi sempre più ai costi fiscali e paradossalmente al lavoro stesso.

Più in generale, la crisi del sistema di stati-nazione viene sempre più accelerata proprio quando ci si trova di fronte ad una crisi di dimensioni planetarie e le più importanti decisioni a carattere economico, politico o ambientale vengono prese al di fuori della consueta cornice istituzionale degli stati.
Da più parti, a questo proposito, si invoca la necessità di una governance globale, proprio in virtù della maturità riconosciuta dei processi di integrazione globale. Non c' è però un Trattato di Westfalia all'orizzonte. Anche l'UE, che ha accelerato i processi di integrazione politica ed economica, è in una fase di stallo e, come al solito, segue a vista le decisioni dei paesi guida, Francia e Germania in testa.

Avanzano poi altri attori sulla scena, distinti dagli Stati-nazione e in grado di costruire legami transfrontalieri, sia in senso economico che culturale. Si tratta di quei soggetti che vengono categorizzati come Terzo settore, un contenitore del tutto particolare che raccoglie al suo interno fenomeni e tendenze del tutto eterogenee, come il commercio “equo e solidale”, la crescita del volontariato e delle attività di solidarietà e di cooperazione, l'autorganizzazione di gruppi attivi su vari temi, come l'ambiente e i diritti umani, così come la nascita e la diffusione di organizzazioni sociali private spontanee, con diffusione internazionale, che si propongono di controllare, contrastare o regolare i fenomeni legati alla globalizzazione.
Questo lungo excursus ci ha almeno fornito un'idea di globalizzazione: si tratta di un insieme variegato e non sempre facilmente interpretabile insieme di fenomeni.
Ma, considerando che si tratta di un processo ancora in atto, la globalizzazione si presenta come un Giano bifronte, e rimane a disposizione di tutti come rischio e come risorsa per il futuro.

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Bibliografia essenziale


Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell'economia moderna, 3 voll. Il Mulino, Bologna 1978, 1982, 1995).

P. Hirst, G.Thompson, La globalizzazione dell'economia, Editori Riuniti, Roma, 1997,

Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando Editore, Roma 2005.

Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001,

A. Giddens, Le conseguenze della modernità., il Mulino, Bologna 1994

R. Robertson, Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale, Asterios, Trieste 1999

Ulrich Beck, Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Asterios Editore, Trieste, 1999

S.Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale,Garzanti, Milano, 2000

domenica 22 marzo 2009

Sommario Rivista Lavoro e Post Mercato n° 58

Lavoro e Post Mercato
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro

vedi la rivista completa


Rivista n. 58 - del 16-03-2009

Sommario

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Argomento: Laboratorio sociale

Tariffe agevolate per le cure odontoiatriche

Il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, l'Associazione nazionale dentisti italiani e l'Associazione odontoiatri cattolici italiani hanno sottoscritto un accordo, operativo dal...

La Redazione (R.S.)


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Argomento: Formazione

E-cash: la procedura di chargeback

“Chargeback" è il termine tecnico in lingua inglese usato dai circuiti internazionali di carte di pagamento per descrivere una peculiare modalità di RI-ACCREDITO, appunto charge-back della ...

Diego Piergrossi



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Argomento: Formazione

La responsabilità dell'internet provider in Francia

La Francia, come del resto gli altri paesi europei, applica le Convenzioni internazionali in materia di

diritto d’autore, ed in particolare la legge francese prevede che la tutela del dir...

Rita Schiarea


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Argomento: Evoluzione normativa

Convertito in Leggge il Decreto Mille Proroghe

Con la pubblicazione sul supplemento della Gazzetta Ufficiale di sabato 28 febbraio 2009 della Legge 27 febbraio 2009, n. 14 di conversione del Decreto-Legge 30 dicembre 2008, n. 207 recante la: &quo...

Pierfrancesco Viola



Argomento: Evoluzione normativa

L'Italia ratifica la Convenzione ONU sui diritti dei disabili

Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.61 del 14 marzo 2009 la Legge 3 marzo 2009, n. 18 contenente la "Ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con ...

Giuseppe Formichella



Argomento: Università & lavoro

Economia sostenibile e nuovi lavori. Dalla Green Economy ai green works

Tra i primi atti della Presidenza Obama, una delle decisioni più importanti prese dal neo-Presidente riguarda l'avvio della cosiddetta green economy, l'economia verde.(1)

Benchè molti com...

Antonio M. Adobbato


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Argomento: Approfondimento

Usi e significati del termine globalizzazione (ultima parte)

Dopo aver dato qualche elemento per orientarsi nella descrizione di un fenomeno difficile da circoscrivere e sfuggente a molte categorie analitiche, c'è da chiedersi, per riprendere un punto important...

Antonio M. Adobbato

sabato 14 marzo 2009

Patrimonio comune o giacimento culturale? Modelli di gestione dei beni culturali tra tagli e supermanager


Lo confesso, anche se ai lettori magari non interesserà né poco, né punto: sono un frequentatore assiduo di musei, di mostre e spesso organizzo il mio tempo libero per andare a visitare grandi e piccole città d'arte. Proprio perchè appassionato fruitore e amante delle belle arti, sento di poter esprimere la mia preoccupazione per il cambio delle politiche di gestione dell'insieme dei beni artistici, architettonici, paesaggistici e storici italiani, frutto di una tessitura e di un intreccio millenari tra territorio e vicende storiche, tra natura e cultura, che non ha eguali al mondo.

Non si pensi, però, che le preoccupazioni che qui vorrei provare ad argomentare riguardino solo le anime belle. Il motivo per cui milioni di turisti sono ancora interessati all'Italia e per cui sono disposti a spostarsi da ogni parte del mondo per raggiungere le nostre città d'arte, risiede principalmente nell'unicità e nella altissima qualità del nostro patrimonio culturale ed artistico, oltre che per la varietà di luoghi e di bellezze naturalistiche. D'altro canto, c'è una linea di congiunzione ben precisa tra la ricerca del bello e dell'eccellenza artistica e quello straordinario succedersi di generazioni di artigiani e di creativi che hanno reso possibile l'affermarsi del gusto e della ricercatezza del made in Italy. (1)

Davanti a noi stanno dunque questioni anche materiali ed economiche, del lavoro e delle prospettive di occupazione, oltre alle ragioni della tutela di un patrimonio che andrebbe conservato per le giovani generazioni che ci seguiranno e, sia detto una volta senza apparire retorici, per l'intera umanità: se si è alla ricerca di una esemplificazione di che cosa significhi bene comune, bisogna senz'altro rifarsi proprio a questi tipi di beni, per i quali ci si appella all'appartenenza all'umanità intera, invece che ad una singola comunità. (2)

La preoccupazione che qui vogliamo esprimere riguarda proprio il modello di gestione che sembra cambiare, nel disinteresse generale dell'opinione pubblica; per prima cosa è bene richiamare i dati di contesto strutturali e su ciò che nel suo insieme, in ogni opera e in ogni rapporto tra contesto e bene cosiddetto culturale, costituisce l'unicità del nostro Paese.

Fino adesso, infatti, si è considerato nella storia dell'arte il patrimonio artistico italiano come un unicum formato da emergenze artistiche straordinarie e varietà e ricchezza di paesaggio, dove le une sono debitrici dell'altro e a sua volta il paesaggio si arricchisce e si struttura in base ai manufatti e all'operato ispirato e rispettoso di questo legame di intere generazioni di artisti e artigiani.

Basta un semplice sguardo, anche il meno avvertito, per vedere come il patrimonio artistico del nostro paese sia connotato al contempo da una capillare distribuzione territoriale e da una impressionante stratificazione storica, insieme ad una profonda connessione con l'ambiente naturale.
In ogni regione, in ogni città, in ogni piccolo borgo, si trova una fitta rete fatta di storia e di arte, con torri, abbazie, monasteri, complessi monumentali, siti archeologici, castelli, fortificazioni, ecc. in un contesto territoriale del tutto peculiare e che risulta impossibile dividere e considerare separato da questi singoli beni. E poi quante raccolte d'arte, antiche o contemporanee, quanti musei civici, diocesani, musei tematici legati al territorio e ai saperi locali. (3)

Insomma, i nostri beni culturali, sono talmente diffusi e radicati sul territorio da costituire un “paesaggio culturale continuo” e, senza tema di smentita, davvero unico al mondo.
Questo unicum, come si è detto, è sempre stato considerato un patrimonio indivisibile, da difendere e tutelare perchè non solo appartiene alla collettività in termini di possesso ma perchè costituisce, con le sue preziose testimonianze culturali, il senso profondo della nostra identità storica e culturale.

Per l'eccezionale importanza che a questi beni viene attribuita gli si riconosce un posto di rango nei principi fondamentali della nosta Costituzione, laddove all'art. 9 si dice che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, perchè, tra le altre cose, l'amministrazione ha il compito di trasmettere questo prezioso retaggio, nel modo più integro possibile, alle nuove generazioni.

Le continue riorganizzazioni che hanno interessato questo settore negli ultimi anni sono state davvero troppe, e tutte affidate a logiche di breve periodo, tanto che si è assistito al passaggio dalle logiche di decentramento delle cosiddette riforme Bassanini (1998) ad un ritorno all'accentramento della tutela, dopo aver speso ingenti risorse umane e materiali per agevolare i processi di tutela a diretto contatto con i territori interessati, rispettando il policentrismo storico e culturale prima ancora di quello amministrativo.
Ma di questo, finchè non vi sarà l'approvazione definitiva della norma di riorganizzazione, sarà opportuno giudicare con un testo approvato e pienamente in vigore.

Le indiscrezioni che sono circolate, tuttavia, fanno pensare che il mutamento nell'organizzazione della tutela dei beni culturali sarà improntato ad una svolta tutta economicista e di breve respiro, a discapito dell'indissolubilità del rapporto tra bene culturale e contesto territoriale, con l'intenzione di disinvestire nella tutela del paesaggio sia in termini di controllo che di salvaguardia.
Tra le altre cose, è circolata la proposta di nominare un supermanager, ex presidente di Mc Donald's Italia, ad una istituenda Direzione Generale per la Valorizzazione. Poiché vogliamo parlare del metodo più che delle persone, tralasceremo di evidenziarne il nome; quello che conta, però, è che il supermanager che potrebbe essere chiamato a guidare una struttura amministrativa fondamentale per la salvaguardia dei beni culturali non ha alcuna esperienza nel mondo della conservazione. L'ex manager della Mc Donald's, poi, in una sua dichiarazione, avrebbe definito i nostri musei “giacimenti petroliferi a costo zero”. L'abusata similitudine del museo come giacimento petrolifero non è nuova, va detto, anche se fa un certo senso paragonare una raccolta d'arte come gli Uffizi a Firenze o la Pinacoteca di Brera a Milano ad un deposito di idrocarburi.

Alla base di questa immagine c'è però l'idea tutta da supermanager, per il quale è ininfluente occuparsi di combustibili fossili, di detersivi o di quadri del Raffaello. L'importante è metterli a frutto, ricavarne un reddito; e quale migliore occasione di mettere a reddito la parte più preziosa ed appetibile dei tanto criticati musei italiani?
Sulla scia, probabilmente, di un modello di gestione dei beni culturali che arriva d'oltreoceano, dagli USA, che vengono citati come l'esempio da imitare.
Va rammentato un particolare: i musei americani, come tutti i musei del mondo, sono in perdita.
In più, trattandosi di un sistema culturale diverso e in cui non esiste la mano pubblica nella tutela dei beni culturali, tutte le istituzioni museali vivono ed operano grazie alle munifiche donazioni private, quasi inesistenti nel nostro paese.
Al di la della querelle tra gestione pubblica o privata, è opportuno sottolineare che in questo nuovo modello il legame tra museo e territorio viene spezzato e alla tutela paesaggistica e al contesto naturalistico viene assegnato un ruolo ininfluente, da gestire magari con altre strutture amministrative e con altre norme. E' questo che si vuole? E' questo che ci attende in un prossimo futuro?

Un'ultima osservazione a proposito dello stato in cui versano molte istituzioni museali.
Non si vuole qui difendere uno stato di cose che da molti anni e da più parti è stato giustamente criticato. Sarebbe davvero sciocco negare che le nostre strutture museali, tranne alcune eccezioni, sono in grave deficit di risorse umane ed economiche. La realtà degli ultimi anni sta tutta nei continui tagli ai trasferimenti e al mancato rinnovo del turn over del personale; abbiamo numerosi corsi di laurea in Conservazione dei Beni culturali e centinaia di laureati e di specialisti nella tutela dei beni culturali ma l'amministrazione non assume archeologi, architetti, storici dell'arte. Se qualche volta si bandisce un concorso lo si fa per pochissimi posti. Non ci vuole molto a capire che nel giro di un decennio il personale che ancora lavora nell'amministrazione di tutela dei beni culturali andrà in pensione e che i sostituti saranno sempre meno.

Mentre in tutto il mondo ci riconoscono un modello di tutela da portare ad esempio, noi stiamo facendo deperire e degradare proprio questo modello, magari per rivolgerci a sistemi di tutela lontanissimi e inapplicabili alla nostra realtà peculiare.
Ben vengano, dunque, gestioni più moderne ed efficienti delle nostre strutture museali.
Ma non dimentichiamoci del territorio che le ha rese possibili, dei saperi e dei mestieri che vi sono collegati.
Soprattutto, non vorremmo essere costretti a scegliere tra un barile di petrolio e un museo.



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NOTE

1)E' anche vero che l'Italia, a proposito di turismo, è abituata a farsi del male. A parte il decentramento a livello regionale per cui della materia turistica si occupano le regioni, con le note conseguenze di mancanza di coordinamento e di aumento improduttivo di spese di denaro pubblico, anche la creazione di un portale dedicato al turismo e che fosse il punto di accesso per tutti coloro che dall'estero cercavano informazioni sul nostro Paese si è rivelata l'ennesimo spreco di denaro pubblico. Il portale www.italia.it, infatti, che doveva essere la vetrina turistica del Paese nel mondo, progettato nel 2005 e affidato alla gestione del Ministero per i Beni e le Attività culturali, dopo una serie di peripezie è stato definitivamente chiuso a ottobre 2007. Gli atti ammininstrativi sono stati inviati alla Corte dei Conti per verificarne la legittimità. Dei 45 milioni di euro stanziati per il funzionamento del portale, ne sono stati spesi, in due anni e mezzo, circa 7 per la costruzione e la gestione. Adesso, dopo circa quattro anni e tre governi, aspettiamo ancora che la questione trovi uno sbocco definitivo.

2) E' il caso della dichiarazione di “patrimonio mondiale dell'umanità” dichiarato dall'UNESCO. Attualmente l'Italia detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista “patrimonio dell'umanità” Vedi http://whc.unesco.org/.
3) Si calcola che ci siano oltre 3000 i musei e le raccolte, pubblici o privati, nel nostro Paese. Le installazioni e le presentazioni dei “pezzi” sono importanti per garantire una fruizione gradevole e coinvolgente da parte degli utenti e dei visitatori. Voglio fare un solo esempio tratto dall'esperienza personale: il Museo Archeologico di Napoli. La quantità e ricchezza dei reperti e la loro qualità farebbe felice qualunque appassionato di antichità. Nei suoi depositi si trovano talmente tanti “pezzi” da esporre da poter allestire almeno un altro museo altrettanto grande e importante. Ma la realtà di quella struttura e la qualità di quella esposizione è davvero al di sotto di qualsiasi aspettativa: sale buie o mal illuminate, stipate oltre misura di reperti e di espositori collocati sciattamente, polvere e incuria dappertutto. Ma davvero uno dei più importanti raccoglitori dell'antichità del mondo – ricordiamo che in esso si trovano molti reperti provenienti da Pompei e da Ercolano - merita un tale stato di abbandono? Vedi comunque il sito: http://www.marketplace.it/museo.nazionale/museo_home.htm